Gregorio Curto

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La storia di Orfeo ed Euridice / raccontata da Mino Milani ; illustrazioni di Nella Bosnia

Le doti e il temperamento di Orfeo si manifestano chiaramente quando egli è ancora un ragazzo. In riva al mare, Orfeo osserva e ascolta incantato, come lui solo può vedere e udire: “il vento passava sull’acqua, la increspava, la sollevava in bianca spuma; l’acqua rispondeva ricadendo, crepitando, distendendosi. Erano due voci che cantavano insieme, e che narravano di tempeste e di bonacce, di navi e di marinai, di speranze e di avventure, vele gonfie di vento, remi che si immergevano e che si rialzavano grondanti”. Non di meno nei boschi “era ancora il vento a suscitare il suono; passava tra i rami e sui cespugli, in brezze leggere o in forti folate, e a esse musica e canto rispondevano.”
Poi appare ad Orfeo il delfico Apollo, che gli consegna la sua cetra divina: il giovane cantore ne è entusiasta al punto di non desiderare altro e scegliere per il suo avvenire il sole, la guerra e l’avventura (anziché la nebbia, la pace e la quiete), fino ad una morte che arriverà “come una fiammata”. Non esita perciò, quando ne ha l’opportunità, ad imbarcarsi con il valoroso Giasone e i suoi argonauti, impegnati a conquistare il vello d’oro nella lontana Colchide. L’impresa ha buon esito, né sarebbe riuscita senza l’apporto decisivo di Orfeo che, accompagnato dalla cetra, con il suo canto placa le guerre e consente l’attraversamento delle Simplegadi, le micidiali rocce dello stretto dell’Ellesponto, che schiacciavano le navi come le fauci di un leone.
Alle Simplegadi Orfeo incanta e salva anche una colomba, seguendo la quale giunge poi nella terra del re Erto, dove si innamora della principessa Euridice. Quando questa viene raggiunta dal morso fatale di una serpe Orfeo non ha più pace; non di meno osa ciò che una sola creatura, il semidio Ercole, ha tentato: raggiungere il Regno dei morti, per ritrovare e riportare in vita la sua amata. Orfeo supera mille ardue prove, avvalendosi all’occorrenza della sua “arma” insuperabile: la cetra del delfico Apollo, dalla quale sa sempre trarre melodie incantevoli. Giunge così al cospetto del dio Ades, re degli inferi, e incanta lui pure con la sua musica e il suo canto, fino a farsi concedere la possibilità di uscire dall’oltretomba con la sua Euridice tornata in vita: la fanciulla lo seguirà, ma Orfeo dovrà compiere il viaggio di ritorno, superando molte altre ardue prove, senza mai voltarsi a guardarla.
Le pagine che raccontano questo viaggio di ritorno dell’eroe-cantore sono colme di apprensione e di struggimento. Riuscirà Orfeo nella sua impresa o dovrà tornare tra i vivi senza Euridice, a consumare i suoi giorni nella tristezza e nell’angoscia? Le ultime pagine del libro riveleranno infine in che modo si sarà compiuto il destino del protagonista, scelto molti anni addietro al cospetto del delfico Apollo: una morte “come una fiammata”.
(Gregorio Curto – 2022-11-04)

Marina Bellezza - Silvia Avallone

Su una vecchia Volvo, Andrea, Sebastiano e Luca viaggiano sulla SP 100, “stretta tra due colossali montagne nere”. Nel desolato, affascinante paesaggio del biellese ha inizio (e si svolge quasi interamente, in pochi mesi, a partire dall’autunno del 2012) la vicenda nella quale si intrecciano le vite di Andrea e di Marina, protagonisti del romanzo. La Volvo investe poi un cervo, che i tre amici decidono di caricare nel bagagliaio del veicolo, in attesa di dare all’animale una più degna sepoltura. Già dalle prime pagine del libro si coglie come Andrea e i suoi due compagni siano giovani diversi tra loro per temperamento e storia, ma accomunati da un passato travagliato e da un grande desiderio di stabilità e di pienezza.
La trama del romanzo si svolge poi nell’intreccio tra le vicende determinate dalla tenacia di Andrea e quelle relative al successo di Marina, ambiziosa cantante desiderosa di ricchezza e fama, mentre numerosi flash back spezzano la narrazione, gettando luce sulle motivazioni del comportamento dei due protagonisti. Emerge infatti solo a tratti, e progressivamente, che Andrea ha due genitori con i quali è in conflitto da quando era bambino, in quanto figlio forse non voluto, in ogni caso meno stimato e amato del fratello maggiore Ermanno. Questi infatti ha potuto felicemente sposarsi e presto sarà padre di un bambino, dopo essere emigrato negli Stati Uniti d’America, precisamente a Tucson), dove ha trovato un prestigioso impiego presso la NASA; Andrea ha invece un povero impiego a part-time nella biblioteca di un paesino del biellese, mentre coltiva il sogno (vivamente osteggiato dal padre Raimondo) di licenziarsi e ritirarsi in una cascina ad allevare animali e produrre latticini, secondo l’esempio datogli dal nonno.
Marina ha i genitori separati, dopo una lite furibonda scatenatasi in casa qualche anno addietro; lite alla quale ha assistito impotente (o inoperosa), fino all’arrivo delle forze dell’ordine. Non cessa però di amare sia la madre, pur dedita a una vita dissoluta, sia il padre, che può vedere solo raramente, benché lo cerchi con paziente perseveranza. Il sogno di Marina, affascinante e spregiudicata cantante ventiduenne, bellissima di aspetto e dotata di una voce meravigliosa, è quello di affermarsi come star della musica: il successo ottenuto al concorso canoro biellese Cenerentola Rock le consente infatti di incontrare un impresario di nome Donatello, che la porterà a Milano e poi a Roma, dove potrà apparire in televisione ed incidere un disco che la renderà ricca e famosa.
Tra Marina e Andrea si coglie fin dalle prime pagine del romanzo un legame affettivo quanto mai travagliato, caratterizzato da una irresistibile attrattiva fisica, da ripetuti lasciarsi e ritrovarsi, da difficoltà dovute alle loro diverse ambizioni (desiderio di ricchezza e fama nell’una; nell’altro vita in isolamento, immersa nella povertà di una cascina e di una stalla). Nella loro relazione si inserisce poi Elsa, una loro compagna di classe del liceo che, innamorata coma Andrea delle montagne e dei paesini del biellese, vorrà stabilire la sua residenza nel minuscolo borgo chiamato Piedicavallo, in una rustica abitazione che condividerà (almeno per alcuni mesi) proprio con Marina.
Accanto a tematiche che si possono definire con le parole “conflitto tra le generazioni” e “desiderio di stabilità e felicità nei giovani” emerge così quella del contrasto tra una vita sociale ed economica in declino (le fabbriche chiuse, i paesi spopolati) e il fascino di luoghi spogli e poveri ma incontaminati (le montagne, il cervo, la cascina, le mucche). È proprio questo, del resto, il travaglio che angustia Marina, fino al finale a sorpresa del romanzo. Gli stessi conflitti familiari che turbano i protagonisti si ripropongono più volte con improvvisi cambi e anche colpi di scena, come accade nell’inaspettato incontro tra Ermanno e Andrea, in quella Tucson che questi aveva a lungo immaginato come un paradiso per lui irraggiungibile. Sui protagonisti grava infine, senza possibilità di scampo, ciò che l’autrice definisce come “le colpe dei padri che ricadono sui figli”.
Marina Bellezza è un appassionante struggente intreccio di conflitti, con squarci di serenità e di passioni violente, dove il linguaggio schietto dei protagonisti (farcito di parolacce dette non solo tra i giovani, ma anche dai figli ai genitori e viceversa) si alterna a delicate descrizioni delle montagne, dei torrenti, di albe e tramonti incantevoli.
(Gregorio Curto – 2022-03-04)

