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Gli ultimi messaggi del Forum

L'enigma della camera 622 - Joël Dicker

Il libro sembra un feuilleton, un romanzo d’appendice ottocentesco ricco (troppo) di intrecci, non credibili colpi di scena e personaggi inesistenti in quanto impersonati da un soggetto mascherato, le cui maschere sono di una perfezione tale che per quindici anni riesce a ingannare non solo i colleghi ma anche l’amante.
La vicenda è tanto complessa da non consentire di individuare il colpevole, impresa nella quale non è riuscito nemmeno l’autore, costretto alla fine ad addossare la colpa non a un personaggio insospettabile, ma a un figurante che agisce per salvare il suo protetto, che a sua volta accetta il carcere per non far perdere l’onore al vero colpevole.
Un romanzo inutilmente lungo, inutilmente complesso. Inutile.

Dante - Alessandro Barbero

Dante, il Sommo poeta. La maggior parte di noi, io sicuramente, conosciamo e ricordiamo il Dante delle scuole superiori, la Divina Commedia, quel “nel mezzo del cammin di nostra vita…”. Ne abbiamo studiato la vita, in maniera approssimativa magari, piuttosto le sue opere e il suo pensiero politico.

L’uomo Dante però non lo conoscevo, grazie a “Dante” del professor Alessandro Barbero ho affrontato un viaggio nel tempo e sono così “sbarcata” nel 1289.

11 giugno 1289, giorno di San Barnaba ci troviamo con l’esercito fiorentino in marcia attraverso il Casentino. La battaglia di Campaldino si combattè proprio qui, in questo giorno, tra guelfi e ghibellini. A questa battaglia partecipò anche Dante Alighieri tra i feditori, in prima linea. Come lo sappiamo? Il primo a raccontarlo è l’umanista Leonardo Bruni che nel 1436 scrisse “Vita di Dante”. Il Bruni era di Arezzo e la sconfitta di quella battaglia un po’ gli bruciava. Quindi Dante non era solo impegnato negli studi ma era, naturalmente un giovane come tutti gli altri. A quel tempo certamente essere giovani significava andare in guerra per la patria. Nella Commedia si trova poi un passo dove Dante ne fa menzione.

e vidi già cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra;

e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra. Inf.XXII 1-6

Dante ammette di aver paura, era umano del resto, ma il saggio qui presente l’ho apprezzato anche e soprattutto per averci permesso di sbirciare nella vita e nelle inevitabili debolezze del Sommo poeta, senza voler essere profani e scomodarlo dal posto supremo che per noi occupa. Lo sottolineo ma perchè, pur amando molto la saggistica a volte è corredata da termini aulici, in questo caso ho apprezzato la dote di Barbero nel divulgare accompagnando il lettore nella Storia del personaggio.

Molto bella e interessante tutta la parte dedicata alla famiglia di origine di Dante, al capostipite degli Alighieri. Cacciaguida figlio di Adamo ( curiosissima per me la questione della nascita dei cognomi, a quel tempo lo avevano solo le famiglie importanti e influenti) potrebbe essere il trisnonno di Dante, le date tornano, c’è tutta una bella analisi che funge da albero genealogico, una serie di indizi che inducono a costruirlo.

“Il poeta ebbe un padre anziano che morì presto, e con cui non deve aver avuto un rapporto troppo intimo; in tutta la sua opera non lo menziona nemmeno una volta”

Dobbiamo ricordare che i documenti sono pochi e magri, la ricostruzione avviene anche attraverso ritrovamenti casuali, per esempio un biografo di inizio Ottocento affermava di aver visto un libro d’armi del 1302 e vi era raffigurato lo stemma degli Alighieri. Per quanto riguarda la madre di Dante, sappiamo il suo nome, monna Bella, solo in base a un accordo per la divisione tra i figli di Dante.

Non mancano chicche su particolari versi della Commedia e le svariate congetture che i dantisti hanno ipotizzato alfine di dare senso a testi piuttosto oscuri.

Dicevo all’inizio che Barbero ci offre un biglietto speciale per passeggiare nella Firenze che vide i natali di Dante, ci porta tra i sestieri della città, non sappiamo nemmeno con esattezza la sua data di nascita, nè la casa che doveva essere grosso modo dove ora c’è il museo Casa di Dante.

