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Gli ultimi messaggi del Forum

Fratel Ettore e i suoi amici / Luciano Moia

Fratel Ettore (per il quale si aperta nel febbraio 2013 la causa di beatificazione) è tornato alla casa del Padre il 20 agosto del 2004; ha vissuto fino all’ultimo istante donando senza riserve tutto se stesso per servire gli ultimi, ma qual tempra d’uomo sia stato si intende già dai primi passi della sua missione, come ben documenta il libro di Luciano Moia, pubblicato nel 1991. Nato nel 1928 in un piccolo centro della provincia di Mantova in una famiglia di modeste condizioni economiche, Ettore è stato da ragazzo un semplice mandriano, ben disposto a lavorare per mantenersi e dare un aiuto al padre, alla madre e alle quattro sorelle. L’incontro con il camilliano padre Koser lo segna quando è ancora un ragazzo, ma è dopo la dura prova di un ricovero all’ospedale di Verona, dove soffre per una brutta ernia al disco, che matura in Ettore la scelta vocazionale. Né in seguito a questa scelta la strada gli si appiana, negli anni trascorsi prima nel seminario di Verona e poi a Venezia, mentre da casa sua gli giunge la notizia di un incidente occorso al padre, che si infortuna gravemente per una brutta caduta (da tre metri di altezza) mentre lavora nei pressi del fienile.
Giunge però anche il giorno della vestizione e poco dopo un sogno profetico: “Vede Gesù Bambino in braccio alla Madre che sobbalza di gioia. Poi si ferma a poca distanza da lui facendogli segno di avvicinarsi. Ettore da principio è riluttante, quasi impaurito per un gesto così esplicito di familiarità e di confidenza, poi finalmente s’avvicina e Gesù Bambino gli prende la testa e sospingendola verso il cuore della Madonna: ‘Confida in lei e sarai al sicuro’, dice il Bambino”. La devozione alla Madonna di fratel Ettore sarà da quel giorno indefettibile e si manifesterà in modi clamorosi e dirompenti, come le processioni con la statua della Vergine per le vie e piazze centrali di Milano o le sortite inaspettate, con la stessa statua, alle porte o all’interno delle sale comunali con i consiglieri radunati a discutere dell’assistenza ai poveri.
La svolta più significativa del percorso di fratel Ettore avviene quando i superiori gli affidano il compito di assistere i malati e i bisognosi “fuori dalla clinica” (ubicata in Via Macchi a Milano), dove già i Camilliani prestano il loro servizio: è questo infatti il primo passo, che porta presto all’incontro con i “barboni” che stazionano nei pressi della Stazione Centrale, per i quali (dopo un intenso braccio di ferro con le autorità civili) il primo gennaio del 1979 si può finalmente aprire il ricovero di Via Sammartini. I passi che segnano l’avventuroso cammino di fratel Ettore e della sua opera sono una valanga di imprevisti in alternanza buoni e infausti, come documenta anche un altro sogno profetico relativo al progetto di ampliamento di Casa Betania, altro ricovero allestito nella città di Seveso, alcuni anni dopo quello di via Sammartini. Questa volta la profezia non è di fratel Ettore, ma di un suo assistito, che sogna proprio ciò che si vedrà corrispondere perfettamente al disegno dell’architetto: “… un grande edificio di vetro. C’erano due corridoi sopraelevati che collegavano la chiesa alla nostra casa. Sembrava il nostro rifugio, ma tutto era più grande e più bello. Anche il cortile era diverso. C’erano dei vialetti ordinati, fiori, alberi. Poi la Madonna mi ha detto che quella grande casa sorgerà proprio qui, nel nostro cortile. Ha aggiunto però” - ecco le prove intrecciate alle gioie, come realmente avverrà di lì a poco - “che ciò accadrà molto presto, prima però dovremo sopportare un grande dispiacere. Più volte il camilliano si trova senza alcuna risorsa, non solo per sviluppare i suoi ricoveri: viene anche a mancargli il cibo quotidiano per gli assistiti, ma la Provvidenza – secondo l’espressione che lui stesso usa – sempre lo tira fuori dai guai, consentendogli di assistere, oltre ai “barboni” di via Sammartini, i malati di AIDS di Seveso, e in altri ricoveri, immigrati ogni sorta di bisognosi.
Il bene attira: conquista, in modo imprevedibile e sorprendente. Fratel Ettore è lieto nel suo servizio e chi lo incontra ne viene contagiato. Così accade, per citare solo qualche esempio, a Sabatino Jefuniello, nativo di Sarno, che all’età di trent’anni prende a seguire il camilliano dopo averlo sentito parlare di amore e di carità, e lo fa con dispendio totale delle sue forze, fino alla malattia e alla morte he lo coglie ad appena trentadue anni; così accade anche a Maria Rapisarda, ventenne che si trasferisce di punto in bianco da Acireale a Seveso, pioniera della prima casa femminile delle “Figlie di San Camillo”, istituita nella cittadina brianzola con l’approvazione del cardinale Martini, giunta con una lettera indirizzata a fratel Ettore il 24 luglio del 1991.
(Gregorio Curto_21-10-2020)

