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Vincere, ma non solo
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ZANETTI, Javier

Vincere, ma non solo

Milano : Mondadori, 2018

Abstract: «Questo libro è il racconto schietto e sincero di quello che mi è successo o, meglio, di quello che sono riuscito a capire di me stesso una volta che i riflettori di San Siro si sono spenti per l'ultima volta sulle mie galoppate fino alla linea di fondo.» Un grande campione diventato dirigente ci accompagna lungo il percorso che dai campi da calcio lo ha portato in uno dei business più globali del terzo millennio, e ci mostra come i princìpi appresi nello sport e nella vita siano validi e applicabili in tutte le attività professionali. Javier Zanetti, già capitano dell'Inter e della Nazionale argentina, è un'icona unanimemente riconosciuta e ammirata, portatore di valori universali che sta trasferendo anche nella sua ultima avventura. E che in queste pagine traduce in suggerimenti semplici e concreti per chiunque si trovi, in qualsiasi ruolo, a operare all'interno di un gruppo di lavoro. Dal rispetto per i ferri del mestiere alla chiarezza degli obiettivi, dalla lealtà verso colleghi e avversari alla capacità di fare autocritica, al coraggio di cercare sempre nuove sfide, Zanetti ci indica in undici capitoli altrettanti punti fermi che lo hanno accompagnato dall'infanzia, vissuta nel Dock Sud, uno dei quartieri più poveri di Buenos Aires, fino all'arrivo in Italia, nella grande famiglia dell'Inter, con cui ha conquistato tutti i trofei più importanti. Nel suo racconto sport e business non sono solo gli strumenti del successo individuale: tutto ha più senso se si ha come stella polare la solidarietà sociale, la vicinanza ai più deboli. Da calciatore ieri e da dirigente oggi, «il Capitano» indica nella sensibilità umana non semplicemente un dovere morale ma una chiave importante di qualunque impresa.

