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Fratel Ettore e i suoi amici / Luciano Moia
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MOIA, Luciano

Fratel Ettore e i suoi amici / Luciano Moia

Torino : Edizioni camilliane, 1991

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Fratel Ettore (per il quale si aperta nel febbraio 2013 la causa di beatificazione) è tornato alla casa del Padre il 20 agosto del 2004; ha vissuto fino all’ultimo istante donando senza riserve tutto se stesso per servire gli ultimi, ma qual tempra d’uomo sia stato si intende già dai primi passi della sua missione, come ben documenta il libro di Luciano Moia, pubblicato nel 1991. Nato nel 1928 in un piccolo centro della provincia di Mantova in una famiglia di modeste condizioni economiche, Ettore è stato da ragazzo un semplice mandriano, ben disposto a lavorare per mantenersi e dare un aiuto al padre, alla madre e alle quattro sorelle. L’incontro con il camilliano padre Koser lo segna quando è ancora un ragazzo, ma è dopo la dura prova di un ricovero all’ospedale di Verona, dove soffre per una brutta ernia al disco, che matura in Ettore la scelta vocazionale. Né in seguito a questa scelta la strada gli si appiana, negli anni trascorsi prima nel seminario di Verona e poi a Venezia, mentre da casa sua gli giunge la notizia di un incidente occorso al padre, che si infortuna gravemente per una brutta caduta (da tre metri di altezza) mentre lavora nei pressi del fienile.
Giunge però anche il giorno della vestizione e poco dopo un sogno profetico: “Vede Gesù Bambino in braccio alla Madre che sobbalza di gioia. Poi si ferma a poca distanza da lui facendogli segno di avvicinarsi. Ettore da principio è riluttante, quasi impaurito per un gesto così esplicito di familiarità e di confidenza, poi finalmente s’avvicina e Gesù Bambino gli prende la testa e sospingendola verso il cuore della Madonna: ‘Confida in lei e sarai al sicuro’, dice il Bambino”. La devozione alla Madonna di fratel Ettore sarà da quel giorno indefettibile e si manifesterà in modi clamorosi e dirompenti, come le processioni con la statua della Vergine per le vie e piazze centrali di Milano o le sortite inaspettate, con la stessa statua, alle porte o all’interno delle sale comunali con i consiglieri radunati a discutere dell’assistenza ai poveri.
La svolta più significativa del percorso di fratel Ettore avviene quando i superiori gli affidano il compito di assistere i malati e i bisognosi “fuori dalla clinica” (ubicata in Via Macchi a Milano), dove già i Camilliani prestano il loro servizio: è questo infatti il primo passo, che porta presto all’incontro con i “barboni” che stazionano nei pressi della Stazione Centrale, per i quali (dopo un intenso braccio di ferro con le autorità civili) il primo gennaio del 1979 si può finalmente aprire il ricovero di Via Sammartini. I passi che segnano l’avventuroso cammino di fratel Ettore e della sua opera sono una valanga di imprevisti in alternanza buoni e infausti, come documenta anche un altro sogno profetico relativo al progetto di ampliamento di Casa Betania, altro ricovero allestito nella città di Seveso, alcuni anni dopo quello di via Sammartini. Questa volta la profezia non è di fratel Ettore, ma di un suo assistito, che sogna proprio ciò che si vedrà corrispondere perfettamente al disegno dell’architetto: “… un grande edificio di vetro. C’erano due corridoi sopraelevati che collegavano la chiesa alla nostra casa. Sembrava il nostro rifugio, ma tutto era più grande e più bello. Anche il cortile era diverso. C’erano dei vialetti ordinati, fiori, alberi. Poi la Madonna mi ha detto che quella grande casa sorgerà proprio qui, nel nostro cortile. Ha aggiunto però” - ecco le prove intrecciate alle gioie, come realmente avverrà di lì a poco - “che ciò accadrà molto presto, prima però dovremo sopportare un grande dispiacere. Più volte il camilliano si trova senza alcuna risorsa, non solo per sviluppare i suoi ricoveri: viene anche a mancargli il cibo quotidiano per gli assistiti, ma la Provvidenza – secondo l’espressione che lui stesso usa – sempre lo tira fuori dai guai, consentendogli di assistere, oltre ai “barboni” di via Sammartini, i malati di AIDS di Seveso, e in altri ricoveri, immigrati ogni sorta di bisognosi.
Il bene attira: conquista, in modo imprevedibile e sorprendente. Fratel Ettore è lieto nel suo servizio e chi lo incontra ne viene contagiato. Così accade, per citare solo qualche esempio, a Sabatino Jefuniello, nativo di Sarno, che all’età di trent’anni prende a seguire il camilliano dopo averlo sentito parlare di amore e di carità, e lo fa con dispendio totale delle sue forze, fino alla malattia e alla morte he lo coglie ad appena trentadue anni; così accade anche a Maria Rapisarda, ventenne che si trasferisce di punto in bianco da Acireale a Seveso, pioniera della prima casa femminile delle “Figlie di San Camillo”, istituita nella cittadina brianzola con l’approvazione del cardinale Martini, giunta con una lettera indirizzata a fratel Ettore il 24 luglio del 1991.
(Gregorio Curto_21-10-2020)

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