[Im]perfetti / Luigi Ballerini

Nel "Sistema" tutto è programmato da un Governatore e dai suoi subalterni. I "perfetti" hanno un DNA costruito da esperti genetisti, non sono "ombelicati", hanno un futuro programmato. Accanto a loro gli "imperfetti" svolgono lavori umili, si ammalano, vivono poveramente; ma hanno sprazzi di luce nei loro affetti e provano gioie (come nel festeggiare il Natale e i compleanni) precluse ai perfetti. Il Sistema ha però dei nemici, non solo al di fuori, ma anche al suo interno: la "Ribellione" vorrebbe scardinarlo e da tempo ha approntato un piano per raggiungere il suo scopo. In questo contesto, tre giovani "perfetti" (o presunti tali) della "generazione 20" si incontrano per una competizione-show molto attesa, che avrà una grande audience e non mancherà di riservare sorprese, con grandi novità rispetto alle edizioni degli anni precedenti.
Eira P, Maat P e Adon P (questi i loro nomi, dove “P” significa perfetti) si incontrano proprio quando giunge ad ognuno di loro la lettera che li convoca come finalisti alla competizione denominata GST20, cioè Grande Spettacolo dei Talenti della generazione 20, lo show che – come viene con enfasi confermato dal presentatore - riserverà molte gradevoli sorprese; ma per Eira, Maat e Adon i sorprendenti imprevisti arrivano a raffica già nel viaggio di avvicinamento allo studio, nel quale si effettueranno le riprese in diretta dell’evento: la mancata partenza in aereo, il viaggio con un pulmino, la sosta forzata – a causa di un’abbondante nevicata – in una locanda di montagna gestita da due coniugi “imperfetti”. L’indomani tuttavia, in tempo utile e con la presenza di tutti i contendenti, il GST20 può avere inizio: è articolato in diverse prove e molto ben programmato ma, si rivela sempre più una grande sceneggiata tutta pilotata dall’alto, nella quale soltanto le conquiste della tecnologia sbalordiscono. I concorrenti hanno infatti un casco che mostra loro una realtà tutta virtuale, ma impartisce anche loro dei comandi su come debbano atteggiarsi e muoversi, fino a suggerire quando sorridere e ringraziare. La prova finale poi si svolge in un “globo” che simula uno spazio sconfinato, con ampie zone deserte, montagne, fiumi e mari.
È proprio in questa ostentata “perfezione” del Sistema e nella sua pretesa di controllo sugli individui, programmati nel loro futuro fin dalla nascita, che si insinua il tarlo della Ribellione: un tarlo ben organizzato gerarchicamente, ma che può contare anche sull’insoddisfazione che i tre protagonisti “perfetti” sentono covare nel cuore. Maat, ad esempio, ha come “Professione assegnata dal Dipartimento Arti e Mestieri” quella di “informatico”, ma ha grande passione e talento per la musica, un campo ritenuto di basso livello dal Governatore e dal suo staff (certo perché la musica favorisce quella libertà di esprimere sentimenti e porsi delle domande che turberebbero il Sistema).
Eira, Maat e Adon hanno diciassette anni, come tutti i giovani generati in provetta nello stesso giorno di un certo anno “dalla fondazione del Sistema”. Sono ben contenti di essere stati convocati al GST20, ma arrivano ciascuno con la propria crepa, che diventa sempre più profonda, mano a mano che si aprono tra loro le possibilità di un dialogo, mentre sempre più vengono alla luce le macchinazioni del Sistema. Potranno tre giovanissimi raggiungere lo scopo agognato a lungo dalla Ribellione o conquistare almeno per se stessi libertà e felicità?
(Gregorio Curto_10-10-2020)

