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Gli ultimi messaggi del Forum

I sogni di Giuseppe - Renata Rava

Tanto semplice da essere apprezzato dai bambini, quanto profondo da commuovere i grandi: è il volume I sogni di Giuseppe, scritto da Renata Rava e illustrato da Franco Vignazia. Racconta dello sposo di Maria dal tempo del suo fidanzamento con lei fino all’episodio di Gesù adolescente, smarrito e ritrovato nel tempio di Gerusalemme; con appena poche righe sul compimento della missione di colui che è stato “Ombra del Padre”. Quella sera era particolarmente stanco: si coricò presto e dopo poco si addormentò. Un sogno lo prese e lui vide in cielo una gran luce; poi risentì quel canto tanto caro e celestiale che aveva segnato la nascita del Bambino e che non aveva più dimenticato: “Gloria a Dio in cielo e pace sulla terra agli uomini che Dio ama”. Ora Giuseppe vedeva la gloria di Dio.
Fedelissima al racconto dei Vangeli, la storia di Giuseppe raccontata da Renata Rava fa immedesimare il lettore nelle riflessioni e nelle emozioni dello sposo di Maria, spesso posto davanti a situazioni difficili, ma sempre aperto all’imprevisto e consegnato alla volontà di Dio. E Dio risponde, dandogli preziosi suggerimenti attraverso alcuni sogni; così come, in un lontano passato, grazie ad alcuni sogni un antenato che portava il suo nome era diventato nientemeno che amministratore dei beni del Faraone. In sogno Giuseppe apprende della gravidanza della sua promessa sposa e abbraccia la volontà di Dio, che lo esorta a non temere di prendere con sé Maria perché “il bambino che nascerà è il figlio di Dio e tu ne sarai il padre, per il tempo necessario, su questa terra”.
Dopo il felice evento della nascita di Gesù (quella fu una notte di prodigi; tutto si fermò all’improvviso e poi un grande movimento: animali, pastori e angeli: Tutto fu luce musica, splendore, pace… e carità), la dura prova della fuga in Egitto. Giuseppe, ancora prontamente obbediente a Dio che gli si rivela in sogno, con la sua famiglia parte in tutta fretta per dimorare a lungo in una terra straniera, fino a quando, morto Erode che voleva uccidere il bambino, non può ritornare nella sua patria, stabilendosi però non in Giudea ma in Galilea.
Nel racconto di Renata Rava riecheggiano le riflessioni della Patris corde, dove Papa Francesco scrive di un “coraggio creativo”, che “emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Infatti, davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere”.
(Gregorio Curto_2021-11-07)