Dare la vita per l'opera di un altro - Luigi Giussani

“Dio solo è grande, fratelli miei: così il celebre oratore Jean-Baptiste Massillon iniziava il discorso funebre per il re Sole”. Per questo – prosegue don Giussani – “dobbiamo domandare al Padre nostro che è nei cieli di approfondire la coscienza della nostra fede: ‘Chi sei tu, Signore, per me, per noi, per tutto il mondo degli uomini?’”.
Il libro Dare la vita per l’opera di un altro si apre con questo interrogativo, al qual l’autore risponde con le due meditazioni tenute agli Esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione nel 1997, dal titoloTu o dell’amicizia: la prima Dio tutto in tutto, la seconda Cristo tutto in tutti. Nella prima di queste meditazioni don Giussani contesta nichilismo e panteismo, che rileva preponderanti nella mentalità comune (che influenza per altro anche i credenti) come riduzioni o negazioni della ragione e pone altri struggenti interrogativi: “Come mai io ci sono? Come io consisto? Come consiste la cosa che c’è davanti a me? Come consiste il sasso e come consiste il mare?”. E ancora: “Che cosa nell’uomo può essere concepito in qualche modo – anche se paradossalmente – come ‘sottratto’ alla dipendenza da Dio che lo crea?... come fa il Mistero a creare qualcosa che non si identifichi con Se stesso?”. Questo è il vero mistero che apre la speculazione ad una riflessione che ha a tema la libertà, che l’autore definisce come soddisfazione di un desiderio, “esigenza di soddisfazione totale. Per questo è adeguazione all’Essere, cioè adesione all’Essere. Se l’Essere, Dio, è tutto, la libertà è riconoscere che Dio è tutto. Il Mistero ha voluto essere riconosciuto dalla nostra libertà, ha voluto generare il proprio riconoscimento”. Prosegue la meditazione: “ma in Dio stesso il riconoscimento è dato dal Figlio… Per Gesù Cristo, Dio è Padre, e per il Padre, Gesù Cristo è il Figlio, partecipe perciò del Verbo, come dice la teologia sulla Santissima Trinità… Ora, l’io, l’io umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, riflette originalmente il mistero dell’Essere uno e trino proprio nel dinamismo della libertà, la cui legge sarà quindi l’amore, e il dinamismo in cui si gioca questo amore non potrà essere che amicizia”. All’uomo, perché si appaghi la sua sete di felicità, non resta perciò che la preghiera come ‘domanda di essere’: “Dio vuole che ci sia uno che domandi di essere, che dica così tanto, così sinceramente che Egli è tutto, da domandargli ciò che già gli ha dato: di partecipare all’Essere”.
Dare la vita per l’opera di un Altro comprende, insieme alla trascrizione del corso di Esercizi spirituali del 1997, anche le meditazioni degli anni seguenti, tenute sempre al numerosissimo gruppo degli iscritti alla Fraternità di Comunione e Liberazione: Il miracolo del cambiamento (nel 1997) e Cristo è tutto in tutti (nel 1998). Le ultime pagine del volume riportano le parole dell’autore intervenuto in collegamento video agli Esercizi di Comunione e Liberazione degli anni successivi, fino al 2004. Eccone uno stralcio: “Tutto ha una positività, tutto è un bene così invadente che, quando il Signore ci darà avviso e termine, formerà la grande suggestività per cui questo mondo è stato fatto… Perché la vita è bella, è una promessa fatta da Dio con la vittoria di Cristo… Ciò in cui noi dobbiamo essere fratelli è questa positività ultima di fronte ad ogni dolore: è una pacatezza che mette nella pace la nostra adesione… Auguri a tutti, perché ognuno sulla strada della sua vita trovi emergenza del bene che è Cristo risorto, trovi l’aiuto di ciò che desta per gli uomini la positività che rende ragionevole il continuare a vivere. Sia lodato il Signore vittorioso sulla morte e su di noi!”.
(Gregorio Curto – 2022-08-27)

Contro la guerra - papa Francesco

A poco più di un mese da quella che, iniziata il 24 febbraio 2022, il Presidente Putin chiama “operazione speciale” in Ucraina, ma i più ritengono una vera e propria arbitraria invasione di un Paese sovrano, Papa Francesco ribadisce il suo monito contro la guerra, con un grido che già più volte si è levato durante il suo pontificato:
“Di fronte alle immagini strazianti che vediamo ogni giorno, di fronte al grido dei bambini e delle donne, non possiamo che urlare: ‘Fermatevi!’. La guerra non è la soluzione, la guerra è una pazzia, la guerra è un mostro, la guerra è un cancro che si autoalimenta fagocitando tutto! Di più, la guerra è un sacrilegio che fa scempio di ciò che è più prezioso sulla nostra terra, la vita umana, l’innocenza dei più piccoli, la bellezza del creato”.
Le ragioni della politica e dell’economia oggi più che mai sembrano dettare le mosse dei potenti di questo mondo. Osserva ancora Papa Francesco:
“Si continua a governare il mondo come uno ‘scacchiere’, dove i potenti studiano le mosse per estendere il predominio a danno degli altri”. La vera risposta – prosegue – “non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo globalizzato”.
Il libro Contro la guerra: il coraggio di costruire la pace si apre con una introduzione che anticipa in sintesi i contenuti dei diversi capitoli, nei quali vengono riportati vari discorsi e omelie tenute dal Santo Padre per lo più durante i suoi viaggi apostolici nei luoghi maggiormente martoriati dai conflitti. Accanto all’Ucraina si ricordano così le tragiche meno recenti esperienze vissute dagli abitanti di Hiroshima e Nagasaki, distrutte dalle bombe atomiche sganciate nell’agosto del 1945, e l’affannoso fuggire dei cristiani dalla piana di Ninive, invasa dai soldati del Califfato. Le parole del papa sono tuttavia sempre parole di speranza, di incoraggiamento, di invito alla rinascita della vita, partendo proprio dai luoghi nei quali maggiormente è stata violata. Presso Ur, la città dove Dio si rivelò per la prima volta ad Abramo, papa Francesco esorta a riconoscere anzitutto tra i figli di Abramo (ebrei, cristiani, musulmani) la radice di una unità che apre alla fratellanza:
“Nelle tempeste che stiamo attraversando non ci salverà l’isolamento, non ci salveranno la corsa a rafforzare gli armamenti e ad erigere muri, che anzi ci rendono sempre più distanti e arrabbiati. Non ci salverà l’idolatria del denaro, che rinchiude in se stessi e provoca voragini di disuguaglianza in cui l’umanità sprofonda. Non ci salverà il consumismo, che anestetizza la mente e paralizza il cuore… La via che il Cielo indica al nostro cammino” prosegue Papa Francesco, richiamando a quel cielo che Abramo contemplò accogliendo la promessa di una discendenza numerosa, “è un’altra, è la via della pace. Essa chiede, soprattutto nella tempesta, di remare insieme dalla stessa parte… Non ci sarà pace senza condivisione e accoglienza, senza una giustizia che assicuri equità e promozione per tutti, a cominciare dai più deboli… La pace non chiede né vincitori né vinti, ma fratelli e sorelle che, nonostante le incomprensioni e le ferite del passato, camminino dal conflitto all’unità”.
Più volte nei discorsi riportati in Contro la guerra si fa appello a bandire anzitutto l’uso delle armi nucleari, chimiche e batteriologiche; non di meno l’esortazione rivolta ai capi delle nazioni è quella di non ricorrere mai alle armi, perché sempre può aprirsi uno spazio di dialogo tra i contendenti e le contese possono risolversi con la diplomazia. Papa Francesco non teme tuttavia di alzare ulteriormente il tiro, esortando a non impiegare più nella costruzione di armi quelle ingenti risorse che a tutt’oggi molti stati destinano, risorse che potrebbero essere impiegate per abbattere la povertà e costruire un vero progresso sociale. Non è pace stabile e non è neppure vera pace – ribadisce inoltre il Pontefice – un trattenersi dal combattere che si basi soltanto sulla paura dell’avversario e sulla garanzia di avere un arsenale bellico più potente di quello del nemico.
A tratti le parole di Bergoglio risuonano impopolari, spesso sono eluse, ma quanto vere e profonde esse sono, per chi sa mettersi in ascolto del proprio cuore! Ecco infine uno stralcio di una omelia tenuta a Santa Marta, a commento delle parole di Gesù: ‘Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi’:
“Il mondo ti dà la pace interiore… come un possesso tuo, come una cosa tua che ti isola dagli altri… la pace per me, chiusa in me. Così la dà il mondo. È una pace costosa, perché tu devi cambiare continuamente gli ‘strumenti di pace’; quando ti entusiasma una cosa, ti dà pace una cosa, poi finisce e tu devi trovarne un’altra… È costosa perché è provvisoria e sterile. Invece la pace che dà Gesù è un’altra cosa. È una pace che ti mette in movimento: non ti isola, ti mette in movimento, ti fa andare dagli altri, crea comunità, crea comunicazione… È un dono del Signore, la pace del Signore. È feconda, ti porta sempre avanti”.
(Gregorio Curto – 2022-08-16)

