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Gli ultimi messaggi del Forum

L'Arminuta / Donatella Di Pietrantonio

Forza, coraggio, affetto reciproco che vincono difficoltà e sofferenze. Una bella storia tutta al femminile, con una magnifica descrizione dell'animo adolescente dentro una scrittura asciutta e di grande efficacia. Ci resta ignoto come si chiami veramente la protagonista e mi sembra anche la madre naturale, che l'autrice vuole evidentemente restino per sempre solo Arminuta e Madre, forse paradigmi con cui poter condividere tutti le nostre piccole o grandi tribolazioni.

Addio fantasmi - Nadia Terranova

La scrittrice non riesce a farti entrare in empatia con i personaggi. Il dolore è descritto più che raccontato, è come se ci fosse una patina artificiosa, e un po' retorica, che separa il lettore dai protagonisti. Peccato

La baracca dei tristi piaceri : romanzo / Helga Schneider

La struttura del libro è "a intervista" con continui flashback dal presente al passato: protagonista una donna tedesca sopravvissuta ai campi e della sua scellerata scelta non scelta di essere una prostituta. Il tema decisamente scottante ed emotivamente scioccante è stato trattato, dal mio punto di vista, con eccessivo distacco, dato proprio dal personaggio anziano della protagonista. Non so se fosse voluto, ma non ha creato empatia

L'ombra di Caterina - Marina Marazza

Il libro racconta la biografia, romanzata, di Caterina, mamma di Leonardo Da Vinci.
L'autrice è stata brava nel saper scindere Caterina dall'epopea del figlio. Leonardo rimane sempre nella cornice, ma non al centro del romanzo. Ne emerge una figura schietta, forte, indipendente.

L'albero di Goethe : romanzo / Helga Schneider

Tema tremendo e scottante, trattato con delicatezza e rispetto.
Quello che emerge, nonostante la terribile tragedia dei campi di concentramento, è un messaggi di speranza, che enfatizza la forza e il valore dei sentimenti, l'amicizia e la solidarietà. Una metafora e, insieme, una costatazione: la limpidezza delle emozioni appartengono ai bambini, ai ragazzi che, in mezzo alla devastazione e miseria, trovano "altro".

Il rumore dei tuoi passi : romanzo / Valentina D'Urbano

Una storia di marginalità, un contesto fatto di violenza, sporcizia, noia che potrebbe effettivamente strizzare l'occhio ai luoghi comuni, eppure in mezzo alla polvere, nascosti e quasi "tutelati" le pagine raccontano sentimenti veri, ruvidi, spigolosi, belli. Una tecnica narrativa audace: nella prima pagina l'autrice spoilera la fine della storia e, comunque, o forse proprio per quello avvinghia il lettore nel desiderio di arrivare alla fine, ma anche di rimanere in "attesa", come se quel finale potesse cambiare da un momento all'altro. La sua bravura è quella di far sospendere il giudizio rispetto alle brutture che racconta. Davvero brava!

C'è un dinosauro al tredicesimo piano - Wade Bradford

Recensione della Redazione di Brianzabiblioteche Ragazzi:
Mister Sleepy ( Nomen omen!) arriva in albergo e non vede l'ora di appoggiare la testa sul cuscino.
Entra nella prima camera e trova un topolino addormentato nel letto. Nella seconda stanza un maiale.
Passa di camera in camera ma continua a trovare curiose sorprese. Finché non entra nell'ultima stanza dell'ultimo piano, dove in un letto enorme dorme... un grosso dinosauro gentile. Divertimento assicurato!

La bella putta - Daniele Begato

un giallo-noir con una bella ambientazione storica e un linguaggio che fa immergere il pensiero nei personaggi. Belle e interessanti le caratteristiche psicologiche rappresentate e poi un buon finale, non scontato.
Mi sembra un buon esordio per un Autore che ci darà altre soddisfazioni.

