Gregorio Curto

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Il cuore del mondo: antologia degli scritti / John Henry Newman

Ardua e ammirevole l’impresa di Onorato Grassi, che ha curato Il cuore del mondo, una antologia di scritti di John Henry Newman, il teologo inglese deceduto quasi novantenne nel 1890, convertito dall’anglicanesimo al cattolicesimo, tanto stimato dai fedeli di entrambe le confessioni. Il libro si articola in cento brevi capitoli, che comprendono considerazioni che spaziano dalla scienza alla fede, dalla ragione ai sensi, dalle origini e benefici del cristianesimo fino all’autorità nella Chiesa. I passi riportati sono estratti da diverse delle numerosissime opere di Newman (alcune certo di non immediata comprensione a chi non abbia alle spalle qualche nozione di filosofia), principalmente la Grammatica (più nota in traduzione italiana come Grammatica dell’assenso), la Apologia pro vita sua, i Sermoni (“Anglicani, Cattolici e Universitari”). Ecco un passo significativo, di capitale importanza per l’acquisizione della “certezza per fede”, non meno ragionevole della certezza che si acquisisce con gli strumenti delle scienze empiriche.
-La ragione non percepisce realmente alcuna cosa, ma è la facoltà di procedere dalle cose percepite a quelle che non lo sono, l’esistenza delle quali essa ci garantisce in base all’ipotesi che un altro fatto sia conosciuto come esistente, o, in altre parole, assunto come vero. (…) Essa è perciò la facoltà di acquisire conoscenze su basi date, il suo esercizio consiste nell’asserire una cosa a causa di qualche altra cosa e, quando tale esercizio è condotto correttamente, porta alla conoscenza, altrimenti all’apparenza, all’opinione o all’errore. Ora, se questa è la ragione, un atto o processo di fede, semplicemente considerato, è certamente un esercizio della ragione.
In un altro passo (il capitoletto 31 dell’antologia curata da Onorato Grassi), il teologo inglese precisa quanto sia importante la conoscenza sensibile, rilevandone però tutte le implicazioni che la connettono alla ragione umana.
-Uno dei primi atti della mente umana è quello di afferrare e far proprio ciò che si presenta ai sensi, e qui sta la distinzione fondamentale tra il loro uso da parte dell’uomo e da parte di un bruto. Gli animali bruti si fissano su ciò che vedono, e sono bloccati dai suoni; e quello che vedono e odono sono principalmente visioni e suoni soltanto. L’intelletto dell’uomo, al contrario, rende operanti tanto l’occhio quanto l’orecchio, e percepisce nelle visioni e nei suoni qualche cosa al di là di essi. Esso apprende e unisce quel che i sensi gli presentano; afferra e forma quel che non è necessario sia stato visto o udito tranne che nelle sue parti costitutive. Distingue nelle linee e nei colori, o nei toni, quel che è bello e quel che non è tale. Conferisce loro un significato, un’idea.
   Altrove (nella Apologia) l’autore racconta del suo abbandono dell’Anglicanesimo, a seguito di un lungo travaglio che lo porta a professare la fede cattolica e la sottomissione al papa.
-Com’era mirabile quello che mi accadde! Io non lo avevo cercato; leggevo e scrivevo, secondo le mie abitudini di studioso, su quel che si chiama un “argomento metafisico”, fuori dalle controversie del tempo; ma vidi chiaramente che nella storia dell’eresia ariana, gli ariani puri erano i protestanti, i semi-ariani erano gli anglicani e Roma era sempre la stessa, allora come oggi. La verità non stava nella ‘Via Media’, ma nel cosiddetto ‘partito estremo’.
È poi parimenti fondamentale, a questo proposito, in Newman, la presa di coscienza della Chiesa come organismo vivente; è questo infatti che gli consente di abbandonare la "via media" per abbracciare la fede e l’autorità suprema del Vescovo di Roma. I dogmi formulati dall'autorità della Chiesa non sono più considerati come una interpretazione arbitraria di uomini fallibili, ma come il necessario sviluppo di un essere vivente che può e deve crescere con uno sviluppo armonioso e costante. Riprendendo la questione in un’altra sua opera, il teologo inglese si proclama certo che “l’attuale comunione romana è di fatto quella che maggiormente si avvicina alla Chiesa dei padri” e che “se Sant’Ambrogio e Sant’Atanasio tornassero all’improvviso in vita non vi ha dubbio quale confessione riconoscerebbero come la loro”.
Non meno interessanti - e finalmente anche di scorrevole lettura - le pagine che trattano dei primi cristiani e del benefici del cristianesimo nella storia.
-Il pensiero o l’immagine di Cristo fu il principio della conversione e della compagnia [dei primi Cristiani] e ottenne il suo successo più grande tra le classi inferiori, che non avevano potere, influenza, reputazione o educazione. (…) Sappiamo tutti che questo fu appunto il caso di Nostro Signore e dei Suoi Apostoli. (…) Che i convertiti appartenessero al loro stesso ceto viene riferito, in loro favore o a loro discredito, da amici e nemici, per quattro secoli.