Il bene sia con voi! / Vasilij Grossman ; traduzione di Claudia Zonghetti

“È questo, forse, a stupirmi di più: la loro fede non esiste al di fuori della vita che conducono, è tutt’uno con una vita lunga e difficile; quella fede si è mescolata al borsc da cucinare, al bucato da lavare, alle fascine di legna raccolte nel bosco”. È questa una delle mille "scoperte" che Vasilij Grossman fa durante il suo viaggio in Armenia, in giorni densi di incontri avvincenti, di visite a luoghi incantevoli (o desolati), di esperienze imprevedibili e indimenticabili. A Vasilij piace tanto raccontare e nulla gli sfugge. Un paesaggio gli suggerisce una meticolosa descrizione, un particolare gli dà lo spunto per una riflessione, i dialoghi con nuove conoscenze lo inducono a narrare in poche righe storie drammatiche di autentici eroi vissuti nel nascondimento. Ecco la descrizione di un tramonto, ammirato in Armenia, in occasione del viaggio suddetto, compiuto nel 1961:
“Mentre affrontiamo i tornanti asfaltati, il sole del tramonto accende decine di cime innevate, e una profusione incredibile di colori e sfumature succede al candore nitido della luce diurna. È straordinario, bellissimo, meraviglioso – la quiete della sera, la valle e le sue ombre, i pini anneriti dal crepuscolo, e l’azzurro, il viola, il rame, il rosa e il rosso delle pendici e delle vette dei monti, ognuna di un colore diverso e tutte riunite nell’unico, grande prodigio di una bellezza che non si può contemplare senza emozione”.
Si tratta di un’emozione – prosegue l’autore, che in altri passi ha detto della aridità delle pietre e della dura persecuzione subita dal popolo armeno – “più forte del turbamento, un’emozione che ha a che vedere con lo sgomento, quasi con la paura. Le cime innevate paiono perfette con i loro profili morbidi e arrotondati, e sullo sfondo dell’azzurro pallido del cielo il loro colore vivido e puro, soave e insieme brillante come i fiori africani, caldo ma nato dal sole d’inverno sul freddo della neve, sembra riempire l’aria di musica, una musica che risuona senza incrinare un silenzio infinito”.
La compassione per il popolo armeno perseguitato, come per tutti i tribolati, oppressi dalla violenza dei prepotenti più che da una natura impietosa, emerge ogniqualvolta l’autore viene a conoscenza di storie dolorose. Così racconta che Sof’ja Abramovna “non ebbe una vita facile – il marito, un economista, fu vittima innocente delle purghe del 1937 e morì alla Kolyma; il figlio Volodja che – giovanissimo – teneva corsi di microbiologia all’università, venne arrestato e in prigione picchiato a morte dall’inquirente: non volle piegarsi a confessare di aver avvelenato alcuni pozzi; la figlia Nina, una ragazza dolcissima e molto bella, si tolse la vita il giorno in ci si laureò con lode alla facoltà di Chimica; il figlio minore, Jasa, cavalleggero, fu ucciso al fronte durante un attacco. E tutti i suoi parenti e amici rimasti a Odessa morirono di una morte tremenda nel villaggio di Domaneevka, dove i tedeschi trucidarono novantamila ebrei odessiti”.
L’Armenia e i suoi abitanti, la loro storia, le loro tradizioni suscitano in Grossman un intreccio di riflessioni e di sentimenti, dai quali egli si sente profondamente arricchito: le asperità della vita si accordano infatti ad una fede profonda (riconosciuta come tale da un autorre che si riconosce non credente) e ad una capacità di far festa, che emerge imponente nel racconto di un banchetto di nozze: “Lo sposo e la sposa sono seduti fianco a fianco, si alzano a ogni brindisi… La sposa è molto carina, le ciglia le ombreggiano gli occhi fissi a terra… Dopo ogni brindisi gli ospiti lasciano cadere qualche banconota in un piatto accanto ai musicisti… Attorno al tavolo ci sono vecchi novantenni che beono e ridono come giovanotti”. Tutta la gente – osserva Vasilij – è unita da legami forti di parentela a una stessa comunità: legami eterni, la cui solidità ha retto alla prova di millenni. E per quanto l’onnipotente Stalin – aggiunge – si sia scagliato contro la famiglia, la famiglia e la comunità non sono arretrate davanti alla collera di Stalin”.
A conclusione del suo scritto Grossman riflette sull’erosione che hanno subito le montagne dell’Armenia, (tra le quali svetta il biblico Ararat) e formula il suo augurio:
“Che le montagne immortali si riducano pure a scheletri, l’uomo esisterà in eterno…Vogliate dunque accettare queste poche righe… che io le abbia dette bene o male, le ho comunque dette con amore. Barev dzes – il bene sia con voi, armeni e non armeni!”.
Nel volume pubblicato da Adelphi il racconto Il bene sia con voi (che dà il titolo alla raccolta) è preceduto da altri scritti, anch’essi densi di avvenimenti struggenti, di incontri inaspettati, di descrizioni di luoghi incantevoli o desolati. In Fosforo Grossman ricorda i suoi compagni di studi e delle prime esperienze lavorative; in L’inquilina la triste storia di Anna Borisovna, riabilitata anni dopo la sua condanna e in pochi giorni dimenticata dai vicini di casa; in Mamma la desolazione della piccola Nadja, tornata in orfanotrofio quando sfuma la prospettiva di essere adottata dalla famiglia Ezov.
Gli altri racconti sono Il vecchio maestro (Rosental’, consolato in fin di vita dalla piccola Katja Vajsman); La strada, che narra del mulo Giu spedito prima in Abissinia e poi in Russia, dove trova comprensione nella cavalla Vologda; In periferia (la piccola Masa operata di appendicite); La madonna Sistina (riflessioni sul dipinto di Raffaello esposto a Mosca nel 1955); Il riposo eterno, descrizione e considerazioni suggerite dal cimitero di Vagan’kovo, ubicato sulla linea ferroviaria per la Bielorussia.
(Gregorio Curto – 2022-08-07)