La verità nasce dalla carne - Luigi Giussani

"La verità nasce dalla carne", terzo volume della collana “Cristianesimo alla prova”, raccoglie le lezioni tenute da don Luigi Giussani agli Esercizi Spirituali annuali di Comunione e Liberazione tra il 1988 e il 1990: una ricchezza sovrabbondante di riflessioni e considerazioni che vanno dritto al cuore, mettono in crisi ma sempre incoraggiano, mobilitano la persona mostrando la pertinenza delle fede alle esigenze della vita. Incontrato Gesù e riconosciutolo presente nella Chiesa, la vita non diventa facile, ma nessuna prova può sopprimere una letizia di fondo che fa guardare tutto con simpatia e certezza di bene.
Il cristianesimo al quale richiama don Giussani non è una filosofia né un insieme di norme da rispettare. Parlando della Koinonìa (così veniva chiamata nella primitiva comunità cristiana la “comunione” vissuta dai fedeli, che arrivavano a condividere i loro beni), l’autore afferma: “La giustizia umana misura; invece la moralità cristiana non misura mai, guarda se stai tendendo, guarda in che posizione di tensione e di direzione sei, se stai tendendo a mettere tutto in comune, sia le risorse materiali che quelle spirituali… La parola tendenza che cosa salva? Salva l’unico modo di rapporto tra l’uomo e l’infinito, che si chiama libertà: la libertà dell’uomo e la libertà di Dio, che a uno può far compiere la traiettoria in un lampo – come l’ha fatta compiere a Santa Teresina del Bambin Gesù – e a un altro può far compiere la traiettoria in quarant’anni nel deserto, come l’ha fatta compiere a Mosè. ‘E nessuno giudichi’ dice San Paolo”.
   In una lezione degli Esercizi del 1989 don Giussani ribadisce che “il cristianesimo non è un insieme di regole morali, un insieme di riti, un insieme di dottrine, ma un evento, un avvenimento” e come tale rimane perennemente attuale, essendo Cristo non un fatto del passato ma un uomo risorto, vivo e perciò sempre presente. La carità vissuta è una conseguenza dell’amore a Cristo. “E l’amore a Cristo non è là dove uno è perfetto, ma dove uno ne fa memoria, lo ricorda e dice: ‘Vieni, Signore!’. Non sai come venga, non sai come si espliciterà dentro quello che vivi, ma viene”. A questo proposito è citato Charles Peguy, che in una sua opera scrive: “Non si è cristiani perché si è giunti ad un certo livello morale, intellettuale, magari spirituale. Si è cristiani perché si ‘appartiene’ a una certa razza ascendente, … a una certa razza mistica, a una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, a un certo sangue”. Commenta don Giussani. “Come ci sentiamo connaturali con Peguy”, sottolineando che nella Chiesa e nelle comunità del Movimento di Comunione e Liberazione “l’unità è imperfetta ma reale… tanto imperfetta quanto reale veicolo di Cristo e del Mistero della Chiesa (è la compagnia mia con te, amico, che, se non è totalizzante, non è vera; non si può appartenere fin dove si vuole: si appartiene!)”.
   Altrove si parla di sacrificio e di obbedienza come condizioni per il fiorire della personalità. “Cristo deve nascere dalla carne sempre! È nato dalla carne, Dio. E gli uomini che unisce a sé, che elegge, li elegge per rinascere in essi, dalla loro carne, cioè dal loro tempo e dal loro spazio, dalla loro vita. Eh, sì, lo capisco, è una vita cambiata… Perché nel sacrificio la verità nasca dalla carne, perché Cristo entri nel mondo di oggi attraverso di noi, il nostro tempo e il nostro spazio, la nostra vita, noi, membri Suoi, occorre che la dinamica della vita sia obbedienza. È questa la novità, una novità forse deludente per i più, ma quando si comincia a viverla tutto cambia”. Emblematica a questo riguardo la figura di Abramo nella prova richiestagli del sacrificio del figlio, erede della Promessa. “Dio non ci dice di non amare, come non ha chiesto ad Abramo di non amare Isacco. Per un amore più grande, l’amore a Dio, l’amore di Isacco è diventato eterno ed è diventato simbolo per tutta la storia. Così l’amore a noi stessi diventa grande nel sacrificio di noi stessi: l’amore a noi stessi diventa grande, tocca il suo destino”.
(GC)