E Beatrice? Non manca certo di parlarci di lei, il professore e lo fa introducendo un altro punto cardine e misterioso, e a noi di Septem i misteri piacciono parecchio. L’incontro tra Dante e Beatrice, ce lo dice Dante stesso nella Vita nuova, avviene quando lui aveva nove anni. Il numero nove, un numero importante nella simbologia dantesca.

L’attenzione di Dante per le corrispondenze numeriche mostra la sua conoscenza della filosofia antica, sceglie il numero 3 per costruire la sua opera. Il 3 rimanda alla Trinità Cristiana, alla perfezione e alla conoscenza. Il 9 è il quadrato di 3, rappresenta il cambiamento e l’invenzione.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Queste terzine le ho sempre amate, possiamo vederci anche noi in queste parole struggenti, cariche di significato per chi deve abbandonare cose care, la patria, la sua terra.

Rigoroso, approfondito ma anche dilettevole, consigliato perchè è un lavoro storico effettivamente meritevole che riscopre le caratteristiche dell’uomo Dante, con le sue incertezze, le contraddizioni anche, un uomo del Medioevo.

Sherlock Holmes e la minaccia di Cthulhu - Lois H. Gresh

Tornano in scena Sherlock Holmes e il Dr. John Watson suo aiutante inseparabile. I due sono alle prese con casi di omicidio a dir poco sconcertanti. Poco resta delle vittime, macerie umane le definirei, le scene offerte al lettore sono degne del miglior splatter e adatte a un pubblico di buono stomaco, con raccapriccio raccogliamo parti d’ossa umane… sferiche.

Uno Sherlock Holmes inedito, che trova compagnia nelle atmosfere Lovercraftiane, si aggira per le strade di una Londra vittoriana che ho trovato descritta con maestria, come anche ho apprezzato la rappresentazione della sua abitazione e della stanza adibita a studio e laboratorio per le indagini.

Icona del giallo, per i cultori di Conan Doyle, potrebbe non essere un romanzo adatto. Sposa a mio parere il favore dei lettori che amano il mistero più spettrale.

“Holmes balzò in piedi, chinandosi sotto i fasci di travi e cavi raggruppati a formare bizzarri nodi e spirali.”

I nostri dovranno calcare le scene di Jack lo Squartatore, proprio nel suo territorio e in una zona brulicante di assassini e ladri, non sarà una passeggiata perchè su di loro incombe un’ombra che protegge chi non vuole essere scoperto. Un folle, una setta, una bestia assetata di sangue e corpi. Una buona dose di follia, la si prova leggendo le elucubrazioni e il desiderio di onnipotenza di alcuni personaggi.

Devo dire che seguirli nelle indagini e immaginarli con lente e torcia è a dir poco accattivante. Holmes applica il metodo scientifico, è rinomato anche per questo nelle indagini che già conosciamo.

“All’improvviso mi passò la torcia e, mentre io tentavo maldestramente di non farla cadere, si gettò di nuovo a terra. – Ah, cosa abbiamo qui?- Prese dal taschino un altro tovagliolo e vi avvolse qualcosa. – E’ un insetto, Watson, e davvero insolito, per di più. Non appartiene ad alcuna specie che io conosca. Di certo non è originario di Londra”

L’investigazione prosegue senza sosta e senza riposo, i nostri sono a rischio e anche i loro cari.

“Nulla è noto, Watson, finchè non lo proviamo”

Ci troviamo difronte a un romanzo dall’ambientazione storica, con elementi soprannaturali e dalla tendenza horror.

1793 - Niklas Natt och Dag

1793, un libro che mi è stato fortemente raccomandato, un libro che ho preso e lasciato senza aprirlo per varie vicissitudini, un libro che mi ha rapita!

Sono solita sottolineare diversi passaggi durante le mie letture, citazioni o pensieri che mi inducono a riflettere, in questo caso non ne ho segnati moltissimi perchè non ne ho avuto il tempo. “Eh, come?” direte voi…

1793 è come la pece, ti si appiccica addosso, ti incolla dentro le facce dei suoi protagonisti, il nero buio dell’orrore allo stato puro.

Le storie dei personaggi che si incontrano per caso, per poi essere ingranaggi di una macchina perfetta che è il romanzo che avete tra le mani.

Un caso editoriale, così ne parla la critica, sicuramente è un libro diverso, almeno dalle mie solite letture si discosta parecchio. E’ crudo, crudele, per stomaci forti oserei dire. Il ritmo è quasi sempre velocissimo.

