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Gli ultimi messaggi del Forum

Quando mi riconoscerai - Marco Erba

Il romanzo Quando mi riconoscerai è costituito da due storie avvincenti, che occupano la maggior parte della narrazione alternandosi nei diversi capitoli. La prima storia è ambientata ai tempi del fascio e della guerra (inizia nel 1935) e ha per protagonisti i due gemelli Italo e Rodolfo, figli di Anselmo Marchesi; accanto a loro Giorgio Fontana, podestà di Castenate (nome di fantasia, che sta ad indicare un paesino del nord Italia, come la vicina Nersano) e sua figlia Viola. Ci sono poi Aristide ed altri giovani seguaci di Mussolini che si scontrano con Lima e il suo gruppo di antifascisti. Lo scoppio della guerra scompiglia un po’ tutti: porta sofferenza e morte, fa dilagare la violenza (che non si placa nemmeno dopo il 25 aprile del 1945), mette alla prova i legami di affetto, insospettabilmente nati tra giovani che li hanno voluti tenere segreti. Italo diserta la chiamata alle armi e si unisce ai partigiani, mentre Rodolfo e Aristide partono per la campagna di Russia; Viola rimane incinta e rifiuta di rivelare ai suoi familiari chi sia il padre della creatura che porta in grembo e vorrà poi far crescere mostrandole tutto il suo affetto.
La seconda storia inizia nel 1987 ed ha per protagonisti dei bambini che si incontrano a scuola in prima elementare. Tra questi c’è Enea, un alunno preparatissimo nelle materie scolastiche ma visibilmente disadattato, affezionato alla nonna Rita più che ai suoi genitori. Il piccolo si porta appresso un grande cruccio dovuto al fatto che suo padre e lui stesso portano il cognome della nonna e non quella di un nonno, del quale nessuno gli vuole raccontare la storia. Camilla è una compagna di classe di Enea; ha un temperamento forte, con il quale reagisce (ma certo non potendo prevalere, almeno fino a quando rimane bambina) a una mamma volitiva che la picchia, perché – sostiene a ragione la bambina – lei è a sua volta picchiata dal marito. Enea e Camilla crescono, ma non certo da buoni compagni. Enea chiama Camilla “la strega” e si scontra con lei più volte, specialmente quando entrambi crescono e fanno combutta con adolescenti poco raccomandabili, leader di bande rivali. Compaiono Crate, un bullo che convince Enea a rubare dalle carrozzerie gli stemmi della Mercedes e di altre automobili; poi la bellissima Ester, il Ghiro ed altri ancora, in un intreccio di legami sentimentali volubili e sregolati.
Le due storie si intrecciano in un primo momento nel 1989 (ma si tratta ancora di un legame debole, più che di un vero intreccio) nel personaggio Italo, cresciuto fino a raggiungere l’età dei nonni, che si trova ad esercitare la professione di autista del pulmino che porta a scuola Enea e Camilla: è un signore affabile, attento ai bambini, che scrive poesie. Quando va in pensione, Camilla ed Enea sono già dei giovani studenti che hanno fatto le loro scelte, non senza aver preso grandi sbandate, ma non lo hanno dimenticato. Altra figura che, nell’intrecciarsi delle due storie, assume sempre più rilievo è quella di nonna Rita, dalla quale Enea verrà a sapere molto del passato della sua famiglia, specialmente tramite un diario (tenuto a lungo segreto) nel quale ella racconta di sé a Castenate e a Nersano al tempo del fascismo, della guerra, della resistenza e degli anni immediatamente seguenti.
Il romanzo ha una trama avvincente, segnata da momenti di grande suspence e da imprevedibili colpi di scena. C’è come un contrasto tra la generazione dei giovani degli anni Trenta e Quaranta, provati dai pericoli e dal dolore, e gli adolescenti sregolati di fine secolo (provati del resto anch’essi da sfide non meno ardue). Anche questi ultimi, del resto, si vedono crescere nelle asperità e acquisire progressivamente giudizio e stabilità, come suggerisce l’avvenimento gioioso con il quale si conclude la narrazione.
(Gregorio Curto_2021-01-21)

Fred l'amico immaginario / Eoin Colfer, Oliver Jeffers

Una storia incantevole che sa parlare ai bambini della solitudine e della scoperta dello straordinario potere che ha l'amicizia, immaginaria o no. C'è tanto in questo libro illustrato, c'è il divertirsi insieme condividendo moltissimo insieme a tanta paura della scomparsa, della fine di questo legame speciale. C'è, infine, soprattutto la fiducia profonda che anche quello che non si vede ed è impalpabile resta. L'immagine finale della statua è un inno commovente e luminoso a questo "rimanere" di ciò che è stato intenso e ci ha cambiati.
Consigliato per bambini delle elementari.