Nel mare ci sono i coccodrilli - Fabio Geda

Vita dura per Enaiatollah Akbari, bambino afgano di appena dieci anni, che si ritrova sperduto in un campo di connazionali pronti ad emigrare. Lo mamma gli ha raccomandato tre cose: stare lontano dalle sostanze stupefacenti, non usare mai armi, non rubare; poi lo ha lasciato, allontanandosi – non vista – nella notte. Così ha fatto, con una stretta al cuore, perchè il suo primogenito possa sfuggire alla violenza dei Talebani e dei Pashtun, nemici giurati e persecutori degli sciiti Hazari, mentre lei è tornata al paese per proteggere (per quanto le sarà possibile) il fratellino e la sorellina di Enaiat. Inizia qui per il giovanissimo protagonista del libro una vera odissea, tessuta di pericoli, fatiche immani, violenze subite ingiustamente. Dall’Afganistan, Enaiat si reca dapprima in Pakistan, poi in Iran, dove rimane qualche tempo a lavorare in una fabbrica di pietre. Lo aiuta e lo conforta, in questa fase della sua emigrazione, la compagnia dell’amico Gioma detto Sufi, dal quale si separa solo dopo avere preso la decisione di tentare un avventuroso trasferimento in Turchia.
Durissimo e lungo è il cammino di ascesa tra gelide montagne per i trenta clandestini diretti a Istambul. Prima che si giunga alla meta, Enaiat vede morire ben dodici di loro; ma anche il seguito del viaggio, fino all’arrivo in Grecia e poi in Italia, è segnato da gravi pericoli e da acute sofferenze: il mare in burrasca (dove si teme di essere divorati dai coccodrilli) attraversato su un minuscolo gommone, un tratto via terra durante il quale si sta compressi nel doppio fondo di un camion, il rischio di essere scoperti da poliziotti che picchiano selvaggiamente e spesso costringono al rimpatrio i piccoli clandestini.
Enaiat vede però anche qualche spiraglio di luce, quando si imbatte in sconosciuti che, inaspettatamente, lo aiutano. Così accade con una anziana signora greca, che lo accoglie nella sua casa sfamandolo, consentendogli di lavarsi e donandogli degli abiti puliti. Ad Atene il piccolo emigrante è aiutato anche in una comunità di preti che gli offrono un pasto caldo giornaliero ed è più tardi felicemente sorpreso (è giunto nel frattempo in Italia, questa volta con un comodo viaggio sulla poltrona di una nave) dall’incontrare un ciclista che, scorto il piccolo mentre cammina solo sulla strada, si avvicina a lui e gli parla, lasciandogli infine una banconota da venti euro. In Italia inizia la nuova vita di un Enaiat ormai quasi quindicenne. Aiutato dal suo amico d’infanzia Payam, il ragazzo si trasferisce a Torino, dove trova una famiglia che lo prende in affido e lo aiuta ad ottenere un permesso di soggiorno come rifugiato; può quindi iniziare un regolare corso di studi e, dopo qualche tempo, mettersi finalmente in contatto con la madre rimasta in Afganistan.
Intrecciati alle vicende di Enaiat si stagliano a volte sullo sfondo avvenimenti epocali, come l’attentato alle torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e le Olimpiadi di Atene del 2004, mentre qua e là emerge la passione per il calcio del piccolo emigrante, che partecipa a tornei improvvisati, che lo impegnano e lo confortano anche nei momenti più difficili del suo esodo: stanchissimo per il duro lavoro della giornata o della settimana, trova infatti sempre le energie necessarie per impegnarsi in una competizione che gli offre conforto e uno spiraglio di serenità.
Compiuti i ventuno anni, il giovane afgano ha raccontato la sua lunga storia a Fabio Geda, che l’ha messa per iscritto così come la si legge nel libro. La lunga narrazione è quindi sempre in prima persona, eccettuate le brevi battute (scritte in corsivo) che il giovane protagonista e Fabio si scambiano qua e là. Lo stile è sempre scorrevole, con dialoghi normalmente non virgolettati, ma sempre composti e di agevole lettura.
(Gregorio Curto_2021-11-13)

Una donna può tutto - Ritanna Armeni

Libro stupendo!! Coinvolgente dalla prima all'ultima pagina.
È vero UNA DONNA PUÒ TUTTO
Sono passati tanti anni e purtroppo noi donne dobbiamo ancora faticare per avere riconoscimenti e ambire nelle alte sfere. Comunque VIVA LE DONNE