C’è un cadavere, orrendamente mutilato, nel lago e sarà Mickel Cardell, reduce dalla guerra, a doverlo recuperare. E’ l’inizio della storia e già il lettore è costretto a ripulirsi l’acqua melmosa di dosso e a reprimere il rigetto. Un fagotto è ciò che resta di quello che prima era, probabilmente, un uomo intero. Cardell soffre di attacchi di panico, da quando è tornato dalla guerra gli incubi non lo abbandonano, reca con sè un ricordo, una ferita che pur rimarginata brucia ancora come allora, a ricordargli il posto dove un tempo aveva il braccio che ora non c’è più. Ma non è in cerca di compassione.

Mi piace Cardell, l’ho amato subito, forte e coraggioso, leale e indomito, duro e risoluto. Con lui a seguire l’indagine del misterioso uomo a cui sono strappati gli arti, la lingua, gli occhi c’è Cecil Winge, malato gravemente, ferito anche nei sentimenti. Una coppia strepitosa.

“E’ così che dovrebbe funzionare il mondo. Un meccanismo razionale e comprensibile dove ogni ruota ha il proprio posto e ogni singolo movimento può essere predetto con esattezza”

Di luce in “1793” ce n’è proprio poca, l’autore riesce a dipingere il cielo di tenebra, offusca i sentimenti e le menti, mentre una scia macabra serpeggia inesorabile. No, non credo possiate immaginare, prima di leggere la storia di queste persone, quanto dolore emerga tra le pagine, quanta cattiveria gratuita, come se la malvagità e la crudeltà, a far da spalla, potessero da sole essere una vendetta per la miseria di certi uomini.

“Così è il mondo: tanta oscurità, poca luce”

Chi ha potuto essere così macabro, quasi un chirurgo parrebbe aver fatto il “lavoro”, da togliere a un suo simile tutto, un pezzo per volta? Ma forse c’è qualcosa di peggio, c’è qualcuno che ha l’anima più nera della morte, sollazzi che sono privi di qualsiasi umana giustificazione.

“Non si può restare nello stesso branco dei lupi senza accettare le loro condizioni” Sottigliezze che sanno di profezia… ma che sono grandi verità se ci pensiamo.

Altra caratteristica encomiabile è la parte descrittiva, che siano paesaggi o sensazioni, paure o stamberghe, magazzini delle scope o “Flugmotet”, l’adunata delle mosche, avrete tutto lì davanti a voi, al letto al divano o dovunque stiate leggendo.

Omicidio, complotti, tradimenti, la fame serpeggiante, Stoccolma è il palcoscenico e in scena c’è una storia da leggere, che vi toglierà il fiato e della quale non vi anticipo nulla.

Le emozioni sono tante però e sarete una ragazza coraggiosa in una fuga disperata, cercherete una liberazione ma vi verrà fatto un “dono”. Sarete un uomo consumato dall’alcol e angustiato, disposto a tutto. Sarete la vendetta di un ragazzino nato per errore e vissuto nel terrore. Sarete la paura in un 1793 freddo, l’anno più freddo a memoria d’uomo. Sarete il dubbio e l’intuizione… in un mondo di lupi, sarete l’eccezione.

“Un uomo migliore, nato nell’epoca sbagliata. Voi difendete la ragione e la giustizia mentre altri non desiderano che elevare la propria condizione”

1793 - Niklas Natt och Dag

1793, un libro che mi è stato fortemente raccomandato, un libro che ho preso e lasciato senza aprirlo per varie vicissitudini, un libro che mi ha rapita!

Sono solita sottolineare diversi passaggi durante le mie letture, citazioni o pensieri che mi inducono a riflettere, in questo caso non ne ho segnati moltissimi perchè non ne ho avuto il tempo. “Eh, come?” direte voi…

1793 è come la pece, ti si appiccica addosso, ti incolla dentro le facce dei suoi protagonisti, il nero buio dell’orrore allo stato puro.

Le storie dei personaggi che si incontrano per caso, per poi essere ingranaggi di una macchina perfetta che è il romanzo che avete tra le mani.

Un caso editoriale, così ne parla la critica, sicuramente è un libro diverso, almeno dalle mie solite letture si discosta parecchio. E’ crudo, crudele, per stomaci forti oserei dire. Il ritmo è quasi sempre velocissimo.