Magari domani resto / di Lorenzo Marone

Una storia che incoraggia alla speranza e all'ottimismo, il racconto di un breve tratto di vita di una tenace ragazza che non si può non amare: Luce ci insegna che spesso la felicità sta proprio sotto i nostri occhi..... ci impiega solo un po' di tempo a farsi notare.

Vedere il giorno / Emma Giuliani

Bellissimo libro, una perla, da trattare con cura perchè delicato come lo sono i fiori che si susseguono pagina dopo pagina. Aprendoli, si rivela tutta la forza dei loro colori, che scandisce e racconta i diversi momenti della vita vegetale ma anche, intrecciata, della nostra esistenza di esseri umani. Il testo è una poesia, toccante e commovente, adeguatissimo alle immagini essenziali. Un libro per bambini ma anche per grandi: fin nei più piccoli dettagli (come la minuscola coccinella rossa che ci accompagna in ogni illustrazione) esso sa parlare del nostro modo di stare al mondo così fragile, così delicato, ma anche così pieno di speranza e bellezza.

Fratelli tutti - Francesco

«La Chiesa apprezza l’azione di Dio nelle altre religioni, e “nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che […] non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”. Tuttavia come cristiani non possiamo nascondere che “se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provoca a lottare per la dignità di ogni uomo e donna”. Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso “scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti”».
Con queste parole si esprime Papa Francesco in uno degli ultimi paragrafi dell’enciclica Fratelli tutti, dopo un approfondito esame della situazione e delle sfide poste all’umanità da un mondo profondamente trasformato negli ultimi decenni. Il Santo Padre, dopo aver ricordato il suo recente incontro con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dhabi e quello – nel lontano 1219 - di Francesco d’Assisi con il Sultano Malik-Al-Kamil in Egitto, riflette anzitutto su una umanità che vede tanti “sogni che vanno in frantumi”, caratterizzata da scarto e sprechi, solitudine, diritti umani non tutelati, deterioramento dell’etica. La pandemia dovuta al covid 19 ha poi accentuato tanti elementi di crisi, mostrando la debolezza delle presunzioni dello scientismo e richiamando ad una solidarietà universale, che si rende oggi quanto mai necessaria, perché “siamo tutti sulla stessa barca”.
Nella seconda parte dell’enciclica Papa Francesco si sofferma a commentare la parabola del Buon Samaritano, richiamando le coppie di sposi e gli amici a vivere una dimensione di apertura e affermando che la solidarietà è “un modo di fare storia”. Ricorda anche la funzione sociale della proprietà privata e la necessità di un mondo con “diritti senza frontiere (…): nessuno dunque può rimanere escluso, a prescindere da dove sia nato, e tanto meno a causa dei privilegi che altri possiedono per essere nati in luoghi con maggiori opportunità. I confini e le frontiere degli stati non possono impedire che questo si realizzi. Così come non è accettabile che una persona abbia meno diritti per il fatto di essere donna, è altrettanto inaccettabile che il luogo di nascita o di residenza già di per sé determini minori opportunità di vita degna o di sviluppo”. Poiché “ogni paese è anche dello straniero” tanto i singoli quanto la collettività hanno il compito di “accoglier, proteggere, promuovere e integrare”, fino ad un vertice di dono, che si manifesta come “gratuità”.
A proposito di “locale e universale” il Santo Padre precisa che “bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Le due cose unite impediscono di cadere in uno di questi due estremi: l’uno, che i cittadini vivano in un universalismo astratto e globalizzante; l’altro, che diventino un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini”. L’attenzione al “locale” si esprime in Papa Francesco anche come apprezzamento dello “spirito del ‘vicinato’, dove ognuno sente spontaneamente il dovere di accompagnare e aiutare il vicino”, una dimensione che si vive ancora in alcuni quartieri popolari.
L’enciclica tratta quindi i temi del lavoro come dimensione irrinunciabile della dignità umana, del principio di sussidiarietà, della politica che “non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia”. “Riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella e ricercare una amicizia sociale che includa tutti non sono utopie”, prosegue il documento, considerando la politica “una vocazione altissima” e” una delle forme più preziose della carità, perchè cerca il bene comune”. Chiare risuonano infine parole di ferma condanna, quando si tratta del terrorismo, della guerra, della produzione e del commercio delle armi, della pena di morte; mentre si richiamano la necessità della libertà religiosa, l’obiettivo di eliminare la fame e di favorire una “cultura dell’incontro”, il saper perdonare “senza dimenticare”.
(Gregorio Curto_2021-01-09)