Interminabile l’elenco dei benefici portati dai seguaci di Cristo: “Quel corpo militante ha fin dall’inizio riempito il mondo, ha ottenuto splendidi successi e i suoi insuccessi, in complesso, sono stati di estremo beneficio per la razza umana. Esso ha impartito una nozione intelligente del Dio Supremo a milioni di persone che sarebbero vissute e morte senza religione; ha elevato il tono della moralità dovunque è giunto; ha abolito grandi anomalie sociali e miserie; ha elevato il sesso femminile alla sua propria dignità; ha protetto le classi più povere, distrutto la schiavitù, incoraggiato la letteratura e la filosofia e ha avuto un ruolo fondamentale in quella civilizzazione del genere umano che, pur con alcuni mali, ha tuttavia prodotto un bene nel complesso più grande”.
(Gregorio Curto_05-01-2020)

La spada e la scimitarra / Simon Scarrow

Appassiona sempre più, mano a mano che si procede nella lettura, il romanzo storico La scimitarra e la spada, ambientato nei mari e sulle coste del Mediterraneo, nella seconda metà del XVI secolo. La vicenda ha per protagonista Benedetto, un cristiano fatto prigioniero da pirati musulmani, quando la nave sulla quale viaggiava, la Padrona dei due mari, viene arrembata e acquisita come bottino. Benedetto confida però di poterla recuperare, quando Dio vorrà, e si ripromette di non lasciare nulla di intentato per raggiungere il suo scopo. Frattanto è però comprato da un ricco e intraprendente musulmano (Siman Rais, detto “Il Vaioloso”), che pure lo tratta con una certa mitezza, avendo notato le rare qualità e competenze di Benedetto, che può serbare la sua fede cristiana. La vicenda arriva ad una svolta quando Benedetto viene ingiustamente accusato di un omicidio. Preso alle strette, per salvare la propria vita, si dichiara convertito all’islamismo, ma non può scampare alla sorte di essere collocato ai remi di una nave, sul cui pennone sventola la bandiera con la mezza luna, sottoposto a condizioni di vita durissime. A seguito di altre rocambolesche vicende torna libero, dopo essersi gettato in mare con la bella Ines, che sottrae alla schiavitù dei Mori e può riconsegnare al padre, un agiato mercante di Messina.
Queste, ed altre vicende che a queste seguono, Benedetto racconta ad un tribunale ecclesiastico, presso il quale deve sostenere la sincerità della propria richiesta di essere riammesso nella Chiesa cattolica: è stato infatti sorpreso ad arrembare, da una nave musulmana, una imbarcazione cristiana con la scimitarra in mano (pronto – all’apparenza – a far strage di chiunque gli si parasse innanzi) e si è dichiarato di fede cattolica solo quando gli avversari lo avevano ormai circondato, senza dargli scampo. Il processo si prolunga per diversi giorni, tra il racconto avvincente e a tratti commovente di Benedetto, le più rare ma assai dure parole del canonico che lo accusa, la più equilibrata, paziente posizione del Vescovo, al quale spetta giudicare il caso. Convinto della sincerità di Benedetto e della giustificazione che questi porta per difendersi dall’accusa che gli viene mossa, ma ritenendo la prova poco credibile per convincere l’accusatore, il Vescovo conclude il processo concedendo a Benedetto la possibilità di riscattarsi arruolandosi come rematore in una delle navi che affronteranno la flotta musulmana nell’epico scontro che passerà alla storia come la battaglia di Lepanto del 1571.
Il romanzo si fa da qui sempre più avvincente, mettendo in luce le abilità e i nobili sentimenti di Benedetto, che cava dagli impicci più di una vola il comito della nave sulla quale viaggia, ottenendo di essere sottratto ai remi e di assumere l’incarico di capocannoniere. Le vicende belliche si intrecciano poi con quelle della vita affettiva dei personaggi; Benedetto infatti porta in salvo una seconda volta Ines e, mentre la flotta cristiana si sta raccogliendo a Messina, trova il modo di trar fuori dai guai il padre di una sua amica, finito in carcere per debiti. Gli ultimi capitoli del romanzo narrano la preparazione e lo svolgimento della memorabile battaglia di Lepanto: il raccogliersi della flotta cristiana, costituitasi per iniziativa del Santo Padre, al comando del giovanissimo don Giovanni d’Austria; le tensioni (e le riconciliazioni) che coinvolgono gli altri comandanti (specialmente il veneziano, anziano Venier) e i marinai, non di rado indisciplinati; la preparazione della strategia bellica e lo scontro divenuto incandescente negli arrembaggi, specialmente quello che aggancia le due ammiraglie, la Real e la Sultana. Lepanto è per la cristianità un grande trionfo e costituisce l’inizio di una nuova avventura, pacifica, appagante, per Benedetto, che può riconquistare, predandola ai nemici, la nave Capitana di Roma (sulla quale era stato fatto prigioniero dei musulmani) ed avere ricambiato l’affetto che nutre per Ines.