C’è un cadavere, orrendamente mutilato, nel lago e sarà Mickel Cardell, reduce dalla guerra, a doverlo recuperare. E’ l’inizio della storia e già il lettore è costretto a ripulirsi l’acqua melmosa di dosso e a reprimere il rigetto. Un fagotto è ciò che resta di quello che prima era, probabilmente, un uomo intero. Cardell soffre di attacchi di panico, da quando è tornato dalla guerra gli incubi non lo abbandonano, reca con sè un ricordo, una ferita che pur rimarginata brucia ancora come allora, a ricordargli il posto dove un tempo aveva il braccio che ora non c’è più. Ma non è in cerca di compassione.

Mi piace Cardell, l’ho amato subito, forte e coraggioso, leale e indomito, duro e risoluto. Con lui a seguire l’indagine del misterioso uomo a cui sono strappati gli arti, la lingua, gli occhi c’è Cecil Winge, malato gravemente, ferito anche nei sentimenti. Una coppia strepitosa.

“E’ così che dovrebbe funzionare il mondo. Un meccanismo razionale e comprensibile dove ogni ruota ha il proprio posto e ogni singolo movimento può essere predetto con esattezza”

Di luce in “1793” ce n’è proprio poca, l’autore riesce a dipingere il cielo di tenebra, offusca i sentimenti e le menti, mentre una scia macabra serpeggia inesorabile. No, non credo possiate immaginare, prima di leggere la storia di queste persone, quanto dolore emerga tra le pagine, quanta cattiveria gratuita, come se la malvagità e la crudeltà, a far da spalla, potessero da sole essere una vendetta per la miseria di certi uomini.

“Così è il mondo: tanta oscurità, poca luce”

Chi ha potuto essere così macabro, quasi un chirurgo parrebbe aver fatto il “lavoro”, da togliere a un suo simile tutto, un pezzo per volta? Ma forse c’è qualcosa di peggio, c’è qualcuno che ha l’anima più nera della morte, sollazzi che sono privi di qualsiasi umana giustificazione.

“Non si può restare nello stesso branco dei lupi senza accettare le loro condizioni” Sottigliezze che sanno di profezia… ma che sono grandi verità se ci pensiamo.

Altra caratteristica encomiabile è la parte descrittiva, che siano paesaggi o sensazioni, paure o stamberghe, magazzini delle scope o “Flugmotet”, l’adunata delle mosche, avrete tutto lì davanti a voi, al letto al divano o dovunque stiate leggendo.

Omicidio, complotti, tradimenti, la fame serpeggiante, Stoccolma è il palcoscenico e in scena c’è una storia da leggere, che vi toglierà il fiato e della quale non vi anticipo nulla.

Le emozioni sono tante però e sarete una ragazza coraggiosa in una fuga disperata, cercherete una liberazione ma vi verrà fatto un “dono”. Sarete un uomo consumato dall’alcol e angustiato, disposto a tutto. Sarete la vendetta di un ragazzino nato per errore e vissuto nel terrore. Sarete la paura in un 1793 freddo, l’anno più freddo a memoria d’uomo. Sarete il dubbio e l’intuizione… in un mondo di lupi, sarete l’eccezione.

“Un uomo migliore, nato nell’epoca sbagliata. Voi difendete la ragione e la giustizia mentre altri non desiderano che elevare la propria condizione”

La verità sul caso Harry Quebert - Joel Dicker

Il miglior pregio di questo romanzo è che ti tiene attaccato alle pagine. Scorre libero e veloce nonostante i salti temporali che, anzi, cadenzano un ritmo "cinematografico". Bravo a "depistare" il lettore, inserendo personaggi potenzialmente colpevoli e complici. Nota negativa: lo stereotipo dei personaggi e l'aulicità di un "amore" francamente da romanzetto