Città d'argento

“Le torna in mente Sena, il suo abbraccio al cimitero, i capelli di quel colore così eccentrico. E poi Srebrenica, la città d’argento, con i suoi boschi e le sue colline”. Questi i pensieri e i sentimenti di Greta, la quattordicenne protagonista del romanzo, al termine di un travagliato percorso che l’ha condotta a conoscere meglio se stessa e gli altri, a saper guardare alla realtà con uno sguardo positivo, a perdonare e a insegnare a perdonare. Nel libro di Marco Erba il quotidiano dei nostri giorni, intessuto – specialmente per i giovanissimi – di cellulari, whatsapp e instagram, si intreccia con i drammatici ricordi della guerra che ha devastato negli anni Novanta del secolo scorso la ex-Jugoslavia. Greta Osmanovic è infatti figlia di un musulmano bosniaco di nome Edin e di una donna italiana (Daniela), con i quali vive a Milano. Edin è arrivato in Italia dopo un doloroso esodo seguito alla invasione della sua città (Srebrenica) ad opera dei Serbi. Sua mamma (nonna Ema, per Greta), dopo aver vissuto qualche anno col figlio a Milano, ha preferito tornare nella sua terra di origine, andando ad abitare a Sarajevo.
Al primo anno di liceo Greta è una giovane campionessa di nuoto, ambiziosa, con una spiccata simpatia per un ragazzo un po’ più grande di lei (Nathan) e una rivalità (nello sport e nella vita affettiva) con la compagna di classe Anna. È una ragazza equilibrata, affezionata ai genitori, brava a scuola. Come tesina per l’esame di terza media ha scelto la guerra nella ex-Jugoslavia degli anni Novanta, argomento che ha approfondito su libri e siti internet, dato l’estremo riserbo di suo padre, che non ha voluto raccontarle del suo doloroso passato.
Terminato il primo anno di liceo, Greta ha un’occasione d’oro per andare a visitare la patria di Edin e ad incontrare la nonna Ema: una gara di nuoto, che si disputerà proprio a Sarajevo. I genitori, dopo intenso ripensamento e accese discussioni in famiglia, si decidono entrambi ad accompagnarla. Greta vince la gara (i 200 stile libero, che sono la sua specialità), ma tornerà a casa con un ben più prezioso bottino, che pure le sarà costato travaglio e dolore. Dapprima dalla nonna infatti, e poi dal padre, verrà a conoscere tanti particolari della storia della sua famiglia: l’esistenza di uno zio Faris (fratello di Edin), l’amicizia tra quest’ultimo e Goran (un giovane serbo, che la guerra renderà avversario spietato di tutti i bosniaci musulmani), l’assedio repentino della città di Srebrenica, consumatosi al cospetto di un contingente di caschi blu delle Nazioni Unite rimasto inoperoso. L’odio è alimentato dalle guerre, ma tra le persone, anche quando i popoli sono nemici giurati, persiste un legame che vince tutte le sfide, manifestandosi anche con un coraggio capace di rischiare o perfino di sacrificare la vita. Questo è quel che apprende Greta, mano a mano che viene a conoscere le vicende vissute dalla nonna Ema, dallo zio Faris, da Goran, fino a quando lo stesso Edin non si decide a raccontare di sè, tra le lacrime, ma in un dolore che lo rende finalmente libero.
Può apparire stridente l’accostamento tra il dramma di una guerra che ha fatto tante vittime e i futili successi o insuccessi in una gara sportiva, o gli innamoramenti e le gelosie di un’adolescente, ma così è la vita: dalla dolorosissima storia della sua famiglia e del suo paese di origine dilaniato dalla guerra, Greta impara a ridimensionare l’esito delle sue prestazioni di nuotatrice, a guardare con simpatia la sua rivale Anna, a confidarsi e trovare conforto in Marko (il ragazzo serbo che incontra a Sarajevo). Grazie specialmente alla nonna Ema, che le racconta di come ha conosciuto Sena e la sua storia, Greta impara qualcosa che non dimenticherà mai: impara (e insegna, agli altri personaggi del romanzo, come ad ogni lettore) a non avere nemici; ad accogliere ogni evento, per quanto possa essere tragico, senza mai disperare; a perdonare tutti, anche chi ci ha fatto del male.
(Gregorio Curto_2020-01-06)