Il segreto di Pietramala / Andrea Moro

Elia Rameau, io narrante dell'imprevedibile avventura che costituisce la trama del romanzo, è un linguista di circa trent'anni, inviato dalla Società per la quale lavora in uno sperduto paesino della Corsica, chiamato Pietramala. Scopo della missione affidatagli è raccogliere informazioni sull'idioma che lì si parla, per completare i dati necessari alla pubblicazione di un certo atlante linguistico. Il viaggio, con partenza da Parigi, si rivela estremamente difficile per Elia, che raggiunge Pietramala solo dopo aver percorso un impervio sentiero sotto una pioggia torrenziale. La sorpresa e il disappunto crescono poi a dismisura quando Rameau trova il paesino totalmente disabitato, anzi abbandonato da molto tempo, a giudicare dallo stato di degrado dei fabbricati. A Pietramala non si trova per altro nessuna traccia di lingua scritta, ad eccezione di una insignificante successione di una cinquantina di lettere capitali incise nell'arco di un portale, dove sono chiaramente leggibili anche i numeri 1721-1723. Il mistero si infittisce poi ulteriormente quando Elia visita il cimitero del paese notando la totale assenza tombe di bambini. L'avventura prosegue poi per il linguista con la consolazione di qualche spiraglio di luce, grazie all'incontro con Clara Maria (una giovane corsa tenera e graziosa), il ritrovamento di un canto nell'estinta lingua di Pietramala, le informazioni ricevute su un collega newyorchese di nome Shannon, che Elia decide di andare a trovare trasferendosi per qualche tempo a Manhattan. Riuscirà il protagonista del romanzo a risolvere il mistero della scomparsa lingua di Pietramala?
Il protagonista del romanzo si fa conoscere rievocando a tratti eventi del suo passato, come la perdita dei genitori quando era ancora bambino, la protezione e l’aiuto avuti da una facoltosa “Signora”, la passione e i dilemmi legati alla professione di linguista, che fanno affiorare a tratti vere crisi di identità. In diverse circostanze emergono poi tratti originali del suo fisico o del suo temperamento, come la mano sinistra con sei dita o l’essere affetto da “escatofobia”, tanto da non poter gustare i pasti se non in una successione inversa delle portate.
Dall’arrivo di Rameau a Manhattan la vicenda si colora sempre più di toni gialli, mitigati solo dalla conoscenza e dall’amicizia che il protagonista strine con Calibano e Ariel, una coppia di giovani attori, impegnati nelle prove per la messa in scena del dramma La Tempesta di Shakespeare.
La passione per le lingue e la vivacità della mente dell’io narrante si notano bene nel modo in cui egli osserva la realtà ed esprime i suoi sentimenti, ricorrendo spesso a metafore e similitudini. Ecco, ad esempio, la riflessione suscitatagli da un semplice “mi fido” pronunciato a un taxista, incontrato occasionalmente:
"Ci sono momenti in cui sputiamo fuori parole che contengono soluzioni, senza accorgerci che sono soluzioni. Le soluzioni, infatti, non vengono sempre partorite da atti coscienti; si generano e maturano tra scatti di consapevolezza emersi quando non te li aspetti in momenti inerti; affiorano e all’improvviso riscappano, appena cerchi di afferrarle, come pesci in uno stagno poco profondo; le coviamo nella mente tra pensieri infestanti e poi un giorno, magari nelle parole svogliate dette a un taxista, si presentano enormi e sorprendenti, al pari di nuvole sontuose in un cielo d’estate, come qualcosa che non è davvero nostro. 'Mi fido', gli avevo appena detto. 'Mi fido', ripetei senza farmi sentire, sussurrando".
(Gregorio Curto_2021-09-24)