La scimitarra e la spada è appassionante, ricco di una terminologia rigorosa (che riguarda ad esempio il lessico marinaresco e i cibi consumati dai protagonisti), puntualmente documentato nei riferimenti storici, a volte segnalati in nota. Apprezzabili, specialmente negli ultimi capitoli, le citazioni dalle fonti, inserite “virgolettate” nel fluire della narrazione, come accade – a battaglia terminata – nel racconto del ritorno trionfale nel porto di Messina: “La mattina seguente uscirono tutte le galee dal porto e con gli stendardi e le bandiere fecero l’entrata con bellissimo ordine ripartite in due corni, che tenevano in mezzo la general del sig. Giovanni e la general del sig. marcantonio Colonna, strascinando sua altezza la general de’ Turchi e le altre galee nemiche per la poppa con le antenne riverse e con le loro bandiere in acqua e con l’entrar del porto fecero una bellissima salva d’artiglieria. Dopo questo la Real, insieme con quella del sig. Marcantonio , si ritirò verso Porto Reale dove smontati a terra furono ricevuti molto allegramente e accompagnati processionalmente fino alla chiesa maggiore della città dove sii celebrò la Messa in detta chiesa del reverendissimo Arcivescovo, poi si cantò il Te Deum laudamus con grandissima solennità, la qual finita don Giovanni se n’andò a palazzo accompagnato da tutta la nobiltà”.
(Gregorio Curto_03-01-2020)

Vincere, ma non solo - Javier Zanetti

In "Vincere, ma non solo" affiorano qua e là i ricordi di una luminosa carriera da calciatore, che si intrecciano con le responsabilità assunte dalla nuova professione, intrapresa dopo l’ultima partita, giocata il 14 maggio 2014. Da allora infatti Javier Zanetti, per molti anni capitano dell’Inter e della Nazionale Argentina, è nella squadra milanese uno stimato dirigente, con la qualifica di vice-president. Da sportivo e da uomo appassionato alla realtà, nel suo libro Javier trasmette al lettore molti suggerimenti, che attinge dalla sua esperienza. Ricorda ad esempio la passione per il calcio, nata in lui quando era ancora bambino e giocava con i coetanei a Dock Sud, il quartiere povero di Buenos Aires dove è nato. Grande stima dimostra di avere sempre avuto per i suoi genitori: il fratello maggiore, anche lui calciatore, la mamma, il papà di professione idraulico che gli ha insegnato ad avere le scarpe sempre lucide (pulendole bene dopo ogni partita giocata), come lui teneva sempre puliti e in perfetta efficienza i suoi attrezzi di idraulico. Già con le squadre argentine nelle quali ha militato (dapprima l’Indipendente, poi i Talleres e il Banfield), Zanetti ha provato successi e delusioni, ma ha mostrato di non perdere la testa nella prosperità e di non abbattersi nelle sconfitte. Nel capitolo “Non temere mai le sfide” racconta di una sconfitta molto amara, che si è però rivelata quanto mai istruttiva, quella della partita con la Lazio, allo Stadio Olimpico di Roma, il 5 maggio del 2002, terminata 4 a 2. “Da quella sconfitta – scrive Zaneti – ho tratto un insegnamento fondamentale: non bisogna piangersi addosso, non macerarsi nella lagna per le ingiustizie vere o presunte, e che rischiano di diventare una zavorra nell’operazione indispensabile di girare pagina e andare avanti. Un leader come me è chi sa aiutare la squadra a ingoiare i bocconi amari e dimenticarli. Se ci si guarda intorno, chiunque troverà esempi di amici o conoscenti che davanti alla sconfitta si sono rifugiati nell’alibi, amaro ma consolatorio, dell’ingiustizia o addirittura del complotto di cui sarebbero rimasti vittima. A volte queste spiegazioni hanno un aggancio con la realtà, a volte no, ma di una cosa sono sicuro: chi vi si aggrappa non ha nessuna speranza di risorgere né di riscattarsi”. Altra delusione quella della partita di Champions League contro il Milan nel 2003, pareggiata 1 a 1 ma che comportò l’esclusione dalla Coppa. Al fischio finale dell’arbitro, l’Inter fu applaudito dai tifosi: “ci stavano dicendo – ricorda Javier – che avevamo vinto qualcosa di più importante dell’accesso alla finale: la partita dell’orgoglio e del dovere compiuto”.
A questa logica si accordano bene altre considerazioni, che traspaiono qua e là nel libro: non dar peso ai voti dei giornalisti ma dare sempre il massimo, in partita come negli allenamenti; allenarsi perciò sempre con assiduità e con grande impegno; rispettare gli avversari e gli arbitri, anche quando sbagliano; essere pronti a cambiare progetto, ma anche tenaci nel verificare quello che si scelto all’inizio di un cammino (non licenziando l’allenatore di una squadra, ad esempio, dopo due sole sconfitte); essere leali in campo, non buttandosi a terra per una leggera spintarella subita, anche se fallosa. Grande tenacia e passione il Capitano dell’Inter e dell’Argentina ha mostrato fino al termine della sua carriera di calciatore, dopo un grave infortunio: “Avevo quasi quarant’anni, tutti hanno creduto che la mia storia in campo fosse terminata quel giorno, invece io mi dicevo: no, Javi, non finirà così, l’ultima partita della tua vita uscirai dal campo con le tue gambe e non su una barella. Adesso mi operano, poi recupero e torno a giocare: questo pensavo e così è stato”.
