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Il profeta di Nomadelfia : Don Zeno Saltini / Remo Rinaldi
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RINALDI, Remo

Il profeta di Nomadelfia : Don Zeno Saltini / Remo Rinaldi

Cinisello Balsamo (MI) : San Paolo, 2008

Abstract: 1941 a S. Giacomo Roncole, vicino a Mirandola (MO), don Zeno accoglie come figli altri fanciulli abbandonati e fonda l'Opera Piccoli Apostoli. Ha giurato sull'altare che mai avrebbe fatto un collegio. Nel 1941 una giovane studentessa, Irene, scappa da casa e si presenta a don Zeno dichiarandosi disposta a far da mamma ai Piccoli Apostoli. Don Zeno, con l'approvazione del vescovo, le affida i più piccoli e nasce con lei una maternità nuova, virginea. Altre giovani donne la seguono, sono le mamme di vocazione. Alcuni sacerdoti si uniscono a don Zeno e danno inizio ad un clero comunitario. Dopo la fine della guerra, nel 1947, i Piccoli Apostoli occupano l'ex campo di concentramento di Fossoli, vicino a Carpi, per costruire la loro nuova città. Abbattono muraglie e reticolati, mentre accanto alle famiglie di mamme di vocazione si formano le prime famiglie di sposi, che chiedono a don Zeno di poter accogliere i figli abbandonati, decisi ad amarli alla pari di quelli che nasceranno dal loro matrimonio. Il 14 febbraio 1948 approvano il testo di una costituzione che verrà firmata sull'altare. L'Opera Piccoli Apostoli diventa così Nomadelfia, che significa dal greco: Dove la fraternità è legge.