Un avvenimento nella vita dell'uomo - Luigi Giussani

“Gioia: questa è la grande parola che Cristo ha introdotto nel mondo e che solo nell’esperienza cristiana è possibile. Non è possibile altrimenti la gioia, se non nell’esperienza del rapporto con Cristo, nella vita vissuta alla luce di Cristo”. Così esortava don Giussani i numerosissimi convenuti a Rimini per gli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e liberazione nel maggio 1992.
Il volume Un avvenimento nelle vita dell’uomo raccoglie le meditazioni tenute dal sacerdote lombardo agli annuali appuntamenti degli Esercizi della Fraternità tra il 1991 e il 1993: parole che vanno sempre al cuore di chi ascolta e suggeriscono un costante confronto con la vita. Così la parola “gioia” che – come è affermato negli esercizi del 1991 impostati sull’enciclica Redemptoris missio di Giovanni Paolo II, - “sta alla fine di ogni discorso cristiano” perché è l’esito di una promessa “per il cui mantenimento tutto è fatto”. Ma la gioia è già un bene del presente, che nasce da un incontro, possibile agli uomini di ogni tempo esattamente come lo fu per i discepoli che si imbatterono con Gesù di Nazaret per le strade della Galilea al tempo dell’imperatore Tiberio.
“Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventando presente, sotto la tenda, cioè sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto è con una umanità diversa che ci sorprende, perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero e della nostra fantasia. Non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggior corrispondenza di questa sua umanità, in cui ci imbattiamo, alle esigenze del cuore, alle esigenze della ragione. L’avvenimento è questa sua umanità diversa in cui ci imbattiamo”.
È quindi l’incontro con questa umanità diversa che genera gioia, dando inizio a un cammino di conversione che non può prescindere dal riconoscersi peccatori. È infatti proprio alla nostra debolezza che Cristo viene incontro. “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” – ricorda don Giussani citando i Vangeli sinottici. “Siamo qui perché riconosciamo innanzitutto questa verità: siamo peccatori… e per questo non è mai compiuto l’atto che svolgiamo e realizziamo con chiunque: con chi amiamo, con chi ci è estraneo, con chi ci è nemico, con chi è presente, con chi è lontano, guardando il cielo o guardando la campagna, il mattino o la sera, alzandoci o coricandoci”.
Negli Esercizi del 1992, che hanno come titolo Dare la propria vita per l’opera di un Altro, don Giussani si sofferma, tra gli altri, sul tema della conversione e della “creatura nuova”, tratto distintivo della quale è l’amore. “È una novità critica di mente ed è una novità affettiva quella che caratterizza il soggetto nuovo: c’è in esso una capacità di amore, perciò di gratuità, di affermazione dell’altro, normalmente impossibile. Amare è affermare l’altro. Affermare è il termine dell’azione e l’azione è il fenomeno con cui l’io afferma se stesso; benissimo, qui per affermare me stesso affermo te: questo è l’amore, un’affettività nuova”.
Gli Esercizi del 1993 hanno come titolo un verso ripreso dalla Divina Commedia: Questa cara gioia, sopra la quale ogni virtù si fonda. Dalla gioia dell’incontro con Gesù di Nazaret, presente oggi nella Chiesa, nasce quella gioia che diventa amore, cioè affermazione dell’altro, fino alla gratuità totale. “Ci sono delle virtù – così un passaggio della assemblea seguita ad una delle meditazioni – che solo nell’ambito cristiano sono possibili: al di sopra di tutto la gratuità. Per un atto di gratuità totale occorre veramente avere la coscienza pura della fede e amare il Signore, altrimenti la gratuità non è possibile. La gratuità diventa un ingrediente nell’amore alla donna, nell’amore all’uomo, nell’amore all’estraneo, di fronte al bisogno dell’uomo fratello”.
Chiare e liberanti anche le parole sull’autorità, fattore essenziale della vita comunitaria, considerata nella sua giusta funzione di servizio, in armonia con l’autorevolezza che lo Spirito suscita dove meglio crede. “La nostra compagnia… il Signore non la anima solo con la presenza dell’autorità, che custodisce la strada esatta per cui il popolo tutto deve passare, per cui la nostra anima deve lavorare; la nostra compagnia è carica di ricchezza, ognuno di noi, se guardato con gli occhi della fede, ha una autorevolezza sull’altro data da una capacità di esempio, di pazienza, di affezione, di perdono, da una capacità di parola buona, da una saggezza, da una capacità di discrezione”.
(Gregorio Curto_19-09-2020)