Da quando è Vice-president della squadra di club nella quale ha giocato più a lungo Javier ha dovuto riqualificarsi, ancora una volta mostrando grande passione e lodevole impegno, affrontando con entusiasmo, tra altri compiti, la fatica di imparare bene l’inglese e di diventare uno studente dell’Università Bocconi. In un paio di flash l’autore fa capire anche quanto sia importante la famiglia: racconta infatti che nel quartiere di Buonos Aires dove abitava da bambino c’era una ragazza che gli piaceva parecchio: “spesso andavo a vederla giocare, anzi direi che non mi perdevo una sola partita pur non capendo quasi niente di pallacanestro: la bella ragazza si chiama Paula e oggi è mia moglie”. A lei e ad altri amici Javier deve la scelta di una fondazione, chiamata Pupi, con la quale aiuta dei ragazzi poveri residenti in Argentina, consentendo loro di praticare il calcio e favorendo la oro crescita umana e morale. Paula è poi stata determinante, insieme ai figli, nella scelta di non passare ad altre squadre, né da calciatore né da dirigente, per poter dare una stabilità alla famiglia, che risiede a Como. Con lei – confida ancora Javier – “anche adesso che ho smesso con il calcio professionistico cerco di allenarmi tutti i giorni. Mi piace fare fitness con mia moglie, abbiamo una palestra in casa e, quando ci sono delle belle giornate facciamo una camminata sul lago, tra andata e ritorno sono dieci chilometri che rappresentano già un buon allenamento, e questi sono anche i momenti solo per noi, in cui possiamo parlare, coltivare il rapporto di coppia che nell’arco della giornata è troppo spesso distratto da tanti impegni”.
Molti sono i personaggi, dello sport e non, incontrati da Zanetti. Da tutti ha imparato, che fossero compagni di squadra o avversari, giornalisti o uomini politici: tra gli altri, ammirati per la loro professionalità e tenacia, Mourinho, che ha portato l’Inter a vincere la Triplete, e Nelson Mandela, venuto a salutare i calciatori prima di una partita giocata a Johannesburg il 13 maggio 1995. “Mi sono trovato a stringere la mano a un uomo che ha cambiato la storia del suo paese e del mondo intero” – ricorda Javier –, che del leader nero ha ben impressa nella memoria una frase: “Io non perdo mai. O vinco o imparo”, perché “nessuna sconfitta è mai davvero tale se ne cogli il significato profondo e la utilizzi per non ripetere gli errori che hai commesso”.
(Gregorio Curto_03-11-2019)

Sotto le mura di Vienna: il romanzo di Giovanni Sobieski / Jan Dobraczynski

Le intricate vicende politiche e militari dell’Europa del diciassettesimo secolo, nelle quali è coinvolto Giovanni Sobieski, si intrecciano nel romanzo di Dobraczynski con la vita familiare dell’eroe polacco, al quale la cristianità deve la prestigiosa vittoria contro l’esercito turco, conquistata “sotto le mura di Vienna” l’11 e 12 settembre 1683.
Giovanni è un nobile polacco, combattente valoroso ed abile stratega, qualificato già dalle prime pagine del romanzo come etmano (cioè capo supremo dell’esercito del suo Paese), quando a regnare sulla nazione si trova Visniowicki, un monarca osteggiato da molti sudditi, che lo ritengono debole ed inadeguato alla carica che ricopre. A complicare il già intricato quadro politico della Polonia, dove fanno sentire la loro voce autorevole, tra gli altri, il Primate, il Vice-cancelliere ed altre autorità civili e religiose, si inseriscono le alleanze e le inimicizie tra le nazioni: l’Impero e la Francia, l’Elettore del Brandeburgo, la Lituania invasa dai Turchi. Ed è proprio davanti alla minaccia di questi ultimi, appoggiati dai Tartari, che Sobieski ottiene un primo clamoroso successo militare presso Chocin. Il successo procura all’etmano un grande favore, che la folla gli dimostra a Leopoli, in occasione delle esequie del re Visniowicki, da poco estinto.
Il romanzo prosegue narrando le vicende del protagonista divenuto re della Polonia, lasciando intendere che una parte rilevante nell’acquisizione di questo titolo sia da attribuire all’intraprendenza della moglie dell’etmano, la francese Marysienka, altro personaggio chiave dell’intreccio. Alternate alle vicende politiche e militari, Dobraczynski presenta infatti al lettore gli avvenimenti e i sentimenti della sfera affettiva e familiare di Sobieski. Marysienka è una donna ambiziosa ed esigente: ama l’eleganza e il lusso, desidera apparire e distinguersi nell’alta società; si rallegra dei successi del marito, ma esige nel contempo che il consorte si dedichi maggiormente alla famiglia, dimostrando di non inseguire soltanto il successo nei campi di battaglia. Dal matrimonio nascono più figli: dapprima delle femminucce, da piccole non in buona salute; poi Giacomo, che il padre porterà con sé nella campagna militare in difesa della città di Vienna, assediata dai Turchi. La salute della stessa Marysienca è a fasi alterne buona o precaria, dipendendo non poco dalle attenzioni che le dedica o non le dedica il marito, come si viene a sapere dalla fitta corrispondenza che si scambiano i coniugi durante le campagne militari che impegnano Sobieski.