Siamo tutti greci - Giuseppe Zanetto

“La Grecia antica è un ‘luogo’ straordinario, un territorio popolato di idee, personaggi, storie, immagini che raccontano l’uomo e l’umano. Dobbiamo andarci, con la mente e con il cuore, perché in pochi altri luoghi (forse in nessuno) possiamo trovare tanta verità e tanta bellezza; e dobbiamo andarci con la consapevolezza che si tratta di camminare a ritroso di molti secoli. Ma quando ci arriviamo e ci guardiamo attorno, ci rendiamo conto che molto di quel che vediamo ce l’avevamo dentro: evidentemente perché la tradizione l’aveva trasportato nel tempo, consegnandolo a noi e alla nostra epoca. Possiamo quindi tornare al presente con la certezza che laggiù, in Grecia, c’eravamo già stati. Siamo tutti greci, infatti”.
Questa la conclusione del bel libro di Giuseppe Zanetto, che documenta il suo asserto con un attento esame del patrimonio lasciatoci nostri “antenati culturali”, in un articolato percorso che prende in considerazione varie problematiche e tematiche: dal ruolo della donna al riconoscimento dei diritti civili, dalla politica all’arte, dallo sport alla religione. L’antica Grecia ci è lontana nel tempo – precisa ancora l’autore – e si tratta di una lontananza che non si può misconoscere o colmare artificiosamente. Per altro in diverse epoche la si è vista come attraverso una lente, perciò diversa da come era in realtà: pensiamo solo al classicismo, che ha ammirato “la purezza e il candore” di templi e sculture, che nell’antichità erano rivestiti di vivaci colori e adornati da gioielli e vari accessori di metallo. I secoli che ci separano dall’epoca di Milziade, di Pericle e di Fidia hanno profondamente mutato l’assetto sociale, politico e culturale del mondo, ma il “siamo tutti greci” coglie una verità più profonda di quella che si riscontrerebbe in una semplice vaga somiglianza di forme e strutture, perché è radicata nella spiritualità dell’essere umano. “I Greci antichi infatti hanno riflettuto su se stessi, hanno discusso ogni singolo aspetto del loro mondo, valutandone pregi e difetti, hanno cercato di spiegarne le ragioni…, hanno elaborato percorsi critici, giudizi morali, schemi mentali… La ‘perennità’ della cultura greca consiste in questo: nell’avere riflettuto sull’uomo, su ciò che l’uomo – a prescindere dalla sua epoca – deve affrontare per il fatto stesso di essere al mondo. La Grecia, dunque, l’abbiamo dentro di noi, in ragione del nostro essere uomini”.
Il libro è di scorrevole lettura, vivacizzato da frequenti riferimenti ad opere letterarie, attraverso le quali si manifestano le convinzioni, lo stile di vita, le questioni sociali e morali dibattute. I primi capitoli ci presentano sotto diverse prospettive la condizione della donna. Figure di spicco sono qui Lisistrata, protagonista dell’omonima commedia di Aristofane e Prassagora, animatrice della rivolta del gentil sesso in Le donne all’assemblea, altra opera teatrale di Aristofane. Eloquente anche la figura di Panfile nella commedia Epitrepontes di Menandro: con saggezza e umiltà riconduce infatti a sé il marito infedele, ma si rivela prima pronta all’umiliazione dell’abbandono, convinta che il matrimonio sia un’unione per la buona e la cattiva sorte. “Io sono entrata nella sua casa – dice al padre riferendosi al marito infedele – come compagna della vita e della fortuna. È caduto? Lo sopporterò”.
