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Diario 1941-1943 / Etty Hillesum ; a cura di J. G. Gaarlandt
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HILLESUM, Etty

Diario 1941-1943 / Etty Hillesum ; a cura di J. G. Gaarlandt

Milano : Adelphi, 1996

Abstract: Un cuore pensante testimonia la propria fine in un campo di concentramento. Accanto al Diario di Anna Frank, uno dei documenti indispensabili sulla persecuzione degli ebrei. Se Etty insiste a ripeterci che tutto è bello, è perché un'ebraica volontà di vivere fino in fondo vuole questo in lei. Un rivestimento ideale, poetico, ricopre in lei la solida, l'irriducibile, l'intima forza ebraica (Sergio Quinzio).

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Pubblicato in prima edizione nel 1981, il Diario di Etty Hillesum è stato scritto tra il mese di marzo del 1941 e il 12 ottobre del 1942 da una giovane di ventisette anni, nata a Middelburg da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica e morta ad Auschwitz nel mese di novembre del 1942. Leggendolo, ci si rende conto fin dalle prime pagine di trovarsi davanti ad una persona dall’animo inquieto, già provata da diverse esperienze non di rado trasgressive, che affida alla propria penna il racconto della quotidianità, intrecciato a riflessioni e sentimenti, scrivendo tutto di getto, senza alcuna reticenza.
Etty vive ad Amsterdam con due fratelli geniali (uno dei quali è un musicista di grande talento), che soffrono di patologie neurologiche, e due genitori dai quali si è presto emancipata. Ha completato infatti i suoi studi conseguendo due lauree ed è andata ad abitare nella dimora di Han Wegerif, un anziano vedovo con un figlio di ventun anni di nome Hans, allo scopo di occuparsi dell’andamento della loro casa. La Hillesum nel diario scrive di loro: di Hans, al quale si lega presto con una relazione molto intima, e di altri amici (Tide, Liesl, Dicky); più di ogni altro narra però di Julius Spier (nel Diario “S.”), lo psicochirologo che la prende in cura e al quale deve il suo inimmaginabile processo di maturazione e di conversione. Spier appare al lettore di oggi come un tipo ben strano: ha cinquantasette anni, una discreta fama professionale e un buon numero di pazienti di sesso femminile, che cura partendo dalla lettura della mano e ingaggiando con loro una lotta corpo a corpo. Il rapporto che Etty ha con lui si evolve dai lunghi mesi in cui i due si danno del lei, a quando diventano amanti, fino allo sbocciare nella Hillesum di un amore puro, che non vuole possedere un individuo, ma si dilata gratuitamente al mondo intero. È proprio Spier a suggerire alla sua paziente di scrivere un diario; le consiglia inoltre (lui pure ebreo!) di leggere, oltre ad autori come Dostoevskj e Rilke, alcuni libri del Nuovo Testamento, in particolare le lettere di San Paolo e il Vangelo secondo Matteo. La invita infine a pregare (anche inginocchiandosi!), tanto che il Diario diventerà sempre più un rivolgersi di Etty direttamente a Dio.
Ecco un passo che documenta il progressivo purificarsi dell’amore per Spier: “Tante cose cominciano a chiarirsi: per esempio che non vorrei diventare sua moglie. Voglio darne atto molto spassionatamente e obiettivamente: la differenza d’età è troppo grande. In pochi anni ho già visto trasformarsi un uomo. Ora sta cambiando anche lui. È un uomo vecchio a cui voglio bene, infinitamente bene, e con lui mi sentirò sempre legata. Ma ‘sposarlo’, come direbbe un bravo borghese, francamente non lo vorrei. E proprio il fatto di dover percorrere la mia strada da sola mi fa sentire così forte. Nutrita di ora in ora dell’amore che provo per lui, e per gli altri. Infinite coppie si formano all’ultimo momento, per disperazione. Preferisco essere sola e per tutti”. Qualche settimana prima Etty aveva già scritto: “Dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dire questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi, e che ultimamente stanno crescendo in modo così meraviglioso. S. diceva ieri: ‘Mi sono maledettamente abituato a lei’. E Dio sa quanto ‘maledettamente’ io mi sia ‘abituata’ a lui. Ma devo abbandonarlo ugualmente. Voglio dir questo: dal mio amore per lui devo attingere forza e amore per chiunque ne abbia bisogno… E con l’amore che sento per lui posso nutrirmi una vita intera, e altri insieme con me.”
Quando Julius, nel mese di luglio del 1942, muore inaspettatamente, per una malattia che lo consuma in pochi giorni, Etty scrive nel suo diario, apostrofandolo: “Sai, mi sento così forte e sono certa che me la caverò. Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere”. Così sempre più Etty si sente investita di una missione: sia da vivere nel presente, aiutando le vittime delle persecuzioni naziste (tra le quali c’è lei stessa e tutta la sua famiglia), sia affidando alla scrittura la memoria dei tristi giorni dell’Olocausto, se potrà sopravvivere fino alla fine della guerra, che terminerà certamente con la sconfitta di Hitler. Scrive il 18 maggio del 1942: “Un giorno scriverò. Le lunghe notti che passerò seduta a scrivere saranno le mie notti migliori: E allora verrà fuori tutto quel che accumulo dentro, scorrerà pian piano come una corrente senza fine”. E qualche tempo dopo: “In questi giorni sto percorrendo la vita come se mi portassi dentro una lastra fotografica che registra esattamente tutto, fin nei minimi dettagli. Sento che ogni cosa mi entra ‘dentro’ con grande nitidezza di contorni. Più tardi, forse molto più tardi, svilupperò e stamperò tutte quelle immagini – quando avrò trovato il tono giusto per esprimere questo nuovo modo di sentire la vita”.
La persecuzione degli ebrei, fino alla folle intenzione del Fuhrer di giungere alla “soluzione finale”, si rende col passare dei giorni sempre più manifesta. Il 15 luglio del 1942 Etty ottiene un impiego nell’Ufficio per gli “Affari culturali” del Consiglio Ebraico, guadagnando con ciò una limitata temporanea protezione per sé (nell’avere dilazionata la propria deportazione) e la possibilità di offrire un minuscolo aiuto alle altre vittime della Shoah. Poco dopo, per essere più vicina al suo popolo perseguitato e in particolare ad alcune giovanissime vittime delle deportazioni, decide di recarsi a vivere nel campo di Westerbork, punto di passaggio per la triste meta di Aushwitz, dove lei stessa finirà i suoi giorni. Dal Wersterbork scrive alcune lettere (riportate in appendice al volume) sorprendenti e commoventi per come vi si intrecciano la lucidità del suo sguardo sulla realtà e la convinzione incrollabile della positività della vita: “La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dentro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo infatti a questo tempo, corpo e anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita”. Già alla morte di Spier Etty aveva scritto nel Diario: “Vorrei congiungere le mani e dire: ragazzi, sono così felice e riconoscente e trovo la vita così bella e ricca di significato. Proprio così, e lo dico mentre sono accanto al letto del mio amico morto prematuramente, e mentre io stessa posso essere deportata a ogni momento in una terra sconosciuta. Mio Dio, ti sono così riconoscente per tutto quanto”. E il 10 ottobre del 1942 scrive: “Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegati. È un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di generazione in generazione. Ho dovuto impararlo a fatica. È l’eredità più preziosa che io abbia ricevuto dall’uomo di cui ho già quasi dimenticato il nome, ma la cui parte migliore continua a vivere in me”.
(Gregorio Curto_22-08-2019)

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