La crepa e la luce - Gemma Calabresi Milite

La crepa e la luce è un libro edificante e commovente anzitutto perché documenta il percorso che ha condotto l’autrice dalla prostrazione per tragica perdita del marito (ucciso da un commando terrorista), al perdono accordato agli assassini; è tuttavia anche il racconto di una vita intensa, ricca di momenti di serenità e di un quotidiano che scorre fluido, come un fiume tortuoso destinato alla sua foce.
Gemma, terzogenita di sette tra fratelli e sorelle, racconta dapprima della sua famiglia d’origine, poi dell’incontro con il commissario Luigi Calabresi (Gigi), fedelissimo funzionario dello Stato trasferito d‘ufficio da Roma a Milano, quindi del breve periodo di fidanzamento. Alle nozze celebrate nel maggio del 1969 seguono i mesi dell’assestarsi della vita familiare, la nascita dei figli Mario e Paolo, la gravidanza dalla quale verrà alla luce un terzo maschietto, intrecciati alle paure e alle minacce legate alla morte dell’anarchico Pinelli; morte che una non trascurabile parte della stampa e della società imputava al Commissario Calabresi.
La mattina del 17 maggio 1972 Gigi è vittima di un atto terroristico. Si crea un gran trambusto in strada, proprio davanti alla casa del Commissario, uscito pochi minuti prima dalla sua abitazione. Gemma non ode gli spari: ascolta prima il racconto di una domestica che raggiunge l’appartamento in ritardo, poi apprende dell’attentato da un vicino di casa. Urla un “Noooo” che le toglie tutte le forze; poco dopo accoglie l’invito di sua madre, che le suggerisce per il necrologio le parole di Gesù crocifisso: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. È solo l’inizio di un lungo cammino, ma già Gemma sperimenta, anche per la solidarietà di un sacerdote che le è vicino, che Dio non l’ha abbandonata: “Don Sandro sedette accanto a me, mi prese le mani in silenzio. Non c’era niente da dire. Non so dopo quanto accadde, ma a un certo punto sentii una sensazione fisica di immensa pace… Era come se qualcuno mi avesse presa in braccio, e io, abbandonata in quell’abbraccio, capii, seppi, senza ombra di dubbio, che ce l’avrei fatta, che la mia vita sarebbe stata sicuramente diversa, ma io e i bambini saremmo andati avanti, perché non ero sola… Su quel divano, nel momento più basso della mia vita, nella solitudine e nella disperazione, ho incontrato Dio… Dio ha abbracciato me, e io lui”.
Gemma si trova vedova a soli 25 anni, con due bambini da accudire e un terzo che nascerà poco dopo e si chiamerà, come il padre, Luigi; torna con loro nella casa dei genitori, aiuto preziosissimo in quel frangente, ma necessita anche di un lavoro, che trova presto come insegnante di religione in una scuola elementare. Poco dopo affitta un appartamento, non lontano dalla casa dei genitori, dove si trasferisce con i tre figli, vivendo tra ristrettezze e gioie: “Arrivavo a fine mese senza una lira, i miei figli ricordano ancora le cene a base di pane e latte o di uovo sbattuto”. C’erano “momenti bruttissimi” – ricorda - ma anche sprazzi di gioia: “Ridevo tanto anche con i bambini: all’ora del bagno giocavamo alle olimpiadi di nuoto e di tuffi, vincevano un giorno a testa, il vincitore aveva il diritto di salire sulla bilancia, il secondo e il terzo si mettevano in piedi accanto, per tutti c’era una medaglia fatta da me con dei nastrini”.
A scuola Gemma conosce un collega, che mostra interesse per lei. È Tonino Milite, che con discrezione comincia a frequentare la casa della vedova Calabresi e fa amicizia con i suoi figli. Gemma lo sposa in seconde nozze nel dicembre del 1981, avrà da lui un figlio (Uber, nato il 26 gennaio del 1984), rimarrà vedova una seconda volta all’età di sessantanove anni. È stata “l’unica volta che mi sono arrabbiata con Dio” – confessa - perché “rimanere vedova a 69 anni è stato per certi versi più difficile che diventarlo a 25. Allora avevo tantissime boe – i bambini, soprattutto loro – che mi tenevano a galla, ora mi sembrava che non ci fossero più appigli per non sprofondare.
Durante gli anni di vita coniugale con Tonino si susseguono le tappe più significative del percorso che conduce Gemma a perdonare gli assassini di Gigi, Nell’estate del 1988 infatti le indagini svolte dalla magistratura identificano, grazie alla collaborazione del pentito Leonardo Marino, i componenti del commando che ha ordito l’atto terroristico: oltre al Marino sono Bompressi, Pietrostefani e Sofri. Gemma partecipa ad una serie di interminabili e strazianti udienze, proprio ad una di queste ha modo di osservare che “uno degli imputati aveva visto suo figlio tra il pubblico, gli si era fatto vicino, l’aveva accarezzato sul viso e poi aveva fatto un gesto come dire: ‘Non stare qui, vai, stai tranquillo’. Avevo non pensato, ma sentito qualcosa… la scoperta di avere qualcosa in comune con quell’uomo mi suscitò un sentimento che non ero disposta a concedermi. ‘Deve essere un buon padre’ pensavo”. E più avanti confessa: “Il giorno della sentenza di primo grado, quando gli imputati sono stati condannati, io ho pianto… piangevo di dispiacere, perché immaginavo quel che stava provando una bella ragazza dai capelli rossi che avevo visto qualche volta nei banchi dietro dell’aula e che anche quel giorni era lì. Era la figlia di Ovidio Bompressi, l’uomo che aveva premuto il grilletto”.
Il 14 maggio del 2004 Gemma è convocata al Quirinale, dove dalle mani del presidente della Repubblica riceve una medaglia d’oro al valore civile alla memoria del commissario Calabresi. Circa un anno dopo riceve una lettera nella quale le autorità le chiedono se sia d’accordo alla concessione della grazia per Bompressi. Gemma risponde che non spetta a lei quella decisione ma che “qualsiasi fosse stata la decisione” lei e i suoi familiari l’avrebbero “rispettata e mai commentata”. Al perdono pieno e consapevole (il lettore potrà pensare a questo punto al lungo travagliato itinerario del manzoniano Renzo Tramaglino, condotto davanti al morente don Rodrigo) Gemma arriva dopo un’emorragia cerebrale (dalla quale si riprende lentamente) e non senza l’aiuto dei suoi figli, specialmente di Mario, che pubblica nel 2007 un libro sulle vittime del terrorismo, e vola nel 2019 a Parigi, per incontrare Pietrostefani, uscito dalla latitanza e gravemente malato. “Quando avevo salutato Mario, sulla porta gli avevo affidato solo un messaggio: “Digli che ho perdonato, e che vivo in pace’”.
(Gregorio Curto – 2022-08-12)

I sogni di Giuseppe - Renata Rava

Tanto semplice da essere apprezzato dai bambini, quanto profondo da commuovere i grandi: è il volume I sogni di Giuseppe, scritto da Renata Rava e illustrato da Franco Vignazia. Racconta dello sposo di Maria dal tempo del suo fidanzamento con lei fino all’episodio di Gesù adolescente, smarrito e ritrovato nel tempio di Gerusalemme; con appena poche righe sul compimento della missione di colui che è stato “Ombra del Padre”. Quella sera era particolarmente stanco: si coricò presto e dopo poco si addormentò. Un sogno lo prese e lui vide in cielo una gran luce; poi risentì quel canto tanto caro e celestiale che aveva segnato la nascita del Bambino e che non aveva più dimenticato: “Gloria a Dio in cielo e pace sulla terra agli uomini che Dio ama”. Ora Giuseppe vedeva la gloria di Dio.
Fedelissima al racconto dei Vangeli, la storia di Giuseppe raccontata da Renata Rava fa immedesimare il lettore nelle riflessioni e nelle emozioni dello sposo di Maria, spesso posto davanti a situazioni difficili, ma sempre aperto all’imprevisto e consegnato alla volontà di Dio. E Dio risponde, dandogli preziosi suggerimenti attraverso alcuni sogni; così come, in un lontano passato, grazie ad alcuni sogni un antenato che portava il suo nome era diventato nientemeno che amministratore dei beni del Faraone. In sogno Giuseppe apprende della gravidanza della sua promessa sposa e abbraccia la volontà di Dio, che lo esorta a non temere di prendere con sé Maria perché “il bambino che nascerà è il figlio di Dio e tu ne sarai il padre, per il tempo necessario, su questa terra”.
Dopo il felice evento della nascita di Gesù (quella fu una notte di prodigi; tutto si fermò all’improvviso e poi un grande movimento: animali, pastori e angeli: Tutto fu luce musica, splendore, pace… e carità), la dura prova della fuga in Egitto. Giuseppe, ancora prontamente obbediente a Dio che gli si rivela in sogno, con la sua famiglia parte in tutta fretta per dimorare a lungo in una terra straniera, fino a quando, morto Erode che voleva uccidere il bambino, non può ritornare nella sua patria, stabilendosi però non in Giudea ma in Galilea.
Nel racconto di Renata Rava riecheggiano le riflessioni della Patris corde, dove Papa Francesco scrive di un “coraggio creativo”, che “emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Infatti, davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere”.
(Gregorio Curto_2021-11-07)