C'è speranza? - Julian Carron

“Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Con queste parole inizia la riflessione di J. Carron nel volume C’è speranza? Il fascino della scoperta, dove le sfide dei nostri giorni (particolarmente quelle legate alla pandemia di Covid-19) si intrecciano con le domande fondamentali dell’uomo di ogni tempo, relative al senso della vita, al perché della sofferenza, alla ricerca della verità.
Il primo capitolo documenta lo smarrimento dell’individuo posto davanti alla paura del contagio e della morte e i diversi modi di reagire a questa paura: si può infatti reagire con l’ingenuo ottimismo di chi pensa che “andrà tutto bene”, confidando nei vaccini o in qualche altra scoperta della scienza; altri reagiscono all’opposto minimizzando o negando i danni della pandemia o buttandosi nell’attivismo, nel frastuono o nella distrazione. Ciò che è più consono alla natura umana è in realtà una posizione di apertura, nella quale si possa riconoscere un bene, anche quando ci raggiunge nascosto in una dura prova, e soprattutto si voglia attendere qualcosa (o Qualcuno). Significativa a questo proposito una citazione di Simone Weil: “I beni preziosi non devono essere cercati ma attesi. L’uomo infatti non può trovarli con le sue sole forze, e se si mette a cercarli troverà al loro posto dei falsi beni di cui non saprà neppure riconoscere la falsità”. Altra citazione nodale nello sviluppo della riflessione è quella tratta dalla poesia di Eugenio Montale Prima del viaggio: “Un imprevisto è la sola speranza, ma mi dicono ch’è una stoltezza dirselo”.
L’imprevisto è però realmente accaduto nella persona di Gesù di Nazaret, che si è proclamato Dio stesso, venuto tra gli uomini. Non ci sarà perciò nulla di più ragionevole che verificare questa ipotesi, cioè indagare se la testimonianza di Gesù - e quella dei suoi primi discepoli che gli hanno creduto e l’hanno fatta arrivare sino a noi - sia credibile. L’autore indaga quindi sulla “credibilità del testimone”, cioè su quando sia ragionevole fidarsi di una persona fino al punto di seguirla, di obbedirgli, come è stato per i discepoli nei confronti di Gesù di Nazaret, e suggerisce un metodo: dare spazio e tempo a quel rapporto. Così hanno fatto i discepoli del Nazareno (non le folle, volubili nell’ascoltare il Maestro solo per un tornaconto superficiale, come l’essere saziati dai pani miracolosamente moltiplicati); così è possibile per ciascuno di noi, nell’incontrare la Chiesa, cioè la Comunità dei credenti che non è altro se non il prolungamento della presenza del Cristo nella storia.
Il fondamento della speranza – prosegue l’autore – è la fede, la cui saldezza si dimostra proprio nel come ci si pone davanti alle prove e alle sfide della vita. Chi ha fede salda non è infatti affossato dalle avversità e affronta ogni situazione dando testimonianza di una letizia indistruttibile, che non rimane nascosta e “contagia” come un virus benefico, con modalità assolutamente imprevedibili, familiari, amici, conoscenti, perfino sconosciuti che si sono incontrati occasionalmente.
Nell’ultimo capitolo del libro l’autore documenta tutto questo leggendo diverse lettere che gli sono state recapitate da persone messe a dura prova dalle circostanze: “la speranza non delude” quando si è posti davanti alle sfide estreme: la morte, la sofferenza, il male, l’incertezza del futuro.
Commovente più di ogni altra la testimonianza di una donna affetta dal novembre 2019 da un tumore molto aggressivo in stato già avanzato. Scrive: “Ho accettato la sfida di verificare l’ipotesi prospettatami, vale a dire che Cristo non mi aveva abbandonato ed era con me in quella circostanza. I frutti di grazia non hanno tardato ad arrivare ... Perfino il dolore, quello fisico e più acuto, che fa paura e mostra tutta la nostra fragilità, non è stato un ostacolo. Ho cominciato ad amare le circostanze, a svegliarmi la mattina accogliendo la giornata con l’entusiasmo di un bambino che aspetta dai genitori un regalo tanto desiderato”. Poi racconta della signora ricoverata nel letto a fianco, di una vera amicizia nata con lei; un’amicizia che continua anche dopo le dimissioni di entrambe dall’ospedale, fino all’ultimo respiro dell’amica. “Ho deciso di andarla a trovare a casa… Dopo essere usciti da casa sua, abbiamo cercato la chiesa più vicina, e il prete ha accettato di andare da lei il giorno successivo per la Confessione, la Comunione e l’Unzione degli infermi. Due giorni dopo è morta. Nei giorni successivi ho scritto al suo compagno, dicendogli di essere stata grata per averla incontrata e certa che fosse morta ‘in grazia di Dio’ e in pace. Lui mi ha risposto che negli ultimi momenti era incosciente, ma prima di morire aveva aperto gli occhi, aveva sorriso e se ne rea andata in pace”.
(Gregorio Curto_2021-09-14)

Biglietti agli amici / Pier Vittorio Tondelli ; a cura di Fulvio Panzeri

La lettura del libro, un insieme di biglietti e pensieri, può essere portata a termine in breve termine. Scorrevole, piacevole e - talvolta- intenso. L’insufficiente conoscenza dell’autore, e la conseguente impossibilità di contestualizzare l’insieme di lettere, non ha permesso di apprezzare pienamente la lettura.