Heidi / Johanna Spyri ; tradotto da Alessandra Lavagnino

Alla tenera età di cinque anni, Heidi si trova ad essere orfana e con una storia della sua famiglia così travagliata, che la zia Dete, dopo averla tenuta con sé senza farle troppe coccole, prende la decisione irrevocabile (e a suo giudizio incontestabile) di portarla dal nonno, un anziano signore che vive isolato e non ha affatto la fama di essere un brav’uomo. Alla prova dei fatti però le opinioni della gente si rivelano pregiudizi infondati, perché la piccola cresce ben voluta dal “nonno dell’alpe” che offre alla nipotina tutte le sue cure e la fa crescere serena, in un ambiente ristretto ma più di ogni altro salutare e accogliente. Heidi gusta il latte appena munto e il formaggio abbrustolito che costituiscono il suo principale nutrimento, vive all’aria aperta ammirando i fiori e altre meraviglie della natura, riposa serena in un povero giaciglio preparatole nel fienile, dal quale ogni sera può contemplare un meraviglioso cielo stellato. Pochissime le persone che frequenta, ma tutte sono bei tipi, che le vogliono bene: oltre al nonno, c’è il giovanissimo Peter, un ragazzetto dedito a far pascolare un gregge, che comprende anche Cigna e Orsetta (le due capre del nonno). C’è poi la famiglia di Peter (che abita in una povera casetta nel Dorfli, la parte alta della cittadina di Mayenfeld), costituita dalla mamma e dalla nonna del ragazzetto. Specialmente la nonna si rivela una grande amica di Heidi: è anziana e cieca, ma con una fede incrollabile, che le consente di abbracciare serenamente la povertà e l’infermità e di mostrare per Heidi una grande tenerezza.
La piccola è sana e felice, ma pesano delle incognite sul suo futuro. Quando arriva per lei l’età in cui dovrebbe iniziare la scuola, il nonno non vuole in alcun modo lasciarla andare, neppure quando il Parroco gli fa presente che non si può diventar grandi senza un minimo di istruzione. La situazione si sblocca così solo quando, inaspettata e ancora incontestabile (a suo avviso) la zia Dete interviene una seconda volta per riprendersi Heidi; non la terrà però con sé: ha deciso di rispondere all’appello del signor Sesemann, un ricco vedovo di Francoforte, che cerca una compagna per la figlioletta Clara, bambina di undici anni affetta da una malattia che la costringe su una sedia a rotelle. In casa Sesemann Clara non si trova affatto bene, ma si affeziona a Clara, che a sua volta le dimostra un grande affetto, e alla nonna di lei, dalla quale imparerà come far fronte alle prove più aspre della vita. Nella lussuosa di casa di Francoforte a Clara mancano tanto l’aria pura, i prati e il sole, i fiori e il cielo stellato, come si può vedere solo in montagna. C’è poi la terribile signorina Rottermeier, rigidissima precettrice di Clara, che non può sopportare la bambina analfabeta venuta dalla selvaggia alpe. La piccola sta così male che ne soffre fino a piangere e ad ammalarsi. È a questo punto della vicenda che interviene la nonna di Clara, che dà ad Heidi il suggerimento che le cambia la vita. Le chiede se ha qualche dispiacere e, avuta come risposta “è cosa che non posso dire”, le consiglia:
“Vieni, bambina, debbo dirti una cosa. Quando si ha dentro una pena che non si può dire a nessuno, allora ci si confida con Dio, lassù nel cielo, e lo si prega, perché Lui solo può aiutarci in ogni pena. Tu questo lo sai, vero? E lo preghi ogni sera, ringraziandolo del bene che ti ha dato e chiedendogli di allontanare il male da te?”.
Heidi è completamente disorientata, perché non ha visto mai suo nonno andare in chiesa né il vecchio le ha insegnato a pregare. Ma la nonna di Clara ha aperto una breccia nel cuore di Heidi. Poi le insegna la storia di un figlio che si era allontanato dal padre, ma era poi ritornato, e il padre, invece di rimproverarlo, gli era andato incontro per accoglierlo a braccia aperte e gli aveva fatto una grande festa. Clara ascolta, impara e racconterà poi lei stessa questa storia al nonno, dopo che avrà imparato a leggere e avrà constatato (altro insegnamento della nonna di Clara) che se il buon Dio non ci dà subito quello che gli chiediamo, lo fa perché ci prepara un dono più grande e ancora più bello di quello che gli avevamo domandato con insistenza.
(Gregorio Curto_31-08-2020)