Non meno interessanti i capitoli relativi allo studio del corpo umano e al suo riflettersi nell’arte, specialmente scultorea. L’autore coglie una significativa evoluzione dalla staticità del modello detto kouros all’Apollo Parnopios (“un corpo che riceve spinta dall’animo, e un animo che trasmette senso al corpo”); dalla rappresentazione degli atleti celebrati nei versi degli epinici di Pindaro (notando come letteratura e arti figurative si integrino a vicenda nel renderci vicina la Grecia antica) fino alla perfezione e vitalità dei Bronzi di Riace, due sculture del V secolo a.C. ritrovate fortuitamente da un subacqueo dilettante nel 1972, oggi collocate al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. “Chi entra nella sala dove i Bronzi sono esposti è colpito dalla loro straordinaria naturalezza, ha l’impressione che le due statue ricambino il suo sguardo e che possano mettersi in movimento, da un momento all’altro, e scendere dai piedistalli”.
Il capitolo Futuro nel passato documenta come il felice intreccio tra archeologia e letteratura ci consenta di conoscere meglio l’antica Grecia. L’autore considera dapprima una lirica della poetessa Saffo (solo recentemente ritrova dagli archeologi in un foglio di papiro) che lamenta la lunga lontananza del fratello da casa. Fa poi riferimento ad un altro frammento della celebre poetessa dell’isola di Lesbo, nel quale si narra di un santuario (recentemente venuto alla luce a seguito di scavi archeologici) nel quale erano venuti a pregare Agamennone e Menelao. Le nozioni apprese dalle fonti archeologiche aggiuntesi a quelle letterarie consentono così di “ricostruire meglio la realtà della Lesbo arcaica”. La combinazione delle nozioni fornite dall’archeologia con quelle desunte dalle opere letterarie diventa ancora più sorprendente quando si confrontano i canti dei poemi Omerici con il ritrovamento del palazzo di Nestore e con gli scavi nell’isola di Itaca, sebbene qui non sia ancora venuta alla luce una “reggia di Ulisse”.
In un altro capitolo Giuseppe Zanetto tratta della religione, chiedendosi se gli antichi greci potessero credere veramente a divinità imperfette e litigiose, che tramano inganni e vendette, ordiscono tradimenti, covano risentimenti. Considera poi come il cristianesimo abbia bollato gli dei del paganesimo come “falsi e bugiardi”, ma documenta anche come la situazione dell’antica Grecia avesse molti aspetti di diversità da quella del nostro tempo. Racconta ad esempio di un santuario dedicato al dio Asclepio e di guarigioni prodigiose lì avvenute, considerando che “tra la medicina scientifica e quella del santuario non c’è una contrapposizione ideologica” e osserva senza scandalo che si credeva realmente agli oracoli, specialmente quelli di Delfi, dove in molti si recavano per avere responsi che riguardassero non solo il loro cammino personale ma anche le azioni da intraprendere nella politica di una città, come la scelta di dichiarare una guerra o fondare una colonia.
“Siamo tutti greci” - per concludere, riprendendo un episodio ben noto anche a chi non avesse conoscenze approfondite della cultura classica - nel sentirci in sintonia con Antigone, che nell’omonima tragedia di Sofocle seppellisce il fratello contravvenendo alle leggi del tiranno di Tebe: “l’idea che la ispira – scrive Giuseppe Zanetto - è la stessa che ritroviamo in tutti i disobbedienti, di ieri e di oggi: un ordine moralmente ingiusto non deve essere eseguito”.
(GC)