Diario di un curato di campagna - Georges Bernanos

Scritto - com'è d'obbligo per ogni diario - in prima persona, il Diario di un curato di campagna è un quaderno nel quale l'io narrante annota quanto crede utile annotare, in modo piuttosto disordinato (e, almeno apparentemente, scrivendo di getto): fatti, progetti, riflessioni, dialoghi con persone incontrate frequentemente o occasionalmente. Il curato di campagna è un giovane sacerdote al quale è affidata la cura d'anime nella parrocchia di Abricourt, piccolo borgo della Francia settentrionale. Il diario, sul quale non è segnata neppure una data, è particolarmente caro a chi lo scrive; in più punti infatti l’io narrante confessa che lo conforta dedicare del tempo a quest’opera, che pure sottrae tempo prezioso alla sua missione di sacerdote. Nelle pagine dello scritto le riflessioni (spesso sulla debolezza del soggetto, sulla inettitudine alla preghiera e l’inadeguatezza al compito affidatogli), si intrecciano con i modesti successi della pastorale e con alcuni buoni propositi (il catechismo ai bambini, il progetto di uno spazio dove attirare i giovani). Vi sono poi documentate molte relazioni significative, causa di turbamento, ma anche stimolo a una grande fermezza nell’affermazione di una salda fede religiosa. Il giovane sacerdote incontra spesso l’anziano curato di Torcy, intrattenendosi con lui in lunghi dialoghi che vengono riportati nel diario; ingaggia un rapporto conflittuale con il conte, che lo convoca di tanto in tanto al castello, con la contessa e con la loro figlia Chantal (tre membri di una famiglia nella quale serpeggiano conflitti e odio); ha a che fare con due medici atei (il dottor Delbende e il dottor Laville), dopo esseri deciso a farsi visitare, a seguito dei gravi disturbi che lo affliggono da tempo.
La malattia accompagna infatti il curato fin dalle prime pagine del diario: non gli impedisce di svolgere il suo ministero, ma lo condiziona pesantemente, procurandogli notti insonni e suggerendogli un regime alimentare estremamente castigato (pane e vino di pessima qualità), nel quale egli si illude di trovare sollievo. Un brutto giorno, in modo scioccante, il curato, che a lungo si è creduto affetto da tubercolosi, apprende dopo la visita presso il Laville di essere affetto da una grave forma di cancro. Circostanze imprevedibili lo inducono poco dopo a chiedere ospitalità ad un suo antico compagno, il signor Dufrety, con il quale ha condiviso gli studi in seminario e la consacrazione sacerdotale. Dufrety non è più sacerdote: vive da tempo con una donna, che con grande sincerità e affetto racconta al curato la travagliata commovente storia sua e del suo compagno, affetto anch’egli da una grave malattia. Nella casa di questa “coppia irregolare” l’autore del diario si spegne serenamente, come annota nelle ultime pagine del suo scritto:
Ho amato le anime ingenuamente (credo d’altronde di non poter amare diversamente). Questa ingenuità, alla lunga, sarebbe divenuta dannosa per me e per il prossimo, lo sento; giacché ho sempre resistito molto goffamente a un’inclinazione del mio cuore così naturale, che m’è permesso crederla invincibile. Il pensiero che questa lotta sta per finire, non avendo più scopo, m’era già venuto stamane; ma allora ero pieno dello stupore in cui m’aveva messo la rivelazione del signor dottore Laville. Stupore che è entrato in me solo a poco a poco. Era un sottile filo d’acqua limpida; e adesso straripa dall’anima, mi riempie di freschezza. Silenzio e pace. Oh! Beninteso, nel corso delle ultime settimane, degli ultimi mesi che Dio mi lascerà, per tutto il tempo in cui potrò conservare il peso d’una parrocchia, cercherò, come un tempo, d’agire con prudenza. Ma infine avrò meno preoccupazione per l’avvenire, lavorerò per il presente. Questa specie di lavoro mi sembra proporzionato alla mia misura, alle mie capacità. Poiché io non riesco bene che nelle piccole cose; così spesso provato dall’inquietudine, debbo riconoscere che trionfo nelle piccole gioie.
(Gregorio Curto_2021-08-19)