Il culmine del successo è raggiunto dal re polacco quando egli si assume in prima persona l’impegno di raccogliere il consenso di numerosi stati cristiani nella lotta contro i turchi, che assediano la città di Vienna. L’iniziativa di aggregare più forze militari nazionali, auspicata e favorita anzitutto dal papa Innocenzo XI, ha buon esito; l’esercito raccolto è tuttavia molto meno numeroso di quello turco, che da parecchie settimane assedia Vienna . Suscitano perciò grande emozione e trepidazione le pagine che narrano della inaspettata strategia di Sobieski (attraversare i boschi di una impervia altura) per attaccare il nemico all’improvviso su tutta l’estensione della pianura; mentre nell’accampamento turco il comandante Kara Mustafà vive ore sempre più drammatiche, che lo porteranno ad uccidere con una freccia la sua compagna (la bella Lelila) a lasciare il comando a Sari Hussejn, a fuggire portando con sé “la bandiera del Profeta”. L’accampamento turco è presto saccheggiato dalla cavalleria dell’esercito comandato da Sobieski, i nemici si danno alla fuga, la città di Vienna è liberata dell’assedio turco. Tutto questo avviene in poche ore, tra il pomeriggio dell’11 e le prime ore del giorno 12 di un settembre freddo e umido. All’invasione dell’accampamento turco partecipano baldanzosi anche i cavalieri pesanti della Baviera al grido Gott mit uns. “Quindi passarono di corsa reggimenti su reggimenti: polacchi, bavaresi, sassoni, imperiali. L’immensa massa della cavalleria, quasi un largo blocco di lava, spezzò in un sol colpo le linee nemiche e, inseguendo gli avversari in fuga, li raggiunse fin nell’interno dell’accampamento turco. Sari Hussejn cercò di contrapporre alla carica la sua cavalleria, ma i cavalieri turchi vennero dispersi e calpestati. Il fragore degli zoccoli, il grido dei cavalieri alla carica, le urla dei calpestati andarono a formare un unico frastuono. Fu impossibile respingere quell’attacco. Il sole tramontò dietro i colli, l’aria cominciò a farsi scura, mentre i cavalieri infuriavano impetuosi nell’accampamento, calpestavano gli uomini, abbattevano le tende, distruggevano i recinti, da cui il bestiame fuggiva in massa. Stavano riducendo in polvere una potenza che era venuta a portar guerra all’impero e al cristianesimo.”
L’epilogo narra di una Marysienka, parecchi anni dopo, vedova e non più giovane, che per qualche tempo insegue ancora il successo nell’alta società. Si trasferisce a Roma, dove viene ospitata nel ricco palazzo di Livio Oldescalchi ed ottiene per il padre l’ambito titolo di cardinale. L’anziano Marchese d’Arquien non fa però onore alla sua porpora, dimostrandosi un uomo tutt’altro che integerrimo, in cerca soltanto di piaceri. Marysienka, ormai settantateenne, si risolve quindi ad andare ad abitare in Francia; non sarà però accolta alla corte di Versailles: lontana dai figli, si sentirà una “povera disgraziata”, stimata e amata solo dalla giovane nipote Maria Casimira.
(Gregorio Curto_23-11—2019)

Il profeta di Nomadelfia : Don Zeno Saltini / Remo Rinaldi

“Al comitato che si è costituito per solennizzare l’ordinazione e la prima messa solenne, don Zeno impone una condizione: devono preparare un corredo per il diciottenne Barile, appena dimesso dal carcere. Lo devono vestire a nuovo e deve assistere, tra gli invitati d’onore, alla prima messa solenne nella cattedrale di Carpi. In caso contrario, minaccia di depositare i paramenti sacri sull’altare e di partire con Barile, in bicicletta, per celebrare la messa solo con lui in una chiesetta qualsiasi”.
È il mese di gennaio del 1931 e don Zeno Saltini, nato nella Frazione di Fossoli del Comune di Carpi il 30 agosto del 1900, già offre un bel biglietto da visita, una chiara anticipazione di quanto mostrerà via via con più chiarezza nei suoi oltre ottant’anni di vita: un temperamento risoluto, instancabile nel servizio dei poveri, amareggiato ma docile all’autorità della Chiesa, tutto dedito alla missione di costruire una società che abbia per legge la fraternità. Barile è il primo “figlio” di don Zeno, la cui opera si fonda già negli anni Trenta, con la costituzione di una famiglia di minori, accolti dalla sorella Nina e da molte altre “mamme per vocazione”. La Comunità prende il nome di Opera Piccoli Apostoli, si insedia in San Giacomo Roncole nel Comune di Mirandola ed ottiene una prima approvazione ecclesiastica nel 1937.