R: Vardø, dopo la tempesta - Kiran Millwood Hargrave

Vardo è stata invasa da una burrasca, quando Ursa arriva sull' isola vede una terra non bella, una terra dove tutti gli uomini sono morti e le donne rimaste sono sospettose e in lutto.
Poi ecco un pò di luce e l' incontro con Maren.
Si scorge amicizia e amore là dove tutto appare nudo e crudo, la realtà dolorosa e drammatica della caccia alle streghe.
Una storia amara ed infelice.

Vardø, dopo la tempesta - Kiran Millwood Hargrave

“Alla fine la balena era rimasta immobile, il respiro che si dissolveva mentre loro tagliavano e segavano. Maren aveva sentito l’odore del grasso di balena che bruciava nelle lampade prima che smettesse di muoversi, molto prima che il guizzo lucente dell’occhio sotto il suo occhio si spegnesse in un’opacità smorta”

I sogni, le manifestazioni oniriche, che ci si crede o meno, fanno parte dell’uomo e sicuramente nei tempi antichi ci si prestava maggiore attenzione. Oggi troppo presi da tutto e da noi stessi non ci badiamo.

“Vardø. Dopo la tempesta” è un romanzo storico basato su una storia vera, inizia proprio da un sogno, quello di Maren che vive a Vardø con la sua famiglia.

La vita sembra scorrere nelle abitudini del popolo di pescatori che vive in questa zona così a Nord, così impervia e gelata, quando una tempesta “demoniaca”, giunta in uno schiocco di dita, si porta via tutti gli uomini della comunità. Storie di donne spezzate nel dolore, immaginiamo la tragedia che proprio come una burrasca trascina con sè vite, desideri, padri, mariti, figli e fratelli. Non resta che attendere il favore del mare a riportare a loro i corpi, non rimane che aspettare un clima più mite per poter smuovere il terreno congelato e dare loro una sepoltura dignitosa.