Il buio oltre la siepe - Harper Lee

“Mentre andavo a casa, pensai che Jem e io saremmo diventati grandi ma che non ci restavano molte cose da imparare, tranne forse l’algebra”. Di questo è convinta l’adolescente Jean Louise Finch, detta Scout, io narrante di un romanzo che abbraccia un ristretto arco di tempo, a partire dai suoi quattro anni. La vicenda si svolge a Maycomb, cittadina dell’Alabama, negli anni Trenta del ventesimo secolo ed ha per protagonisti, oltre a Scuot, il fratello Jem (maggiore di quattro anni) e il padre Atticus. Alcuni flash back, inseriti qua e là nei primi capitoli del libro, ci informano su alcuni antenati della famiglia Finch e sulla prematura morte della mamma dei ragazzi e moglie di Atticus. Scout la ricorda così, con il suo stile commovente di adulto che “sente” e si esprime come i bambini, che caratterizza tutta la narrazione:
Nostra madre era morta quando avevo due anni, perciò non ho mai sentito la sua mancanza. Era una Graham di Montgomery; Atticus la conobbe quando fu eletto per la prima volta all’assemblea legislativa dell’Alabama. Allora era già entrato nella mezza età, mentre lei aveva quindici anni di meno. Jem fu il prodotto del loro primo anno di matrimonio; quattro anni dopo nacqui io, e due anni dopo nostra madre morì per un improvviso attacco cardiaco. Dicevano che era un male di famiglia. Io non ho sentito la sua mancanza, ma credo che l’abbia sentita Jem. Lui se la ricordava chiaramente, e qualche volta a metà di un gioco non la finiva più di sospirare, poi se ne andava a giocare da solo dietro il garage.
Altri personaggi del romanzo sono la domestica di colore Calpurnia, la zia Alexandra, il giovanissimo Dill, compagno di giochi e di avventure, almeno nei mesi estivi, di Scuot e Jem, l’irraggiungibile Arthur Radley, detto Boo, la cui abitazione è circondata da una fitta ombra di mistero. Il romanzo si apre con lo sguardo della piccola Scuot, non ancora in età scolare, spalancato sulla realtà; poi arrivano i primi mesi di scuola, con la conoscenza dell’insegnante e dei compagni di classe, che l’io narrante tratta sempre senza pregiudizi e con estrema schiettezza. Mano a mano che i bambini crescono, si fa conoscere anche Atticus, padre premuroso, profondamente affezionato ai suoi figli, pur essendo tutto preso nelle sue letture e nell’impegnativa professione di avvocato.
La vicenda ha una svolta quando si viene a sapere di un caso giudiziario molto delicato, che vede Atticus difensore di Tom Robinson, un uomo di colore menomato ad un braccio, accusato di violenza carnale nei confronti della giovane Mayella, figlia di Bob Ewell. Il caso riaccende il conflitto raziale, mai sedato a Maycomb, e attira su Atticus (bianco difensore di un nero) poche simpatie e molta ostilità. Jem e Scuot, all’insaputa del padre, si introducono nell’aula del processo, nella quale confluiscono, con il giudice Taylor e una giuria popolare, diversi testimoni e un folto pubblico. Il verdetto di colpevolezza delude profondamente i giovanissimi Finch, perché lo ritengono ingiusto, mentre Atticus, parimenti deluso ma meno sorpreso, si ripropone di ricorrere in appello con il suo assistito. I successivi colpi di scena (Tom Robinson ucciso mentre cerca di evadere dalla prigione, una aggressione della quale sono vittime Jem e Scout) scompigliano i piani di Atticus, ma giovano certo a far crescere umanamente i suoi figli e a rafforzare il loro legame affettivo col padre.
Nel dipanarsi di una vicenda altamente drammatica, l’io narrante non perde la sua schiettezza, come quando racconta della resistenze opposta alla zia Alessandra, che vorrebbe farla diventare una “signorina per bene”; né manca a tratti una componente di ilarità, ad esempio nella narrazione della preparazione della festa di Halloween, dove Scout andrà con un vestito che la trasforma in un grosso prosciutto. Infine l’ultima pagina del romanzo, dopo gli sconvolgenti avvenimenti che l’hanno vista protagonista, ci ridona un io narrante teneramente sorretta dalle braccia del padre:
Mi slacciò la tuta, mi schiacciò contro di lui e me la tolse. Mi tenne in piedi con una mano e con l’altra prese il mio pigiama… Mi guidò fino al letto e mi fece sedere… Mi alzò le gambe e mi ficcò sotto la coperta… Avevo le sue mani sotto il mento, stavano tirando su la coperta, me la rimboccavano tutt’intorno… Spense la luce e tornò nella camera di Jem. Ci sarebbe rimasto per tutta la notte, e sarebbe stato là al risveglio di Jem, al mattino.
(Gregorio Curto_28-12-2020)

R: L'enigma della camera 622 - Joël Dicker

Sono pienamente d'accordo con l'utente 140 che ha scritto esattamente ciò che volevo scrivere io, un inutile feuilleton di ben 632 pagine, uno stile di scrittura molto elementare e basico, trama assurda che sfiora il ridicolo, spiace che Joel Dicker stia vivendo a rimorchio del successo del suo primo libro

R: La grande fuga - Ulf Stark

Buongiorno, rilevo che la descrizione nell'abstract si riferisce ad un altro libro e non a "la grande fuga" di Ulf Stark, che parla della fuga un vecchio nonno da una casa di riposo con l'aiuto del nipotino