C’è poi lo scompiglio della guerra, durante la quale don Zeno si reca nel sud del Paese, sosta per qualche tempo a Roma, torna a San Giacomo (nel maggio del 1945), inizia a partecipare attivamente al dibattito politico sulla costituenda Repubblica con un disegno chiaro, che espone in diversi scritti e in molte piazze. Il 27 giugno scrive al suo vescovo, monsignor Dalla Zuanna, che di don Zeno è un sincero ammiratore: “Io spero di creare un movimento di masse travolgente tale da buttare a mare tutti i partiti esistenti, i quali, appunto perché inconciliabilmente opposti tra loro nelle ideologie che li animano, stanno buttando l’Italia alla completa rovina. Io credo all’onnipotenza del lievito di Cristo nelle masse, per questo mi tuffo tra le masse spingendole alla soluzione della secolare lotta tra capitale e lavoro”. I fatti non sono meno rivoluzionari delle parole. Per dare ai suoi 316 figli a ad oltre 200 suoi collaboratori una dimora adeguata, nel mattino del 19 maggio 1947 don Zeno si insedia con loro nell’ex campo di prigionia di Fossoli, senza aspettare la richiesta autorizzazione del ministro competente, Mario Scelba, allora e in seguito insensibile o apertamente ostile al sacerdote carpigiano. Inizia così la storia di Nomadelfia, la città dove la fraternità è legge, che si dà una prima Costituzione il 14 febbraio del 1948: una storia caratterizzata da una ricchezza e da un travaglio inenarrabili. Basti a questo scopo ricordare i parecchi personaggi insensibili, indifferenti e pesino apertamente ostili a don Zeno, nella politica e nella stessa Chiesa; ma anche molti amici e attivi collaboratori, come Padre Davide Maria Turoldo e la contessa Albertoni Pirelli. Mentre le ambizioni del fondatore di Nomadelfia sono inarginabili, come si evince anche dai sempre nuovi accolti, le difficoltà economiche e di gestione dell’Opera crescono. Così con una infausta intesa tra politici e uomini di Chiesa, per disposizione delle autorità competenti, nell’estate del 1952 Nomadelfia deve sciogliersi: don Zeno ne viene espulso per decreto del Santo Uffizio, molti minori sono strappati alle loro madri adottive e trasferiti in strutture a loro estranee, pochi “superstiti” si trasferiscono nella tenuta di Roselle presso Grosseto. È il momento più buoi della vita di don Zeno, che obbedisce – come osserva giustamente l’autore della biografia - “perché dedica la sua vita e le sue lotte ai piccoli e agli sventurati, non per ragioni umanitarie, ma perché Dio è padre e perciò gli uomini sono fratelli. Non sminuisce il cristianesimo a sola affermazione di valori morali e sociali. Egli è anzitutto un uomo di grande fede in Dio e la fede è dimostrata non dalle parole, ma dai comportamenti che si assumono, che sono quelli voluti ed esemplificati da Gesù Cristo”. Ha però pur sempre i suoi fieri sostenitori; alcuni totalmente impotenti, ma risoluti fino a commuovere. Barile è in Francia a lavorare; viene a sapere da un giornale che “la città di Nomadelfia è rimasta senza padre”. Si reca a Roma al Santo Uffizio, chiede con insistenza di essere ricevuto da qualcuno “in alto” e può infine sventolare davanti al cardinale Ottaviani il libretto “Tra le zolle” che racconta del sacerdote che molti anni prima lo ha accolto, dicendo: “Io sono figlio di don Zeno, dove avete messo mio padre? Che cosa ne avete fatto?”. Monsignor Ottaviani – osserva Remo Rinaldi – “è intelligente, capisce che dietro a Nomadelfia non ci stanno questioni dottrinali, ma semplicemente una questione di carità: uomini e donne sventurati, piccoli abbandonati, che hanno trovato casa, solidarietà speranza, affetti. Purtroppo ha prevalso un’altra linea, che non è quella di Ottaviani”.
A carico di don Zeno grava anche un procedimento penale: è accusato di “insolvenza fraudolenta”, ma il processo si conclude, il 20 novembre del 1952, con la piena assoluzione “perché il fatto non costituisce reato”. Per poter essere vicino ai suoi figli e più incisivo nell’arduo compito di uscire dal baratro nel quale è caduto insieme alla sua opera, poco dopo don Zeno chiede e ottiene la riduzione allo stato laicale. La risalita dal baratro è lenta e pagata a caro prezzo, ma qualcosa inizia finalmente a cambiare tra i politici italiani, come pure nell’ambito della Chiesa. Nomadelfia si ricostruisce presso Grosseto, diventa una parrocchia, si dà una nuova costituzione; il suo fondatore, revocatagli la riduzione allo stato laicale, può celebrarvi il 6 gennaio del 1962 la sua “seconda prima messa”, trattenendo le lacrime, fino a quando non si trova, tra i fedeli ai quali distribuisce l’Eucaristia, l’indomabile Barile.
Don Zeno si dimostra nella nuova Nomadelfia forse un po’ più duttile, ma è sempre fermo e caparbio nel perseguire il suo ideale. Negli anni Sessanta e Settanta nasceranno nella nuova sede presso Grosseto diverse imprese e la “Scuola familiare”, con programmi e metodi tutti particolari, mentre la missione è affidata anche a spettacoli di danze e canti, portati in tournée in molte città di tutte le regioni d’Italia.