Nel mare ci sono i coccodrilli - Fabio Geda

Vita dura per Enaiatollah Akbari, bambino afgano di appena dieci anni, che si ritrova sperduto in un campo di connazionali pronti ad emigrare. Lo mamma gli ha raccomandato tre cose: stare lontano dalle sostanze stupefacenti, non usare mai armi, non rubare; poi lo ha lasciato, allontanandosi – non vista – nella notte. Così ha fatto, con una stretta al cuore, perchè il suo primogenito possa sfuggire alla violenza dei Talebani e dei Pashtun, nemici giurati e persecutori degli sciiti Hazari, mentre lei è tornata al paese per proteggere (per quanto le sarà possibile) il fratellino e la sorellina di Enaiat. Inizia qui per il giovanissimo protagonista del libro una vera odissea, tessuta di pericoli, fatiche immani, violenze subite ingiustamente. Dall’Afganistan, Enaiat si reca dapprima in Pakistan, poi in Iran, dove rimane qualche tempo a lavorare in una fabbrica di pietre. Lo aiuta e lo conforta, in questa fase della sua emigrazione, la compagnia dell’amico Gioma detto Sufi, dal quale si separa solo dopo avere preso la decisione di tentare un avventuroso trasferimento in Turchia.
Durissimo e lungo è il cammino di ascesa tra gelide montagne per i trenta clandestini diretti a Istambul. Prima che si giunga alla meta, Enaiat vede morire ben dodici di loro; ma anche il seguito del viaggio, fino all’arrivo in Grecia e poi in Italia, è segnato da gravi pericoli e da acute sofferenze: il mare in burrasca (dove si teme di essere divorati dai coccodrilli) attraversato su un minuscolo gommone, un tratto via terra durante il quale si sta compressi nel doppio fondo di un camion, il rischio di essere scoperti da poliziotti che picchiano selvaggiamente e spesso costringono al rimpatrio i piccoli clandestini.
Enaiat vede però anche qualche spiraglio di luce, quando si imbatte in sconosciuti che, inaspettatamente, lo aiutano. Così accade con una anziana signora greca, che lo accoglie nella sua casa sfamandolo, consentendogli di lavarsi e donandogli degli abiti puliti. Ad Atene il piccolo emigrante è aiutato anche in una comunità di preti che gli offrono un pasto caldo giornaliero ed è più tardi felicemente sorpreso (è giunto nel frattempo in Italia, questa volta con un comodo viaggio sulla poltrona di una nave) dall’incontrare un ciclista che, scorto il piccolo mentre cammina solo sulla strada, si avvicina a lui e gli parla, lasciandogli infine una banconota da venti euro. In Italia inizia la nuova vita di un Enaiat ormai quasi quindicenne. Aiutato dal suo amico d’infanzia Payam, il ragazzo si trasferisce a Torino, dove trova una famiglia che lo prende in affido e lo aiuta ad ottenere un permesso di soggiorno come rifugiato; può quindi iniziare un regolare corso di studi e, dopo qualche tempo, mettersi finalmente in contatto con la madre rimasta in Afganistan.
Intrecciati alle vicende di Enaiat si stagliano a volte sullo sfondo avvenimenti epocali, come l’attentato alle torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e le Olimpiadi di Atene del 2004, mentre qua e là emerge la passione per il calcio del piccolo emigrante, che partecipa a tornei improvvisati, che lo impegnano e lo confortano anche nei momenti più difficili del suo esodo: stanchissimo per il duro lavoro della giornata o della settimana, trova infatti sempre le energie necessarie per impegnarsi in una competizione che gli offre conforto e uno spiraglio di serenità.
Compiuti i ventuno anni, il giovane afgano ha raccontato la sua lunga storia a Fabio Geda, che l’ha messa per iscritto così come la si legge nel libro. La lunga narrazione è quindi sempre in prima persona, eccettuate le brevi battute (scritte in corsivo) che il giovane protagonista e Fabio si scambiano qua e là. Lo stile è sempre scorrevole, con dialoghi normalmente non virgolettati, ma sempre composti e di agevole lettura.
(Gregorio Curto_2021-11-13)

Il segreto di Pietramala / Andrea Moro

Elia Rameau, io narrante dell'imprevedibile avventura che costituisce la trama del romanzo, è un linguista di circa trent'anni, inviato dalla Società per la quale lavora in uno sperduto paesino della Corsica, chiamato Pietramala. Scopo della missione affidatagli è raccogliere informazioni sull'idioma che lì si parla, per completare i dati necessari alla pubblicazione di un certo atlante linguistico. Il viaggio, con partenza da Parigi, si rivela estremamente difficile per Elia, che raggiunge Pietramala solo dopo aver percorso un impervio sentiero sotto una pioggia torrenziale. La sorpresa e il disappunto crescono poi a dismisura quando Rameau trova il paesino totalmente disabitato, anzi abbandonato da molto tempo, a giudicare dallo stato di degrado dei fabbricati. A Pietramala non si trova per altro nessuna traccia di lingua scritta, ad eccezione di una insignificante successione di una cinquantina di lettere capitali incise nell'arco di un portale, dove sono chiaramente leggibili anche i numeri 1721-1723. Il mistero si infittisce poi ulteriormente quando Elia visita il cimitero del paese notando la totale assenza tombe di bambini. L'avventura prosegue poi per il linguista con la consolazione di qualche spiraglio di luce, grazie all'incontro con Clara Maria (una giovane corsa tenera e graziosa), il ritrovamento di un canto nell'estinta lingua di Pietramala, le informazioni ricevute su un collega newyorchese di nome Shannon, che Elia decide di andare a trovare trasferendosi per qualche tempo a Manhattan. Riuscirà il protagonista del romanzo a risolvere il mistero della scomparsa lingua di Pietramala?
Il protagonista del romanzo si fa conoscere rievocando a tratti eventi del suo passato, come la perdita dei genitori quando era ancora bambino, la protezione e l’aiuto avuti da una facoltosa “Signora”, la passione e i dilemmi legati alla professione di linguista, che fanno affiorare a tratti vere crisi di identità. In diverse circostanze emergono poi tratti originali del suo fisico o del suo temperamento, come la mano sinistra con sei dita o l’essere affetto da “escatofobia”, tanto da non poter gustare i pasti se non in una successione inversa delle portate.
Dall’arrivo di Rameau a Manhattan la vicenda si colora sempre più di toni gialli, mitigati solo dalla conoscenza e dall’amicizia che il protagonista strine con Calibano e Ariel, una coppia di giovani attori, impegnati nelle prove per la messa in scena del dramma La Tempesta di Shakespeare.
La passione per le lingue e la vivacità della mente dell’io narrante si notano bene nel modo in cui egli osserva la realtà ed esprime i suoi sentimenti, ricorrendo spesso a metafore e similitudini. Ecco, ad esempio, la riflessione suscitatagli da un semplice “mi fido” pronunciato a un taxista, incontrato occasionalmente:
"Ci sono momenti in cui sputiamo fuori parole che contengono soluzioni, senza accorgerci che sono soluzioni. Le soluzioni, infatti, non vengono sempre partorite da atti coscienti; si generano e maturano tra scatti di consapevolezza emersi quando non te li aspetti in momenti inerti; affiorano e all’improvviso riscappano, appena cerchi di afferrarle, come pesci in uno stagno poco profondo; le coviamo nella mente tra pensieri infestanti e poi un giorno, magari nelle parole svogliate dette a un taxista, si presentano enormi e sorprendenti, al pari di nuvole sontuose in un cielo d’estate, come qualcosa che non è davvero nostro. 'Mi fido', gli avevo appena detto. 'Mi fido', ripetei senza farmi sentire, sussurrando".
(Gregorio Curto_2021-09-24)