Fratel Ettore e i suoi amici / Luciano Moia

Fratel Ettore (per il quale si aperta nel febbraio 2013 la causa di beatificazione) è tornato alla casa del Padre il 20 agosto del 2004; ha vissuto fino all’ultimo istante donando senza riserve tutto se stesso per servire gli ultimi, ma qual tempra d’uomo sia stato si intende già dai primi passi della sua missione, come ben documenta il libro di Luciano Moia, pubblicato nel 1991. Nato nel 1928 in un piccolo centro della provincia di Mantova in una famiglia di modeste condizioni economiche, Ettore è stato da ragazzo un semplice mandriano, ben disposto a lavorare per mantenersi e dare un aiuto al padre, alla madre e alle quattro sorelle. L’incontro con il camilliano padre Koser lo segna quando è ancora un ragazzo, ma è dopo la dura prova di un ricovero all’ospedale di Verona, dove soffre per una brutta ernia al disco, che matura in Ettore la scelta vocazionale. Né in seguito a questa scelta la strada gli si appiana, negli anni trascorsi prima nel seminario di Verona e poi a Venezia, mentre da casa sua gli giunge la notizia di un incidente occorso al padre, che si infortuna gravemente per una brutta caduta (da tre metri di altezza) mentre lavora nei pressi del fienile.
Giunge però anche il giorno della vestizione e poco dopo un sogno profetico: “Vede Gesù Bambino in braccio alla Madre che sobbalza di gioia. Poi si ferma a poca distanza da lui facendogli segno di avvicinarsi. Ettore da principio è riluttante, quasi impaurito per un gesto così esplicito di familiarità e di confidenza, poi finalmente s’avvicina e Gesù Bambino gli prende la testa e sospingendola verso il cuore della Madonna: ‘Confida in lei e sarai al sicuro’, dice il Bambino”. La devozione alla Madonna di fratel Ettore sarà da quel giorno indefettibile e si manifesterà in modi clamorosi e dirompenti, come le processioni con la statua della Vergine per le vie e piazze centrali di Milano o le sortite inaspettate, con la stessa statua, alle porte o all’interno delle sale comunali con i consiglieri radunati a discutere dell’assistenza ai poveri.
La svolta più significativa del percorso di fratel Ettore avviene quando i superiori gli affidano il compito di assistere i malati e i bisognosi “fuori dalla clinica” (ubicata in Via Macchi a Milano), dove già i Camilliani prestano il loro servizio: è questo infatti il primo passo, che porta presto all’incontro con i “barboni” che stazionano nei pressi della Stazione Centrale, per i quali (dopo un intenso braccio di ferro con le autorità civili) il primo gennaio del 1979 si può finalmente aprire il ricovero di Via Sammartini. I passi che segnano l’avventuroso cammino di fratel Ettore e della sua opera sono una valanga di imprevisti in alternanza buoni e infausti, come documenta anche un altro sogno profetico relativo al progetto di ampliamento di Casa Betania, altro ricovero allestito nella città di Seveso, alcuni anni dopo quello di via Sammartini. Questa volta la profezia non è di fratel Ettore, ma di un suo assistito, che sogna proprio ciò che si vedrà corrispondere perfettamente al disegno dell’architetto: “… un grande edificio di vetro. C’erano due corridoi sopraelevati che collegavano la chiesa alla nostra casa. Sembrava il nostro rifugio, ma tutto era più grande e più bello. Anche il cortile era diverso. C’erano dei vialetti ordinati, fiori, alberi. Poi la Madonna mi ha detto che quella grande casa sorgerà proprio qui, nel nostro cortile. Ha aggiunto però” - ecco le prove intrecciate alle gioie, come realmente avverrà di lì a poco - “che ciò accadrà molto presto, prima però dovremo sopportare un grande dispiacere. Più volte il camilliano si trova senza alcuna risorsa, non solo per sviluppare i suoi ricoveri: viene anche a mancargli il cibo quotidiano per gli assistiti, ma la Provvidenza – secondo l’espressione che lui stesso usa – sempre lo tira fuori dai guai, consentendogli di assistere, oltre ai “barboni” di via Sammartini, i malati di AIDS di Seveso, e in altri ricoveri, immigrati ogni sorta di bisognosi.
Il bene attira: conquista, in modo imprevedibile e sorprendente. Fratel Ettore è lieto nel suo servizio e chi lo incontra ne viene contagiato. Così accade, per citare solo qualche esempio, a Sabatino Jefuniello, nativo di Sarno, che all’età di trent’anni prende a seguire il camilliano dopo averlo sentito parlare di amore e di carità, e lo fa con dispendio totale delle sue forze, fino alla malattia e alla morte he lo coglie ad appena trentadue anni; così accade anche a Maria Rapisarda, ventenne che si trasferisce di punto in bianco da Acireale a Seveso, pioniera della prima casa femminile delle “Figlie di San Camillo”, istituita nella cittadina brianzola con l’approvazione del cardinale Martini, giunta con una lettera indirizzata a fratel Ettore il 24 luglio del 1991.
(Gregorio Curto_21-10-2020)