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“Al comitato che si è costituito per solennizzare l’ordinazione e la prima messa solenne, don Zeno impone una condizione: devono preparare un corredo per il diciottenne Barile, appena dimesso dal carcere. Lo devono vestire a nuovo e deve assistere, tra gli invitati d’onore, alla prima messa solenne nella cattedrale di Carpi. In caso contrario, minaccia di depositare i paramenti sacri sull’altare e di partire con Barile, in bicicletta, per celebrare la messa solo con lui in una chiesetta qualsiasi”.
È il mese di gennaio del 1931 e don Zeno Saltini, nato nella Frazione di Fossoli del Comune di Carpi il 30 agosto del 1900, già offre un bel biglietto da visita, una chiara anticipazione di quanto mostrerà via via con più chiarezza nei suoi oltre ottant’anni di vita: un temperamento risoluto, instancabile nel servizio dei poveri, amareggiato ma docile all’autorità della Chiesa, tutto dedito alla missione di costruire una società che abbia per legge la fraternità. Barile è il primo “figlio” di don Zeno, la cui opera si fonda già negli anni Trenta, con la costituzione di una famiglia di minori, accolti dalla sorella Nina e da molte altre “mamme per vocazione”. La Comunità prende il nome di Opera Piccoli Apostoli, si insedia in San Giacomo Roncole nel Comune di Mirandola ed ottiene una prima approvazione ecclesiastica nel 1937.
C’è poi lo scompiglio della guerra, durante la quale don Zeno si reca nel sud del Paese, sosta per qualche tempo a Roma, torna a San Giacomo (nel maggio del 1945), inizia a partecipare attivamente al dibattito politico sulla costituenda Repubblica con un disegno chiaro, che espone in diversi scritti e in molte piazze. Il 27 giugno scrive al suo vescovo, monsignor Dalla Zuanna, che di don Zeno è un sincero ammiratore: “Io spero di creare un movimento di masse travolgente tale da buttare a mare tutti i partiti esistenti, i quali, appunto perché inconciliabilmente opposti tra loro nelle ideologie che li animano, stanno buttando l’Italia alla completa rovina. Io credo all’onnipotenza del lievito di Cristo nelle masse, per questo mi tuffo tra le masse spingendole alla soluzione della secolare lotta tra capitale e lavoro”. I fatti non sono meno rivoluzionari delle parole. Per dare ai suoi 316 figli a ad oltre 200 suoi collaboratori una dimora adeguata, nel mattino del 19 maggio 1947 don Zeno si insedia con loro nell’ex campo di prigionia di Fossoli, senza aspettare la richiesta autorizzazione del ministro competente, Mario Scelba, allora e in seguito insensibile o apertamente ostile al sacerdote carpigiano. Inizia così la storia di Nomadelfia, la città dove la fraternità è legge, che si dà una prima Costituzione il 14 febbraio del 1948: una storia caratterizzata da una ricchezza e da un travaglio inenarrabili. Basti a questo scopo ricordare i parecchi personaggi insensibili, indifferenti e pesino apertamente ostili a don Zeno, nella politica e nella stessa Chiesa; ma anche molti amici e attivi collaboratori, come Padre Davide Maria Turoldo e la contessa Albertoni Pirelli. Mentre le ambizioni del fondatore di Nomadelfia sono inarginabili, come si evince anche dai sempre nuovi accolti, le difficoltà economiche e di gestione dell’Opera crescono. Così con una infausta intesa tra politici e uomini di Chiesa, per disposizione delle autorità competenti, nell’estate del 1952 Nomadelfia deve sciogliersi: don Zeno ne viene espulso per decreto del Santo Uffizio, molti minori sono strappati alle loro madri adottive e trasferiti in strutture a loro estranee, pochi “superstiti” si trasferiscono nella tenuta di Roselle presso Grosseto. È il momento più buoi della vita di don Zeno, che obbedisce – come osserva giustamente l’autore della biografia - “perché dedica la sua vita e le sue lotte ai piccoli e agli sventurati, non per ragioni umanitarie, ma perché Dio è padre e perciò gli uomini sono fratelli. Non sminuisce il cristianesimo a sola affermazione di valori morali e sociali. Egli è anzitutto un uomo di grande fede in Dio e la fede è dimostrata non dalle parole, ma dai comportamenti che si assumono, che sono quelli voluti ed esemplificati da Gesù Cristo”. Ha però pur sempre i suoi fieri sostenitori; alcuni totalmente impotenti, ma risoluti fino a commuovere. Barile è in Francia a lavorare; viene a sapere da un giornale che “la città di Nomadelfia è rimasta senza padre”. Si reca a Roma al Santo Uffizio, chiede con insistenza di essere ricevuto da qualcuno “in alto” e può infine sventolare davanti al cardinale Ottaviani il libretto “Tra le zolle” che racconta del sacerdote che molti anni prima lo ha accolto, dicendo: “Io sono figlio di don Zeno, dove avete messo mio padre? Che cosa ne avete fatto?”. Monsignor Ottaviani – osserva Remo Rinaldi – “è intelligente, capisce che dietro a Nomadelfia non ci stanno questioni dottrinali, ma semplicemente una questione di carità: uomini e donne sventurati, piccoli abbandonati, che hanno trovato casa, solidarietà speranza, affetti. Purtroppo ha prevalso un’altra linea, che non è quella di Ottaviani”.
A carico di don Zeno grava anche un procedimento penale: è accusato di “insolvenza fraudolenta”, ma il processo si conclude, il 20 novembre del 1952, con la piena assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Per poter essere vicino ai suoi figli e più incisivo nell’arduo compito di uscire dal baratro nel quale è caduto insieme alla sua opera, poco dopo don Zeno chiede e ottiene la riduzione allo stato laicale. La risalita dal baratro è lenta e pagata a caro prezzo, ma qualcosa inizia finalmente a cambiare tra i politici italiani, come pure nell’ambito della Chiesa. Nomadelfia si ricostruisce presso Grosseto, diventa una parrocchia, si dà una nuova costituzione; il suo fondatore, revocatagli la riduzione allo stato laicale, può celebrarvi il 6 gennaio del 1962 la sua “seconda prima messa”, trattenendo le lacrime, fino a quando non si trova, tra i fedeli ai quali distribuisce l’Eucaristia, l’indomabile Barile.
Don Zeno si dimostra nella nuova Nomadelfia forse un po’ più duttile, ma è sempre fermo e caparbio nel perseguire il suo ideale. Negli anni Sessanta e Settanta nasceranno nella nuova sede presso Grosseto diverse imprese e la “Scuola familiare”, con programmi e metodi tutti particolari, mentre la missione è affidata anche a spettacoli di danze e canti, portati in tournée in molte città di tutte le regioni d’Italia.
Il 6 gennaio del 1981 don Zeno celebra il cinquantesimo anniversario di sacerdozio. Il giorno 13 subisce un infarto. Le sue ultime parole sono registrate e costituiscono il suo testamento spirituale. Muore il 15 gennaio 1981. Attorno alla bara, durante il funerale, i bimbi e i giovani di Nomadelfia danzano.
(Gregorio Curto_30-08-2019)

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