“Urla così forte che le resterà la gola scorticata per giorni. Attorno a lei altre madri, sorelle, figlie si gettano contro la bufera: forme scure, viscide di pioggia, goffe come foche”

Bisogna dire che nei secoli tra il XVI e il XVII correva l’usanza di pensare che il male stesse a Nord, il maligno e la cattiveria annidati dove il clima e le temperature sono estreme, i venti glaciali. Vardø veniva chiamato “capitale delle streghe della Norvegia”.

Le donne rimaste a Vardø, insieme ad alcuni Sami, provano a sopravvivere, vanno per mare, fanno ciò che facevano gli uomini e questo a qualcuno non piace, le donne sole possono essere prede di Satana. I Sami hanno tradizioni e una cultura che viene definita barbara e le loro magie, per i devoti, sono assimilabili a stregoneria. Eppure le vediamo continuare la loro vita, le usanze, la coltivazione, la concia delle pelli, cucinare piatti tipici e per parte mia uno davvero che non assaggerei mai.

Nel 1617, il re di Danimarca e Norvegia Cristiano IV, approva una legge contro la stregoneria.

Nel Finmark vengono inviati i così conosciuti come cacciatori di streghe d’Europa. A Vardø, nel primo processo del 1621, 77 donne (quasi tutte norvegesi) e 14 uomini (tutti Sami) finiscono al rogo.

La narrazione, a tratti pare un po’ smarrirsi, forse per preparare il terreno agli eventi che si succederanno e che in effetti non avrei immaginato di leggere, soprattutto ignoravo fossero accaduti realmente.

In parallelo alla vita di Maren, perduta nei suoi dolorosi pensieri, agli affetti che quando si scontrano con violenza con la tragicità della vita paiono quasi respingersi, si accompagna, in un sentimento fortissimo che le porterà a un passo dall’abisso, la moglie del nuovo sovrintendente, Ursa.

Ursa, giovane donna strappata agli affetti della famiglia, dalla adorata sorella, vine costretta dal padre a sposare un uomo terribile.

Un romanzo che inanella diversi temi importanti su cui soffermarsi, la stregoneria che è pregiudizio, che è paura del diverso, il racconto di una nuova Salem del Nord Europa. I processi sono sempre gli stessi, le torture anche, l’alienazione dell’uomo pure. L’accusa dei vicini, degli amici e pare di rileggere ogni volta le stesse storie, perchè è l’inumanità del mondo che è sempre stata tale in ogni angolo di pianeta.

Altro tema che tra le righe della storia ho potuto afferrare a due mani è quello dell’amore, le tante forme di amore che sono parte dell’uomo. Sfumature opalescenti di questo sentimento raggiungono il lettore.

“Cacciatore di streghe o no, dopotutto Absalom resta pur sempre un uomo”

Proprio quando pensi che nulla di peggio possa accadere, che la tempesta potesse essere la malvagità allo stato puro, ti accorgi che il male non è là fuori… ma dentro, in mezzo a loro, in mezzo a noi, pronto a condannare.

Il racconto dell'ancella / Margaret Atwood ; traduzione di Camillo Pennati

Romanzo distopico che ti crea decisamente una sensazione di ansia perenne, un futuro lontano, ma non troppo in cui si intravede un passato possibile. Fa riflettere che le condizioni e i presupposti per questo futuro siano culturalmente radicati in questo presente così come nel presente dell'autrice. Un libro che fa riflettere, molto.