[Im]perfetti / Luigi Ballerini

Nel "Sistema" tutto è programmato da un Governatore e dai suoi subalterni. I "perfetti" hanno un DNA costruito da esperti genetisti, non sono "ombelicati", hanno un futuro programmato. Accanto a loro gli "imperfetti" svolgono lavori umili, si ammalano, vivono poveramente; ma hanno sprazzi di luce nei loro affetti e provano gioie (come nel festeggiare il Natale e i compleanni) precluse ai perfetti. Il Sistema ha però dei nemici, non solo al di fuori, ma anche al suo interno: la "Ribellione" vorrebbe scardinarlo e da tempo ha approntato un piano per raggiungere il suo scopo. In questo contesto, tre giovani "perfetti" (o presunti tali) della "generazione 20" si incontrano per una competizione-show molto attesa, che avrà una grande audience e non mancherà di riservare sorprese, con grandi novità rispetto alle edizioni degli anni precedenti.
Eira P, Maat P e Adon P (questi i loro nomi, dove “P” significa perfetti) si incontrano proprio quando giunge ad ognuno di loro la lettera che li convoca come finalisti alla competizione denominata GST20, cioè Grande Spettacolo dei Talenti della generazione 20, lo show che – come viene con enfasi confermato dal presentatore - riserverà molte gradevoli sorprese; ma per Eira, Maat e Adon i sorprendenti imprevisti arrivano a raffica già nel viaggio di avvicinamento allo studio, nel quale si effettueranno le riprese in diretta dell’evento: la mancata partenza in aereo, il viaggio con un pulmino, la sosta forzata – a causa di un’abbondante nevicata – in una locanda di montagna gestita da due coniugi “imperfetti”. L’indomani tuttavia, in tempo utile e con la presenza di tutti i contendenti, il GST20 può avere inizio: è articolato in diverse prove e molto ben programmato ma, si rivela sempre più una grande sceneggiata tutta pilotata dall’alto, nella quale soltanto le conquiste della tecnologia sbalordiscono. I concorrenti hanno infatti un casco che mostra loro una realtà tutta virtuale, ma impartisce anche loro dei comandi su come debbano atteggiarsi e muoversi, fino a suggerire quando sorridere e ringraziare. La prova finale poi si svolge in un “globo” che simula uno spazio sconfinato, con ampie zone deserte, montagne, fiumi e mari.
È proprio in questa ostentata “perfezione” del Sistema e nella sua pretesa di controllo sugli individui, programmati nel loro futuro fin dalla nascita, che si insinua il tarlo della Ribellione: un tarlo ben organizzato gerarchicamente, ma che può contare anche sull’insoddisfazione che i tre protagonisti “perfetti” sentono covare nel cuore. Maat, ad esempio, ha come “Professione assegnata dal Dipartimento Arti e Mestieri” quella di “informatico”, ma ha grande passione e talento per la musica, un campo ritenuto di basso livello dal Governatore e dal suo staff (certo perché la musica favorisce quella libertà di esprimere sentimenti e porsi delle domande che turberebbero il Sistema).
Eira, Maat e Adon hanno diciassette anni, come tutti i giovani generati in provetta nello stesso giorno di un certo anno “dalla fondazione del Sistema”. Sono ben contenti di essere stati convocati al GST20, ma arrivano ciascuno con la propria crepa, che diventa sempre più profonda, mano a mano che si aprono tra loro le possibilità di un dialogo, mentre sempre più vengono alla luce le macchinazioni del Sistema. Potranno tre giovanissimi raggiungere lo scopo agognato a lungo dalla Ribellione o conquistare almeno per se stessi libertà e felicità?
(Gregorio Curto_10-10-2020)