C'è speranza? - Julian Carron

“Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”. Con queste parole inizia la riflessione di J. Carron nel volume C’è speranza? Il fascino della scoperta, dove le sfide dei nostri giorni (particolarmente quelle legate alla pandemia di Covid-19) si intrecciano con le domande fondamentali dell’uomo di ogni tempo, relative al senso della vita, al perché della sofferenza, alla ricerca della verità.
Il primo capitolo documenta lo smarrimento dell’individuo posto davanti alla paura del contagio e della morte e i diversi modi di reagire a questa paura: si può infatti reagire con l’ingenuo ottimismo di chi pensa che “andrà tutto bene”, confidando nei vaccini o in qualche altra scoperta della scienza; altri reagiscono all’opposto minimizzando o negando i danni della pandemia o buttandosi nell’attivismo, nel frastuono o nella distrazione. Ciò che è più consono alla natura umana è in realtà una posizione di apertura, nella quale si possa riconoscere un bene, anche quando ci raggiunge nascosto in una dura prova, e soprattutto si voglia attendere qualcosa (o Qualcuno). Significativa a questo proposito una citazione di Simone Weil: “I beni preziosi non devono essere cercati ma attesi. L’uomo infatti non può trovarli con le sue sole forze, e se si mette a cercarli troverà al loro posto dei falsi beni di cui non saprà neppure riconoscere la falsità”. Altra citazione nodale nello sviluppo della riflessione è quella tratta dalla poesia di Eugenio Montale Prima del viaggio: “Un imprevisto è la sola speranza, ma mi dicono ch’è una stoltezza dirselo”.
L’imprevisto è però realmente accaduto nella persona di Gesù di Nazaret, che si è proclamato Dio stesso, venuto tra gli uomini. Non ci sarà perciò nulla di più ragionevole che verificare questa ipotesi, cioè indagare se la testimonianza di Gesù - e quella dei suoi primi discepoli che gli hanno creduto e l’hanno fatta arrivare sino a noi - sia credibile. L’autore indaga quindi sulla “credibilità del testimone”, cioè su quando sia ragionevole fidarsi di una persona fino al punto di seguirla, di obbedirgli, come è stato per i discepoli nei confronti di Gesù di Nazaret, e suggerisce un metodo: dare spazio e tempo a quel rapporto. Così hanno fatto i discepoli del Nazareno (non le folle, volubili nell’ascoltare il Maestro solo per un tornaconto superficiale, come l’essere saziati dai pani miracolosamente moltiplicati); così è possibile per ciascuno di noi, nell’incontrare la Chiesa, cioè la Comunità dei credenti che non è altro se non il prolungamento della presenza del Cristo nella storia.
Il fondamento della speranza – prosegue l’autore – è la fede, la cui saldezza si dimostra proprio nel come ci si pone davanti alle prove e alle sfide della vita. Chi ha fede salda non è infatti affossato dalle avversità e affronta ogni situazione dando testimonianza di una letizia indistruttibile, che non rimane nascosta e “contagia” come un virus benefico, con modalità assolutamente imprevedibili, familiari, amici, conoscenti, perfino sconosciuti che si sono incontrati occasionalmente.
Nell’ultimo capitolo del libro l’autore documenta tutto questo leggendo diverse lettere che gli sono state recapitate da persone messe a dura prova dalle circostanze: “la speranza non delude” quando si è posti davanti alle sfide estreme: la morte, la sofferenza, il male, l’incertezza del futuro.
Commovente più di ogni altra la testimonianza di una donna affetta dal novembre 2019 da un tumore molto aggressivo in stato già avanzato. Scrive: “Ho accettato la sfida di verificare l’ipotesi prospettatami, vale a dire che Cristo non mi aveva abbandonato ed era con me in quella circostanza. I frutti di grazia non hanno tardato ad arrivare ... Perfino il dolore, quello fisico e più acuto, che fa paura e mostra tutta la nostra fragilità, non è stato un ostacolo. Ho cominciato ad amare le circostanze, a svegliarmi la mattina accogliendo la giornata con l’entusiasmo di un bambino che aspetta dai genitori un regalo tanto desiderato”. Poi racconta della signora ricoverata nel letto a fianco, di una vera amicizia nata con lei; un’amicizia che continua anche dopo le dimissioni di entrambe dall’ospedale, fino all’ultimo respiro dell’amica. “Ho deciso di andarla a trovare a casa… Dopo essere usciti da casa sua, abbiamo cercato la chiesa più vicina, e il prete ha accettato di andare da lei il giorno successivo per la Confessione, la Comunione e l’Unzione degli infermi. Due giorni dopo è morta. Nei giorni successivi ho scritto al suo compagno, dicendogli di essere stata grata per averla incontrata e certa che fosse morta ‘in grazia di Dio’ e in pace. Lui mi ha risposto che negli ultimi momenti era incosciente, ma prima di morire aveva aperto gli occhi, aveva sorriso e se ne rea andata in pace”.
(Gregorio Curto_2021-09-14)

Diario di un curato di campagna - Georges Bernanos

Scritto - com'è d'obbligo per ogni diario - in prima persona, il Diario di un curato di campagna è un quaderno nel quale l'io narrante annota quanto crede utile annotare, in modo piuttosto disordinato (e, almeno apparentemente, scrivendo di getto): fatti, progetti, riflessioni, dialoghi con persone incontrate frequentemente o occasionalmente. Il curato di campagna è un giovane sacerdote al quale è affidata la cura d'anime nella parrocchia di Abricourt, piccolo borgo della Francia settentrionale. Il diario, sul quale non è segnata neppure una data, è particolarmente caro a chi lo scrive; in più punti infatti l’io narrante confessa che lo conforta dedicare del tempo a quest’opera, che pure sottrae tempo prezioso alla sua missione di sacerdote. Nelle pagine dello scritto le riflessioni (spesso sulla debolezza del soggetto, sulla inettitudine alla preghiera e l’inadeguatezza al compito affidatogli), si intrecciano con i modesti successi della pastorale e con alcuni buoni propositi (il catechismo ai bambini, il progetto di uno spazio dove attirare i giovani). Vi sono poi documentate molte relazioni significative, causa di turbamento, ma anche stimolo a una grande fermezza nell’affermazione di una salda fede religiosa. Il giovane sacerdote incontra spesso l’anziano curato di Torcy, intrattenendosi con lui in lunghi dialoghi che vengono riportati nel diario; ingaggia un rapporto conflittuale con il conte, che lo convoca di tanto in tanto al castello, con la contessa e con la loro figlia Chantal (tre membri di una famiglia nella quale serpeggiano conflitti e odio); ha a che fare con due medici atei (il dottor Delbende e il dottor Laville), dopo esseri deciso a farsi visitare, a seguito dei gravi disturbi che lo affliggono da tempo.
La malattia accompagna infatti il curato fin dalle prime pagine del diario: non gli impedisce di svolgere il suo ministero, ma lo condiziona pesantemente, procurandogli notti insonni e suggerendogli un regime alimentare estremamente castigato (pane e vino di pessima qualità), nel quale egli si illude di trovare sollievo. Un brutto giorno, in modo scioccante, il curato, che a lungo si è creduto affetto da tubercolosi, apprende dopo la visita presso il Laville di essere affetto da una grave forma di cancro. Circostanze imprevedibili lo inducono poco dopo a chiedere ospitalità ad un suo antico compagno, il signor Dufrety, con il quale ha condiviso gli studi in seminario e la consacrazione sacerdotale. Dufrety non è più sacerdote: vive da tempo con una donna, che con grande sincerità e affetto racconta al curato la travagliata commovente storia sua e del suo compagno, affetto anch’egli da una grave malattia. Nella casa di questa “coppia irregolare” l’autore del diario si spegne serenamente, come annota nelle ultime pagine del suo scritto:
Ho amato le anime ingenuamente (credo d’altronde di non poter amare diversamente). Questa ingenuità, alla lunga, sarebbe divenuta dannosa per me e per il prossimo, lo sento; giacché ho sempre resistito molto goffamente a un’inclinazione del mio cuore così naturale, che m’è permesso crederla invincibile. Il pensiero che questa lotta sta per finire, non avendo più scopo, m’era già venuto stamane; ma allora ero pieno dello stupore in cui m’aveva messo la rivelazione del signor dottore Laville. Stupore che è entrato in me solo a poco a poco. Era un sottile filo d’acqua limpida; e adesso straripa dall’anima, mi riempie di freschezza. Silenzio e pace. Oh! Beninteso, nel corso delle ultime settimane, degli ultimi mesi che Dio mi lascerà, per tutto il tempo in cui potrò conservare il peso d’una parrocchia, cercherò, come un tempo, d’agire con prudenza. Ma infine avrò meno preoccupazione per l’avvenire, lavorerò per il presente. Questa specie di lavoro mi sembra proporzionato alla mia misura, alle mie capacità. Poiché io non riesco bene che nelle piccole cose; così spesso provato dall’inquietudine, debbo riconoscere che trionfo nelle piccole gioie.
(Gregorio Curto_2021-08-19)