Fiabe e leggende delle Dolomiti - [testi Pina Ballario

C’è tutto quello che piace ed edifica nelle Fiabe e leggende delle Dolomiti: la bellezza della natura, vari sentimenti e comportamenti dei personaggi (alcuni semplici e ingenui, altri severi o crudeli, altri ancora eroicamente disposti al sacrificio); c’è anche lo stile del raccontare ai piccoli miti avvincenti, che spiegano l’origine di un monte, di una valle costellata di fiori, di saporiti frutti spontanei, intrecciando alla trama riflessioni e insegnamenti, che si fissano indelebilmente nella mente e nel cuore.
La disponibilità al sacrificio è il tema dominante dei capitoli La principessa di neve e Il reuccio delle nevi e la principessa Primavera. Nel primo la pesante rinuncia è della giovane Ombretta, che non può mantenersi in vita se si espone ai raggi del sole. Per amor suo la regina madre dispone che in tutto il regno si viva di notte e si dorma di giorno, ma questo intristisce e nuoce gravemente a tutti i sudditi. Ombretta nulla sa della sua origine, come pure ignora il motivo dell’incompatibilità tra la sua buona salute e la prosperità del regno, ma quando carpisce il segreto da una donna anziana, che glielo rivela involontariamente, con prontezza sacrifica la vita per il bene del suo popolo. Si espone ai raggi del sole che, non volendo scioglierla, le suggerisce di nascondersi, per preservare la vita. Ma lei risponde: “E che importa se la spendo per il bene dei miei?”. Allora il sole la trasse nel suo cocchio d’oro, lasciando agli uomini, presso le nevi della Marmolada, il ricordo della giovane in quello che è chiamato ancor oggi il Passo Ombretta.
Ancora più commovente il sacrificio di una mamma, nel mito Il reuccio delle nevi e la principessa Primavera. Il reuccio Nevoso è innamorato della giovane principessa, che vorrebbe ricambiare il suo affetto, ma non può andare ad abitare in un regno di gelo. Vedendo però il figlio così triste per il desiderio inappagato di sposare Primavera, “mamma regina sospirò, poi sorrise (tutte le mamme sospirano quando odono i loro figli parlare così, perché sentono che i loro affetto viene diviso, ma poi sorridono perché ogni mamma è felice della felicità del suo figliuolo ed è pronta a sacrificare il suo amore per quello di lui)”. Per questo decide di partire per un lungo e doloroso viaggio, al termine del quale, sacrificando la propria vita, avrà portato la primavera nel suo regno e la felicità al reuccio.
I cattivi sono protagonisti di altri racconti, come Il gigante Sassolungo, che narra l’origine del monte che porta questo nome, chiamato anche Cinque dita. Il gigante era l’unico disonesto e mendace della sua razza: rubava nei pollai e nei campi, incolpando dei suoi furti volpi, faine ed altri animali. Ma un giorno, per la sua stessa ingenuità (si rovina infatti da sé con una sorta di “excusatio non petita accusatio manifesta”, dimostrando che “anche i malvagi non sempre sono astuti”) viene smascherato. Continua però ostinatamente a dichiararsi innocente, anche quando si vede sprofondare nel terreno, mentre viene trasformato nella rigida roccia di una grande montagna.
Altro cattivo è il larice ambizioso, orgoglioso inflessibile protagonista del racconto omonimo, che per la sua vanagloria, dopo essersi portato sulla cima di una montagna, attira a sé il fulmine che lo incenerisce; mentre due ingenui e saggi bambini sono i personaggi premiati dal re dei boschi (scacciato dai suoi sudditi e dagli uomini), che li premia, perché soltanto da loro è stato accolto e aiutato, donando in abbondanza, da allora e fino ad oggi, dolci more e succulenti mirtilli.
(Gregorio Curto_14-09-2020)

Corriere della sera

Buongiorno. Tra i supplementi disponibili non vedo "L'Economia" del lunedi. Potreste aggiungerlo gentilmente?
Saluti.

La regina senza corona - Lisa Laffi

Leggere Lisa Laffi è sempre un grande piacere, mi accompagna “a spasso per la Storia”, proprio come piace a me, lo fa romanzando le vicende di una donna di cui poco ho letto e altrettanto raramente si è scritto.

Anno 1480, nasce Margherita d’Asburgo, una donna che è riuscita a conquistare la corona con i suoi meriti, una sovrana che ha dato lustro ai Paesi Bassi.

Figlia dell’imperatore Massimiliano I e di Maria di Borgogna, promessa dall’età di tre anni a Carlo VIII di Valois, era considerata la giovane più fortunata di Francia, a quel tempo aveva solo undici anni.