Un avvenimento nella vita dell'uomo - Luigi Giussani

“Gioia: questa è la grande parola che Cristo ha introdotto nel mondo e che solo nell’esperienza cristiana è possibile. Non è possibile altrimenti la gioia, se non nell’esperienza del rapporto con Cristo, nella vita vissuta alla luce di Cristo”. Così esortava don Giussani i numerosissimi convenuti a Rimini per gli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e liberazione nel maggio 1992.
Il volume Un avvenimento nelle vita dell’uomo raccoglie le meditazioni tenute dal sacerdote lombardo agli annuali appuntamenti degli Esercizi della Fraternità tra il 1991 e il 1993: parole che vanno sempre al cuore di chi ascolta e suggeriscono un costante confronto con la vita. Così la parola “gioia” che – come è affermato negli esercizi del 1991 impostati sull’enciclica Redemptoris missio di Giovanni Paolo II, - “sta alla fine di ogni discorso cristiano” perché è l’esito di una promessa “per il cui mantenimento tutto è fatto”. Ma la gioia è già un bene del presente, che nasce da un incontro, possibile agli uomini di ogni tempo esattamente come lo fu per i discepoli che si imbatterono con Gesù di Nazaret per le strade della Galilea al tempo dell’imperatore Tiberio.
“Gesù Cristo, quell’uomo di duemila anni fa, si cela, diventando presente, sotto la tenda, cioè sotto l’aspetto di una umanità diversa. L’incontro, l’impatto è con una umanità diversa che ci sorprende, perché corrisponde alle esigenze strutturali del cuore più di qualsiasi modalità del nostro pensiero e della nostra fantasia. Non ce lo aspettavamo, non ce lo saremmo mai sognato, era impossibile, non è reperibile altrove. La diversità umana in cui Cristo diventa presente sta propriamente nella maggior corrispondenza, nell’impensabile e impensata maggior corrispondenza di questa sua umanità, in cui ci imbattiamo, alle esigenze del cuore, alle esigenze della ragione. L’avvenimento è questa sua umanità diversa in cui ci imbattiamo”.
È quindi l’incontro con questa umanità diversa che genera gioia, dando inizio a un cammino di conversione che non può prescindere dal riconoscersi peccatori. È infatti proprio alla nostra debolezza che Cristo viene incontro. “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” – ricorda don Giussani citando i Vangeli sinottici. “Siamo qui perché riconosciamo innanzitutto questa verità: siamo peccatori… e per questo non è mai compiuto l’atto che svolgiamo e realizziamo con chiunque: con chi amiamo, con chi ci è estraneo, con chi ci è nemico, con chi è presente, con chi è lontano, guardando il cielo o guardando la campagna, il mattino o la sera, alzandoci o coricandoci”.
Negli Esercizi del 1992, che hanno come titolo Dare la propria vita per l’opera di un Altro, don Giussani si sofferma, tra gli altri, sul tema della conversione e della “creatura nuova”, tratto distintivo della quale è l’amore. “È una novità critica di mente ed è una novità affettiva quella che caratterizza il soggetto nuovo: c’è in esso una capacità di amore, perciò di gratuità, di affermazione dell’altro, normalmente impossibile. Amare è affermare l’altro. Affermare è il termine dell’azione e l’azione è il fenomeno con cui l’io afferma se stesso; benissimo, qui per affermare me stesso affermo te: questo è l’amore, un’affettività nuova”.
Gli Esercizi del 1993 hanno come titolo un verso ripreso dalla Divina Commedia: Questa cara gioia, sopra la quale ogni virtù si fonda. Dalla gioia dell’incontro con Gesù di Nazaret, presente oggi nella Chiesa, nasce quella gioia che diventa amore, cioè affermazione dell’altro, fino alla gratuità totale. “Ci sono delle virtù – così un passaggio della assemblea seguita ad una delle meditazioni – che solo nell’ambito cristiano sono possibili: al di sopra di tutto la gratuità. Per un atto di gratuità totale occorre veramente avere la coscienza pura della fede e amare il Signore, altrimenti la gratuità non è possibile. La gratuità diventa un ingrediente nell’amore alla donna, nell’amore all’uomo, nell’amore all’estraneo, di fronte al bisogno dell’uomo fratello”.
Chiare e liberanti anche le parole sull’autorità, fattore essenziale della vita comunitaria, considerata nella sua giusta funzione di servizio, in armonia con l’autorevolezza che lo Spirito suscita dove meglio crede. “La nostra compagnia… il Signore non la anima solo con la presenza dell’autorità, che custodisce la strada esatta per cui il popolo tutto deve passare, per cui la nostra anima deve lavorare; la nostra compagnia è carica di ricchezza, ognuno di noi, se guardato con gli occhi della fede, ha una autorevolezza sull’altro data da una capacità di esempio, di pazienza, di affezione, di perdono, da una capacità di parola buona, da una saggezza, da una capacità di discrezione”.
(Gregorio Curto_19-09-2020)