Santi / Cyril Martindale ; presentazione di Luigi Giussani

Ha conservato tutto il fascino e l’attualità degli scritti perennemente edificanti il libro Santi di Cyril Martindale, pubblicato in prima edizione italiana nel 1950 e recentemente ristampato da Jaca Book. Il volume riporta il testo di interventi tenuti dall’autore ad una trasmissione radiofonica nel 1930, come si desume dai dati riportati in riferimento alle Conferenze di San Vincenzo fondate dal beato Federico Ozanam: “Esse contano oggidì (1930) 154.995 membri attivi e 78.600 membri onorari”.
Ogni capitolo, ad eccezione dell’ultimo, è dedicato a un santo, del quale è tracciato un breve profilo, seguendo un ordine cronologico: da San Paolo, Sant’Antonio d’Egitto, Sant’Agostino… fino a San Vincenzo de’ Paoli, Giovanni Battista Vianney (noto anche come Curato d’Ars), Giovanni Bosco. Tra i grandi del Medioevo troviamo San Francesco e San Tommaso, noti esponenti di famiglie benestanti che hanno abbracciato la vita religiosa con un ardore esemplare, che li ha resi riformatori della chiesa e trascinatori di molti seguaci; ma compare anche Sant’Edoardo, re d’Inghilterra (1003-1066). “In un’epoca in cui la corruzione e l’estorsione erano tanta parte della vita pubblica – nota Martindale – Edoardo pare essere stato del tutto indifferente al denaro; egli rinunciò a tutto quanto il tributo imposto dai Danesi (il cosiddetto Dane-geld) che il popolo versava ormai da oltre trentott’anni e che formava una piccola parte della rendita personale del sovrano. Quando i nobili del reame desiderosi di acquistare meriti ai suoi occhi, gli portarono una grossa somma che avevano spremuta ai loro vassalli, egli la rifiutò e diede ordine che fosse restituita a coloro che l’avevano versata”.
Sorprendente, quanto poco conosciuta, è poi la vita di Ermanno lo storpio (1013-1049), venuto al mondo “orribilmente deforme” Fu infatti soprannominato “il rattrappito, tanto era storpio e contratto: non poteva star dritto, tanto meno camminare; stentava persino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui… Aggiungerò – prosegue l’autore – che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche ‘deficiente’”. Mandato dai genitori a vivere in un monastero, Ermanno diventa un grande testimone della fede, tanto da essere trovato da chi lo incontra – così riportano i cronisti del suo tempo – “piacevole, amichevole, conversevole, sempre ridente; tollerante, gaio”. Tutti gli volevano bene, mentre lui, crescendo, “imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica”; scrisse anche un Chronicon di storia del mondo e costruì orologi e strumenti musicali.
Nell’ultimo capitolo Martindale ritrae i “santi senza il ‘san’”, cioè persone non cononizzate né beatificate (almeno fino al 1930), ma “compiute, pienamente realizzate”, vissute in diverse epoche ed appartenenti a vari ceti sociali: oltre a Federico Ozanam, tra gli altri, Contardo Ferrini, Matt Talbot, Pier Giorgio Frassati. Anche questi sono a chiunque di esempio e di sprone, per l’attrattiva che esercitano su chi desidera – e chi potrebbe non desiderarla? - una vita “unita”. Il santo – scrive Luigi Giussani nella presentazione del libro “non è un superuomo, il santo è un uomo vero… perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costituito il suo cuore, e di cui è costituito il suo destino”. E più avanti: “Un amore alla vita, creatura di Dio , dentro un abbraccio consapevole e leale delle sue condizioni esistenziali, disegno di Dio, caratterizza la figura del santo. Egli, per affermare la propria vita appassionatamente non ha bisogno di dimenticare o di rinnegare nulla: tanto meno, starei per dire, la morte”. Il santo ha perciò anche più chiara di chiunque altro la “coscienza dell’incapacità” dovuta ad una fragilità propria della condizione umana (“è l’uomo che più acutamente e drammaticamente ha l’esperienza di tale fragilità e la coscienza del peccato”); è umile, ma “l’umiltà s’appoggia ad un’ultima calma perché la riconosciuta verità di sé induce la pace in cui è il ristoro, il rifluire della vita autentica. È un invito all’umiltà del cuore l’insistenza di San Paolo: ‘Siate lieti, ve lo ripeto, siate lieti’”.
(GC)