“Quelli furono gli ultimi istanti in cui tutti furono certi di vedere di lì a poco la piccola bambola di porcellana fiamminga diventare regina di Francia. In pochi secondi i fili delle vite dei due ragazzi, che erano stati perfettamente intrecciati, come quelli delle meravigliose vesti che portavano addosso, si ruppero davanti agli occhi di centinaia di francesi.”

Sappiamo perfettamente come le parche siano leste nel tessere le loro tele, la giovane si rifugia ferita nelle sue stanze, le dame che fino a poco prima l’avevano invidiata, provano un moto di pena quando viene dinanzi ai suoi occhi sventolato un nuovo vessillo, un nuovo accordo matrimoniale dunque, quello di Anna di Bretagna.

“Persino gli animali sembravano provare pena per lei, una compassione che non voleva da nessuno, men che meno da tutti i francesi che erano, invece, destinati ad amarla”

Segregata nel castello di Medun, nessun banchetto nè ricevimento, nessuna ambasceria, un ostaggio senza più alcun titolo in Francia e sulla sua testa il peso della lettura astrologica della sua carta natale, una maledizione, un destino segnato.

Solo osservando un quadro e il viso della Vergine Margherita comprende una grande verità, “la vita e la vera ricchezza andavano oltre il trono di Francia”, comprende il valore dell’immortalità con la cultura, l’arte e l’amore, non con guerre e matrimoni.

Gli uomini del tempo detenevano il potere indiscusso anche sul destino delle donne, Margherita d’Aragona sfida tutto questo, non abbassa il capo. Un grande insegnamento le è stato donato: le risposte vanno cercate dentro di noi. Il romanzo ne mette in luce la sua fierezza, l’audacia e il coraggio.

I brividi non hanno che potuto portare palpiti e tremori in me, nel momento della partenza dalla Francia per far ritorno nelle Fiandre, nelle parole di addio, o meglio diremmo di arrivederci, al suo grande amico Filiberto di Savoia.

“Ti auguro di essere felice, Margherita. Sii artefice del tuo destino quanto più ti è possibile e, chissà, magari riusciremo a rincontrarci un giorno”

Il destino mette in campo le pedine, le alleanze politiche premono sulla sorte dei fratelli d’Asburgo, Margherita però sente il grande peso sul capo per la morte della madre, accaduta parecchi anni prima, l’inganno della colpevolezza e la consapevolezza che per questo suo padre non l’avrebbe mai amata.

Parallelamente viviamo la storia di Conrad, un artista realmente vissuto, il suo incontro con Margherita, lo si legge nel romanzo,pare amore allo stato puro, eccelso e fuso nell’amore per l’arte. Un uomo che fugge dal destino e che se lo trova dinanzi, un uomo costretto a soffrire i soprusi verso le sue radici. La voce della vendetta si fonde con il richiamo dell’arte, il pensiero dell’amore perduto si scioglie nelle mani di un grande artista.

“Nel freddo marmo che mi darete tutti vedranno l’amore che mi brucia ogni giorno”

Legami si spezzano, anime si allontanano, la guerra di Carlo VIII e la sua discesa in Italia sono dipinte nei grandi drammi e soprusi dalle parole vergate da Filiberto per la sua, mai scordata, Margherita, il suo “duca di capre e rocce”.

Si libra su tutte le vicende dei sovrani d’Europa, sulle alleanze, sui matrimoni falliti, su quelli consumati, sulle morti premature, sempre la profezia di Margherita. Essa imparerà che per fare felici, e per essere felici è necessario dare un po’ di sè.

Un romanzo che si compie come la vita e come i desideri dei suoi protagonisti, grandiosi progetti, amicizia e sostegno perpetuo. Ma anche una favola per raccontarci e ricordarci quali sono i veri grandi valori che conteranno quando sarà tempo per la dipartita.

“Non so se aspiro davvero a fama e gloria. Mi basterebbe solo essere felice”
Sara Valentino
http://septemliterary.altervista.org/la-regina-senza-corona-il-romanzo-di-margherita-dasburgo-lisa-laffi/