Ho fatto tutto per essere felice - Marco Bardazzi

“Come può restare unita la mia vita tra casa e ospedale, con mia moglie, con la gente che mi vuole bene e quella che mi vuole male? Come tutto questo può essere unito con le mattine in cui vado a lavorare e trovo quell’ambiente così teso che si sta male solo a vederlo?”. Enzo Piccinini pronuncia queste parole venerdì 12 marzo 1999, in una delle tante conferenze che lo portano in diverse città a trattare del malato e della santità e a dare la sua testimonianza di uomo rigenerato dalla fede cristiana. “La vita è unita se si mette il cuore in quel che si fa”, prosegue; e poco prima ha detto: “ho fatto tutto per essere felice”. Il libro di Marco Bardazzi ci presenta la breve intensissima vita del dottor Piccinini attraverso le sue stesse parole, le testimonianze di molti colleghi e amici di Enzo, i fatti documentati dall’impronta lasciata dall’uomo e dal medico in chi lo ha incontrato e in opere suscitate dalla sua intraprendenza.
Enzo nasce a Scandiano il 5 giugno del 1951. Da studente trascorre alcuni anni in un collegio dei Servi di Maria; in seguito, da liceale, lo si ritrova lontano dal cristianesimo e vicino ai giovani di estrema sinistra che a Reggio Emilia si incontrano in uno stabile al n.25 di Via Emilia San Pietro; è profondamente segnato dalla tragica scomparsa del fratello Sergio, avvenuta nel 1965. A Reggio Emilia Enzo fa però anche un altro incontro, decisivo per la sua vita: quello con Giovanni Riva e gli amici di One Way, una associazione vicina a Gioventù Studentesca, il movimento ecclesiale fondato da don Giussani; matura nel frattempo anche il suo affetto per Fiorisa, la compagna di classe che sposa nel 1973, mentre è impegnato da universitario nella facoltà di medicina, fino alla laurea che consegue il 5 novembre del 1976. Una lettera a Fiorisa del 27 luglio 1970 dà ragione del fascino esercitato su Enzo dai giovani di One Way. Scrive alla fidanzata il giovanissimo Piccinini: “Ballano, pregano, fanno propaganda e vendono libri. Anche se non li conoscete personalmente tutti, potete andare a colpo sicuro: non tanto perché portano generalmente barbe, baffi, giacche a vento, che non sono certo, oggi, un distintivo ma una divisa, ma perché hanno in volto un’inconfondibile espressione che sta tra l’ilarità, il candore e la frenesia attivistica. […] Se, passando per piazza San Prospero o per qualche viuzza del centro, vedete frotte di ragazzi e ragazze ballare in circolo al suono di chitarra, non potete sbagliare: sono ‘One Way’. E sono sempre loro quelli che pregano o leggono salmi, seduti sul marciapiede vicino al cancello di una scuola”.
L’attività professionale di Enzo assume da subito un ritmo vorticoso. Sceglie come specialità la chirurgia, impegnato dapprima a Modena, poi al Sant’Orsola di Bologna, dove raccoglie intorno sé una equipe di giovani che forma a un suo metodo di lavoro, improntato tanto al rigore della scienza quanto all’attenzione al paziente e al suo bisogno totale, che non è solo soltanto quello della guarigione dalla malattia. Significativi a questo proposito sono i molti casi nei quali Enzo ha saputo confortare i suoi pazienti inguaribili, accompagnandoli nell’ultimo tratto della loro vita, avendo anche grande attenzione alle famiglie che perdevano un loro caro.
L’aggiornamento professionale si è compiuto per Enzo soprattutto con i diversi periodi trascorsi negli Stati Uniti d’America, dapprima a Boston al Massachussets General Hospital, poi in Florida, a Tampa. Pionieristico l’arrivo a Boston, dove Enzo arriva con una conoscenza imperfetta dell’inglese, trovando la città imbiancata dalla neve. Ma nulla può fermarlo né impedirgli di dare a chi incontra la sua testimonianza di una “vita unita”. È un leader, ma sempre disposto ad imparare dagli altri; per questo invia ad aggiornarsi negli USA anche altri medici della sua equipe e familiarizza con persone dal temperamento molto diverso dal suo, come accade con il sassofonista Maurizio Carugo. Questi ha un impatto un po’ aspro con Enzo, che presume di essere un buon batterista e non apprezza il talento musicale di Carugo; ma presto i due si riconciliano e il sassofonista può permettersi di qualificare scherzosamente Enzo come “batterista fallito ma amico riuscito”.
L’unità della vita del chirurgo è documentata anche dal suo affetto per Fiorisa e per i quattro figli (Chiara, Maria, Pietro, Anna Rita), non meno che dall’intensa attività che Enzo svolge come responsabile di Comunione e Liberazione, in uno stretto rapporto con don Giussani. Molte le testimonianze che l’autore del libro porta a questo proposito, raccontando del rifiorire di Comunità in difficoltà o addirittura divise, non solo nell’ambiente universitario, sempre in un clima di cordialità e di attenzione alla persona. Ilare e significativa a questo proposito la testimonianza di Alberto Savorana, che ricorda la passione sfrenata di Enzo per il calcio giocato: “Con me era successo qualcosa di strano perché mi accettava nonostante non fossi un gran che a giocare al calcio. Mi teneva in campo come terzino sinistro, in una posizione un po’ innocua. Siccome non ero bravo, lui all’inizio di ogni partita mi veniva vicino e diceva sempre la stessa cosa: ‘Alberto, quando tu hai la palla, spazza!’. Il compito era quello: ‘spazza!’. Non dovevo scartare, siccome ero forte di gamba, appena arrivava la palla io spazzavo via”.
Enzo Piccinini muore in un incidente stradale il 26 maggio 1999, sull’autostrada A1, nei pressi di Fidenza, mentre tornava a casa dopo aver tenuto un incontro al San Raffaele di Milano. Ha segnato la vita di molte persone e lasciato la sua impronta nei medici che hanno lavorato con lui, nei molti pazienti ed altre persone che lo hanno incontrato, in opere nate da lui o a lui ispirate come la scuola La Carovana, l’Associazione Medicina e persona, la struttura di accoglienza Casa Novella di Castel Bolognese.
(Gregorio Curto_2021-07-23)

Myra sa tutto - Luigi Ballerini

In una società perfettamente informatizzata e (quasi) totalmente omologata, una colossale intelligenza artificiale regola tutto: MYRA (così si chiama) controlla il lavoro e il tempo libero di ogni individuo, risolve ogni problema parlando tramite il “comunicatore” assegnato a ciascuno, condiziona le intelligenze e i cuori specialmente di chi si è già sottoposto ad un intervento di “impianto neuronale”. Non suscita nessuna meraviglia perciò il fatto che il diciassettenne Ale voglia incontrare Vera, la coetanea che l’infallibile Myra gli suggerisce essere la sua compagna ideale, per valutare liberamente se farne la sua ragazza. I due si piacciono, scattano alcune foto di circostanza che postano sul loro profilo “my life”, approfondiscono poi pian piano la loro conoscenza reciproca. Poco dopo Vera presenta ad Ale i suoi amici Pamela (Pam ) e Tommaso (Tom) e lo invita ad unirsi alla band che hanno formato, un complessino musicale affiatato che esegue le prove in uno scantinato.
Le sorprese iniziano quando Ale viene a sapere, proprio da Vera, che la band non è altro che la copertura di una attività ben più impegnativa, quella di una cellula del FRONTE costituitosi per contrastare il GOVERNO, che appare tuttavia ben assestato. Ad assicurare il pieno controllo di MYRA, infatti, ci sono una grande quantità di burocrati, che lavorano in un palazzone, al cui decimo ed ultimo piano stanno gli irraggiungibili vertici supremi, al nono un CAPITANO con il suo staff, all’ottavo un DIRETTORE con i suoi collaboratori, incaricati di stanare ogni minimo affare sospetto, cioè di individui che possano tramare qualche mossa contro il GOVERNO. L’attività del FRONTE, d’altra parte, si rivela sempre più intensa, specialmente quando Pam fa conoscere a Tom, a Vera e ad Ale alcuni amici, operativi in altre cellule, e li coinvolge in un raduno al quale partecipa il loro superiore Orwell, che – latore delle disposizioni del capo supremo King – dispone tutto per una insurrezione che sarebbe dovuta scoppiare in un giorno preciso…
In questo clima squisitamente politico i quattro giovani protagonisti del romanzo agiscono coinvolti in tutta la loro umanità: affiorano così problemi di affetti non corrisposti dalla ragazza che piace, conflitti tra generazioni (così tra Vera e suo padre), passioni letterarie davanti a libri proibiti, dato che il GOVERNO consente soltanto la lettura su comunicatore di opere opportunamente “corrette”. Il FRONTE scova invece dei volumi cartacei in edizione originale ed assegna ad ogni suo membro un libro da leggere e un nome di battaglia. È così che Ale si appassiona a Uomini e topi e diventa per gli amici del fronte John Steinbeck; viene poi a sapere che il nome di battaglia di Pam è Jean Austen e fa conoscenza con un compagno di un'altra cellula chiamato Hemingway. Il FRONTE prepara la sua ribellione con la massima cura, rigoroso nel principio che non si eserciterà alcuna violenza. Ci si affida invece a semplici fogli di carta (dopo che si sono scovati in un deposito abbandonato quaderni e fogli non scritti e una quantità di penne e matite) per comunicare con gli amici più intimi e per diffondere gli ideali del FRONTE.
Avrà buon esito l’insurrezione? Oppure MYRA, che sa tutto, e i fedelissimi servitori del GOVERNO riusciranno a sventarla?
(Gregorio Curto_23-04-2021)

La tela di Carlotta / E. B. White ; traduzione di Donatella Ziliotto ; illustrazioni di Antongionata Ferrari