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In "Vincere, ma non solo" affiorano qua e là i ricordi di una luminosa carriera da calciatore, che si intrecciano con le responsabilità assunte dalla nuova professione, intrapresa dopo l’ultima partita, giocata il 14 maggio 2014. Da allora infatti Javier Zanetti, per molti anni capitano dell’Inter e della Nazionale Argentina, è nella squadra milanese uno stimato dirigente, con la qualifica di vice-president. Da sportivo e da uomo appassionato alla realtà, nel suo libro Javier trasmette al lettore molti suggerimenti, che attinge dalla sua esperienza. Ricorda ad esempio la passione per il calcio, nata in lui quando era ancora bambino e giocava con i coetanei a Dock Sud, il quartiere povero di Buenos Aires dove è nato. Grande stima dimostra di avere sempre avuto per i suoi genitori: il fratello maggiore, anche lui calciatore, la mamma, il papà di professione idraulico che gli ha insegnato ad avere le scarpe sempre lucide (pulendole bene dopo ogni partita giocata), come lui teneva sempre puliti e in perfetta efficienza i suoi attrezzi di idraulico. Già con le squadre argentine nelle quali ha militato (dapprima l’Indipendente, poi i Talleres e il Banfield), Zanetti ha provato successi e delusioni, ma ha mostrato di non perdere la testa nella prosperità e di non abbattersi nelle sconfitte. Nel capitolo “Non temere mai le sfide” racconta di una sconfitta molto amara, che si è però rivelata quanto mai istruttiva, quella della partita con la Lazio, allo Stadio Olimpico di Roma, il 5 maggio del 2002, terminata 4 a 2. “Da quella sconfitta – scrive Zaneti – ho tratto un insegnamento fondamentale: non bisogna piangersi addosso, non macerarsi nella lagna per le ingiustizie vere o presunte, e che rischiano di diventare una zavorra nell’operazione indispensabile di girare pagina e andare avanti. Un leader come me è chi sa aiutare la squadra a ingoiare i bocconi amari e dimenticarli. Se ci si guarda intorno, chiunque troverà esempi di amici o conoscenti che davanti alla sconfitta si sono rifugiati nell’alibi, amaro ma consolatorio, dell’ingiustizia o addirittura del complotto di cui sarebbero rimasti vittima. A volte queste spiegazioni hanno un aggancio con la realtà, a volte no, ma di una cosa sono sicuro: chi vi si aggrappa non ha nessuna speranza di risorgere né di riscattarsi”. Altra delusione quella della partita di Champions League contro il Milan nel 2003, pareggiata 1 a 1 ma che comportò l’esclusione dalla Coppa. Al fischio finale dell’arbitro, l’Inter fu applaudito dai tifosi: “ci stavano dicendo – ricorda Javier – che avevamo vinto qualcosa di più importante dell’accesso alla finale: la partita dell’orgoglio e del dovere compiuto”.
A questa logica si accordano bene altre considerazioni, che traspaiono qua e là nel libro: non dar peso ai voti dei giornalisti ma dare sempre il massimo, in partita come negli allenamenti; allenarsi perciò sempre con assiduità e con grande impegno; rispettare gli avversari e gli arbitri, anche quando sbagliano; essere pronti a cambiare progetto, ma anche tenaci nel verificare quello che si scelto all’inizio di un cammino (non licenziando l’allenatore di una squadra, ad esempio, dopo due sole sconfitte); essere leali in campo, non buttandosi a terra per una leggera spintarella subita, anche se fallosa. Grande tenacia e passione il Capitano dell’Inter e dell’Argentina ha mostrato fino al termine della sua carriera di calciatore, dopo un grave infortunio: “Avevo quasi quarant’anni, tutti hanno creduto che la mia storia in campo fosse terminata quel giorno, invece io mi dicevo: no, Javi, non finirà così, l’ultima partita della tua vita uscirai dal campo con le tue gambe e non su una barella. Adesso mi operano, poi recupero e torno a giocare: questo pensavo e così è stato”.
Da quando è Vice-president della squadra di club nella quale ha giocato più a lungo Javier ha dovuto riqualificarsi, ancora una volta mostrando grande passione e lodevole impegno, affrontando con entusiasmo, tra altri compiti, la fatica di imparare bene l’inglese e di diventare uno studente dell’Università Bocconi. In un paio di flash l’autore fa capire anche quanto sia importante la famiglia: racconta infatti che nel quartiere di Buonos Aires dove abitava da bambino c’era una ragazza che gli piaceva parecchio: “spesso andavo a vederla giocare, anzi direi che non mi perdevo una sola partita pur non capendo quasi niente di pallacanestro: la bella ragazza si chiama Paula e oggi è mia moglie”. A lei e ad altri amici Javier deve la scelta di una fondazione, chiamata Pupi, con la quale aiuta dei ragazzi poveri residenti in Argentina, consentendo loro di praticare il calcio e favorendo la oro crescita umana e morale. Paula è poi stata determinante, insieme ai figli, nella scelta di non passare ad altre squadre, né da calciatore né da dirigente, per poter dare una stabilità alla famiglia, che risiede a Como. Con lei – confida ancora Javier – “anche adesso che ho smesso con il calcio professionistico cerco di allenarmi tutti i giorni. Mi piace fare fitness con mia moglie, abbiamo una palestra in casa e, quando ci sono delle belle giornate facciamo una camminata sul lago, tra andata e ritorno sono dieci chilometri che rappresentano già un buon allenamento, e questi sono anche i momenti solo per noi, in cui possiamo parlare, coltivare il rapporto di coppia che nell’arco della giornata è troppo spesso distratto da tanti impegni”.
Molti sono i personaggi, dello sport e non, incontrati da Zanetti. Da tutti ha imparato, che fossero compagni di squadra o avversari, giornalisti o uomini politici: tra gli altri, ammirati per la loro professionalità e tenacia, Mourinho, che ha portato l’Inter a vincere la Triplete, e Nelson Mandela, venuto a salutare i calciatori prima di una partita giocata a Johannesburg il 13 maggio 1995. “Mi sono trovato a stringere la mano a un uomo che ha cambiato la storia del suo paese e del mondo intero” – ricorda Javier –, che del leader nero ha ben impressa nella memoria una frase: “Io non perdo mai. O vinco o imparo”, perché “nessuna sconfitta è mai davvero tale se ne cogli il significato profondo e la utilizzi per non ripetere gli errori che hai commesso”.
(Gregorio Curto_03-11-2019)

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