Heidi / Johanna Spyri ; tradotto da Alessandra Lavagnino

Alla tenera età di cinque anni, Heidi si trova ad essere orfana e con una storia della sua famiglia così travagliata, che la zia Dete, dopo averla tenuta con sé senza farle troppe coccole, prende la decisione irrevocabile (e a suo giudizio incontestabile) di portarla dal nonno, un anziano signore che vive isolato e non ha affatto la fama di essere un brav’uomo. Alla prova dei fatti però le opinioni della gente si rivelano pregiudizi infondati, perché la piccola cresce ben voluta dal “nonno dell’alpe” che offre alla nipotina tutte le sue cure e la fa crescere serena, in un ambiente ristretto ma più di ogni altro salutare e accogliente. Heidi gusta il latte appena munto e il formaggio abbrustolito che costituiscono il suo principale nutrimento, vive all’aria aperta ammirando i fiori e altre meraviglie della natura, riposa serena in un povero giaciglio preparatole nel fienile, dal quale ogni sera può contemplare un meraviglioso cielo stellato. Pochissime le persone che frequenta, ma tutte sono bei tipi, che le vogliono bene: oltre al nonno, c’è il giovanissimo Peter, un ragazzetto dedito a far pascolare un gregge, che comprende anche Cigna e Orsetta (le due capre del nonno). C’è poi la famiglia di Peter (che abita in una povera casetta nel Dorfli, la parte alta della cittadina di Mayenfeld), costituita dalla mamma e dalla nonna del ragazzetto. Specialmente la nonna si rivela una grande amica di Heidi: è anziana e cieca, ma con una fede incrollabile, che le consente di abbracciare serenamente la povertà e l’infermità e di mostrare per Heidi una grande tenerezza.
La piccola è sana e felice, ma pesano delle incognite sul suo futuro. Quando arriva per lei l’età in cui dovrebbe iniziare la scuola, il nonno non vuole in alcun modo lasciarla andare, neppure quando il Parroco gli fa presente che non si può diventar grandi senza un minimo di istruzione. La situazione si sblocca così solo quando, inaspettata e ancora incontestabile (a suo avviso) la zia Dete interviene una seconda volta per riprendersi Heidi; non la terrà però con sé: ha deciso di rispondere all’appello del signor Sesemann, un ricco vedovo di Francoforte, che cerca una compagna per la figlioletta Clara, bambina di undici anni affetta da una malattia che la costringe su una sedia a rotelle. In casa Sesemann Clara non si trova affatto bene, ma si affeziona a Clara, che a sua volta le dimostra un grande affetto, e alla nonna di lei, dalla quale imparerà come far fronte alle prove più aspre della vita. Nella lussuosa di casa di Francoforte a Clara mancano tanto l’aria pura, i prati e il sole, i fiori e il cielo stellato, come si può vedere solo in montagna. C’è poi la terribile signorina Rottermeier, rigidissima precettrice di Clara, che non può sopportare la bambina analfabeta venuta dalla selvaggia alpe. La piccola sta così male che ne soffre fino a piangere e ad ammalarsi. È a questo punto della vicenda che interviene la nonna di Clara, che dà ad Heidi il suggerimento che le cambia la vita. Le chiede se ha qualche dispiacere e, avuta come risposta “è cosa che non posso dire”, le consiglia:
“Vieni, bambina, debbo dirti una cosa. Quando si ha dentro una pena che non si può dire a nessuno, allora ci si confida con Dio, lassù nel cielo, e lo si prega, perché Lui solo può aiutarci in ogni pena. Tu questo lo sai, vero? E lo preghi ogni sera, ringraziandolo del bene che ti ha dato e chiedendogli di allontanare il male da te?”.
Heidi è completamente disorientata, perché non ha visto mai suo nonno andare in chiesa né il vecchio le ha insegnato a pregare. Ma la nonna di Clara ha aperto una breccia nel cuore di Heidi. Poi le insegna la storia di un figlio che si era allontanato dal padre, ma era poi ritornato, e il padre, invece di rimproverarlo, gli era andato incontro per accoglierlo a braccia aperte e gli aveva fatto una grande festa. Clara ascolta, impara e racconterà poi lei stessa questa storia al nonno, dopo che avrà imparato a leggere e avrà constatato (altro insegnamento della nonna di Clara) che se il buon Dio non ci dà subito quello che gli chiediamo, lo fa perché ci prepara un dono più grande e ancora più bello di quello che gli avevamo domandato con insistenza.
(Gregorio Curto_31-08-2020)