La tela di Carlotta è una avvincente storia che ha per protagonisti un maialino (Wilbur) e un ragno femmina (Carlotta), inquilini di un fienile presso il quale vivono anche altri animali: il topo Templeton, delle oche e alcune pecore. Accanto a loro si fanno notare pochi bambini (Fern e Avery, fratello e sorella, rispettivamente di otto e dieci anni) e cinque adulti: i genitori Arable, gli zii Homer e Edith Zuckerman (proprietari del fienile e della fattoria), il bracciante Lurvy.
In primavera, quando nasce, il maialino al quale si affeziona la piccola Fern non è affatto di bell’aspetto: la sua gracilità fa pensare che non se ne potranno mai ricavare gustosi prosciutti. Per questo papà Arable vorrebbe abbandonarlo al suo destino, rifiutandosi di allevarlo; cede poi però alle insistenti richieste della figlia, accordandole di portarlo nel fienile degli Zuckerman. Qui il maialino, che è stata Fern a voler chiamare Wilbur, incontra il ragno Carlotta e gli altri animali, con i quali inizia un dialogo serrato, che porta al consolidarsi di una vera amicizia. Fern trascorre quasi tutto il suo tempo libero al fienile, dove – prodigio al quale non crede mamma Arable – dialoga anche lei con gli animali intendendo pienamente il significato dei loro discorsi.
Tutto sembrerebbe andare per il meglio, ma in realtà sul maialino pesa una terribile spada di Damocle: crescendo e irrobustendosi infatti – come in realtà sta accadendo – verrebbe destinato ad essere ucciso, per ricavarne prosciutti e altre leccornie. Cosciente di questo terribile destino che incombe su di lui, Wilbur si abbatte in un primo tempo fino ad essere angosciato, ma trova presto in Carlotta una amica inseparabile, capace di fare di tutto per salvarlo. Il ragno escogita infatti l’espediente di tessere al centro della sua ragnatela, che si trova nel fienile proprio al di sopra del giaciglio sul quale è appostato Wilbur, la scritta CHE MAIALE! Gli zii e i genitori di Fern, quando la scoprono, non possono che riconoscere di essere davanti ad un vero miracolo. Quando poi, nei giorni successivi, vedono altre parole tessute dall’abile e astuta Carlotta (prima FAVOLOSO, poi RADIANTE), si convincono che Wilbur è una creatura non certo da ammazzare, ma da trattare con ogni riguardo e da mettere in mostra in un luogo prestigioso, quale la fiera che ogni anno si svolge in una cittadina non lontana dalla fattoria degli Zuckerman.
La storia di Wilbur e Carlotta non manca di riservare sorprese, specialmente nel finale, dove l’amicizia tra i due si tinge del colore di un estremo sacrificio, che soltanto nel tempo si rivela fecondo. Il tono della narrazione è però per lo più divertente, specialmente nel dialogo tra gli animali e nelle avventure vissute da grandi e piccoli nei giorni della fiera. C’è infine un’interessante dialettica tra il comportamento e la sensibilità di Fern e le reazioni degli adulti, specialmente di mamma Arable e di un dottore, col quale ella si consulta. Preoccupata per la figlia, che sta seduta su uno sgabello per ore e ore nel fienile, ad ascoltare gli animali (la piccola ha confidato alla mamma di aver udito da Carlotta storie di pesci finiti intrappolati in una ragnatela e di ragni “aeronauti”), chiede se non debba preoccuparsi per la salute mentale della piccola, ma il medico la rassicura. Quando poi la signora le parla del miracolo delle parole tessute nella ragnatela, egli la spiazza con una considerazione da bambino, molto più ragionevole della saccenteria di tanti adulti, sordi e ciechi alla meraviglia. “Quando le parole sono apparse – le dice, - tutti hanno gridato al miracolo, ma nessuno ha pensato che la tela è di per se stessa un miracolo… Ha mai provato a filarne una?”. La signora risponde che è capace di fare un centrino a uncinetto, perché glielo ha insegnato sua madre; al che il dottore replica: “E a un ragno, chi l’ha insegnato? Un giovane ragno sa filare la sua tela senza che nessuno gli dia istruzioni. Non lo ritiene un miracolo, questo?”.
(Gregorio Curto_2021-02-24)

L'appello

Ai primi di settembre di un imprecisato anno scolastico (ma siamo certamente ai nostri giorni, con giovani disinvolti nell’uso del telefonino e nei collegamenti a internet), il prof. Omero Romeo si presenta in un liceo scientifico, per un colloquio con il preside. Dopo alcuni anni di inattività, dovuti a una sopraggiunta malattia che lo ha reso completamente cieco, vorrebbe riprendere a insegnare. Il preside non nasconde le sue perplessità, cercando in qualche modo di dissuaderlo, ma alla fine lo accetta, precisandogli che insegnerà scienze in una classe “difficile”, composta di dieci alunni con vari disagi, che al termine dell’anno scolastico dovranno affrontare la maturità. A scuola Omero fa presto conoscenza con Patrizia, una bidella affezionata al suo lavoro e in modo particolare agli alunni della classe quinta, che avranno il nuovo professore di scienze non vedente. Patrizia offre a Omero un graditissimo caffè, lo accompagna in classe e, in attesa che arrivino gli alunni, legge ad alta voce – il primo giorno di scuola e poi quotidianamente, nei mesi seguenti – una pagina del romanzo Il dottor Zivago.
L’impatto del prof. Romeo con i suoi alunni è decisamente sorprendente, ma i ragazzi si affezionano presto a lui che, dichiarata la sua cecità, chiede a ciascuno di loro di rispondere all’appello – anche nei successivi giorni di scuola, per tutta la durata dell’anno scolastico - non solo con la parola “presente”, ma anche raccontando qualcosa di sé, della propria storia, delle passioni, delle gioie e dei dolori, dei desideri, dei successi e degli insuccessi. Così dieci giovanissimi tra i quali regnava l’estraneità diventano pian piano amici tra loro e riconoscono sempre più nell’insegnante non soltanto un maestro che rende la materia “scienze” affascinante, ma un vero padre, che li accompagna alla scoperta del vero, del bello e di una maturità nella vita, che vale molto più del titolo di studio. Omero chiede anche di poter toccare il volto dei suoi alunni, dimostrando loro quanto bene si possa “vedere” con il tatto, fino a scoprire il carattere e i sentimenti di una persona, mentre con il suo udito, reso particolarmente acuto dalla cecità, mostra di riconoscere alla perfezione ogni timbro di voce e di coglier qualunque movimento di oggetti avvenga nell’aula.
Le storie e le personalità dei dieci ragazzi si rivelano sempre più una miniera di disagi e di risorse: c’è chi racconta di genitori separati che molto lo addolorano; chi soffre per la morte prematura del padre; chi confida i suoi sogni, dopo aver viaggiato in luoghi incantevoli; chi si immagina, diventato adulto, un futuro da campione di pugilato, da scrittrice, da scienziato. E ancora ci sono Caterina, che desidera una vita consacrata a Dio nella preghiera, ed Elena, che confessa di avere provato la drammatica esperienza di una interruzione volontaria di gravidanza. Gli alunni tuttavia, nei loro primi appelli, non raccontano sempre la verità; hanno infatti – come si verrà a sapere in seguito - validi motivi per nasconderla, fino a quando, affascinati dalla paternità di Omero, non si risolvono ad aprirsi l’uno l’altro tutto il proprio cuore.
Nel frattempo l’appello ideato e realizzato dal professore non vedente fa scalpore, suscitando l’ostilità dei colleghi, l’opposizione del preside, la perplessità di molti genitori degli alunni. Affascinati ne restano invece gli studenti non solo delle altre classi dell’Istituto, ma anche di varie città e regioni d’Italia, insieme a molti giornalisti, che danno rilievo al “caso dell’appello”. Si dà così grande risonanza a chi critica la scuola, ritenendola soltanto un serbatoio di nozioni trasmesse acriticamente, gestito da presidi e docenti che non hanno a cuore la vita degli alunni. Il caso arriva perfino sul tavolo del ministro della pubblica istruzione, scatenando una bagarre che, mentre sembra dar ragione ai ragazzi, provoca la sospensione di Omero dal suo incarico e la minaccia di una non ammissione dell’intera classe all’esame di maturità.
L’epilogo del romanzo è sorprendente e denso di eventi che commuovono. Negli ultimi capitoli la bagarre mediatica sfuma, mentre tornano in primo piano la paternità del professor Romeo, l’amicizia tra i ragazzi, la loro maturità raggiunta ben oltre il conseguimento del titolo di studio. Oscar Romeo ha raccontato tutto in prima persona, alternando alla narrazione delle vicende scolastiche struggenti pagine di diario, nelle quali si intrecciano ricordi della sua infanzia, confidenze che rivelano gli affetti familiari (anzitutto per la moglie Maddalena e i figli Pietro e Penelope), attese per un intervento chirurgico dal quale spera di riacquistare la vista.
(Gregorio Curto_2021-02-18)

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