Il 6 gennaio del 1981 don Zeno celebra il cinquantesimo anniversario di sacerdozio. Il giorno 13 subisce un infarto. Le sue ultime parole sono registrate e costituiscono il suo testamento spirituale. Muore il 15 gennaio 1981. Attorno alla bara, durante il funerale, i bimbi e i giovani di Nomadelfia danzano.
(Gregorio Curto_30-08-2019)

Diario 1941-1943 / Etty Hillesum ; a cura di J. G. Gaarlandt

Pubblicato in prima edizione nel 1981, il Diario di Etty Hillesum è stato scritto tra il mese di marzo del 1941 e il 12 ottobre del 1942 da una giovane di ventisette anni, nata a Middelburg da una famiglia della borghesia intellettuale ebraica e morta ad Auschwitz nel mese di novembre del 1942. Leggendolo, ci si rende conto fin dalle prime pagine di trovarsi davanti ad una persona dall’animo inquieto, già provata da diverse esperienze non di rado trasgressive, che affida alla propria penna il racconto della quotidianità, intrecciato a riflessioni e sentimenti, scrivendo tutto di getto, senza alcuna reticenza.
Etty vive ad Amsterdam con due fratelli geniali (uno dei quali è un musicista di grande talento), che soffrono di patologie neurologiche, e due genitori dai quali si è presto emancipata. Ha completato infatti i suoi studi conseguendo due lauree ed è andata ad abitare nella dimora di Han Wegerif, un anziano vedovo con un figlio di ventun anni di nome Hans, allo scopo di occuparsi dell’andamento della loro casa. La Hillesum nel diario scrive di loro: di Hans, al quale si lega presto con una relazione molto intima, e di altri amici (Tide, Liesl, Dicky); più di ogni altro narra però di Julius Spier (nel Diario “S.”), lo psicochirologo che la prende in cura e al quale deve il suo inimmaginabile processo di maturazione e di conversione. Spier appare al lettore di oggi come un tipo ben strano: ha cinquantasette anni, una discreta fama professionale e un buon numero di pazienti di sesso femminile, che cura partendo dalla lettura della mano e ingaggiando con loro una lotta corpo a corpo. Il rapporto che Etty ha con lui si evolve dai lunghi mesi in cui i due si danno del lei, a quando diventano amanti, fino allo sbocciare nella Hillesum di un amore puro, che non vuole possedere un individuo, ma si dilata gratuitamente al mondo intero. È proprio Spier a suggerire alla sua paziente di scrivere un diario; le consiglia inoltre (lui pure ebreo!) di leggere, oltre ad autori come Dostoevskj e Rilke, alcuni libri del Nuovo Testamento, in particolare le lettere di San Paolo e il Vangelo secondo Matteo. La invita infine a pregare (anche inginocchiandosi!), tanto che il Diario diventerà sempre più un rivolgersi di Etty direttamente a Dio.
Ecco un passo che documenta il progressivo purificarsi dell’amore per Spier: “Tante cose cominciano a chiarirsi: per esempio che non vorrei diventare sua moglie. Voglio darne atto molto spassionatamente e obiettivamente: la differenza d’età è troppo grande. In pochi anni ho già visto trasformarsi un uomo. Ora sta cambiando anche lui. È un uomo vecchio a cui voglio bene, infinitamente bene, e con lui mi sentirò sempre legata. Ma ‘sposarlo’, come direbbe un bravo borghese, francamente non lo vorrei. E proprio il fatto di dover percorrere la mia strada da sola mi fa sentire così forte. Nutrita di ora in ora dell’amore che provo per lui, e per gli altri. Infinite coppie si formano all’ultimo momento, per disperazione. Preferisco essere sola e per tutti”. Qualche settimana prima Etty aveva già scritto: “Dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dire questo: si deve tenere a disposizione di chiunque si incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l’amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi, e che ultimamente stanno crescendo in modo così meraviglioso. S. diceva ieri: ‘Mi sono maledettamente abituato a lei’. E Dio sa quanto ‘maledettamente’ io mi sia ‘abituata’ a lui. Ma devo abbandonarlo ugualmente. Voglio dir questo: dal mio amore per lui devo attingere forza e amore per chiunque ne abbia bisogno… E con l’amore che sento per lui posso nutrirmi una vita intera, e altri insieme con me.”
Quando Julius, nel mese di luglio del 1942, muore inaspettatamente, per una malattia che lo consuma in pochi giorni, Etty scrive nel suo diario, apostrofandolo: “Sai, mi sento così forte e sono certa che me la caverò. Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere”. Così sempre più Etty si sente investita di una missione: sia da vivere nel presente, aiutando le vittime delle persecuzioni naziste (tra le quali c’è lei stessa e tutta la sua famiglia), sia affidando alla scrittura la memoria dei tristi giorni dell’Olocausto, se potrà sopravvivere fino alla fine della guerra, che terminerà certamente con la sconfitta di Hitler. Scrive il 18 maggio del 1942: “Un giorno scriverò. Le lunghe notti che passerò seduta a scrivere saranno le mie notti migliori: E allora verrà fuori tutto quel che accumulo dentro, scorrerà pian piano come una corrente senza fine”. E qualche tempo dopo: “In questi giorni sto percorrendo la vita come se mi portassi dentro una lastra fotografica che registra esattamente tutto, fin nei minimi dettagli. Sento che ogni cosa mi entra ‘dentro’ con grande nitidezza di contorni. Più tardi, forse molto più tardi, svilupperò e stamperò tutte quelle immagini – quando avrò trovato il tono giusto per esprimere questo nuovo modo di sentire la vita”.
La persecuzione degli ebrei, fino alla folle intenzione del Fuhrer di giungere alla “soluzione finale”, si rende col passare dei giorni sempre più manifesta. Il 15 luglio del 1942 Etty ottiene un impiego nell’Ufficio per gli “Affari culturali” del Consiglio Ebraico, guadagnando con ciò una limitata temporanea protezione per sé (nell’avere dilazionata la propria deportazione) e la possibilità di offrire un minuscolo aiuto alle altre vittime della Shoah. Poco dopo, per essere più vicina al suo popolo perseguitato e in particolare ad alcune giovanissime vittime delle deportazioni, decide di recarsi a vivere nel campo di Westerbork, punto di passaggio per la triste meta di Aushwitz, dove lei stessa finirà i suoi giorni. Dal Wersterbork scrive alcune lettere (riportate in appendice al volume) sorprendenti e commoventi per come vi si intrecciano la lucidità del suo sguardo sulla realtà e la convinzione incrollabile della positività della vita: “La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dentro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo infatti a questo tempo, corpo e anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita”. Già alla morte di Spier Etty aveva scritto nel Diario: “Vorrei congiungere le mani e dire: ragazzi, sono così felice e riconoscente e trovo la vita così bella e ricca di significato. Proprio così, e lo dico mentre sono accanto al letto del mio amico morto prematuramente, e mentre io stessa posso essere deportata a ogni momento in una terra sconosciuta. Mio Dio, ti sono così riconoscente per tutto quanto”. E il 10 ottobre del 1942 scrive: “Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegati. È un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di generazione in generazione. Ho dovuto impararlo a fatica. È l’eredità più preziosa che io abbia ricevuto dall’uomo di cui ho già quasi dimenticato il nome, ma la cui parte migliore continua a vivere in me”.
(Gregorio Curto_22-08-2019)

La verità nasce dalla carne - Luigi Giussani

"La verità nasce dalla carne", terzo volume della collana “Cristianesimo alla prova”, raccoglie le lezioni tenute da don Luigi Giussani agli Esercizi Spirituali annuali di Comunione e Liberazione tra il 1988 e il 1990: una ricchezza sovrabbondante di riflessioni e considerazioni che vanno dritto al cuore, mettono in crisi ma sempre incoraggiano, mobilitano la persona mostrando la pertinenza delle fede alle esigenze della vita. Incontrato Gesù e riconosciutolo presente nella Chiesa, la vita non diventa facile, ma nessuna prova può sopprimere una letizia di fondo che fa guardare tutto con simpatia e certezza di bene.
Il cristianesimo al quale richiama don Giussani non è una filosofia né un insieme di norme da rispettare. Parlando della Koinonìa (così veniva chiamata nella primitiva comunità cristiana la “comunione” vissuta dai fedeli, che arrivavano a condividere i loro beni), l’autore afferma: “La giustizia umana misura; invece la moralità cristiana non misura mai, guarda se stai tendendo, guarda in che posizione di tensione e di direzione sei, se stai tendendo a mettere tutto in comune, sia le risorse materiali che quelle spirituali… La parola tendenza che cosa salva? Salva l’unico modo di rapporto tra l’uomo e l’infinito, che si chiama libertà: la libertà dell’uomo e la libertà di Dio, che a uno può far compiere la traiettoria in un lampo – come l’ha fatta compiere a Santa Teresina del Bambin Gesù – e a un altro può far compiere la traiettoria in quarant’anni nel deserto, come l’ha fatta compiere a Mosè. ‘E nessuno giudichi’ dice San Paolo”.
   In una lezione degli Esercizi del 1989 don Giussani ribadisce che “il cristianesimo non è un insieme di regole morali, un insieme di riti, un insieme di dottrine, ma un evento, un avvenimento” e come tale rimane perennemente attuale, essendo Cristo non un fatto del passato ma un uomo risorto, vivo e perciò sempre presente. La carità vissuta è una conseguenza dell’amore a Cristo. “E l’amore a Cristo non è là dove uno è perfetto, ma dove uno ne fa memoria, lo ricorda e dice: ‘Vieni, Signore!’. Non sai come venga, non sai come si espliciterà dentro quello che vivi, ma viene”. A questo proposito è citato Charles Peguy, che in una sua opera scrive: “Non si è cristiani perché si è giunti ad un certo livello morale, intellettuale, magari spirituale. Si è cristiani perché si ‘appartiene’ a una certa razza ascendente, … a una certa razza mistica, a una certa razza spirituale e carnale, temporale ed eterna, a un certo sangue”. Commenta don Giussani. “Come ci sentiamo connaturali con Peguy”, sottolineando che nella Chiesa e nelle comunità del Movimento di Comunione e Liberazione “l’unità è imperfetta ma reale… tanto imperfetta quanto reale veicolo di Cristo e del Mistero della Chiesa (è la compagnia mia con te, amico, che, se non è totalizzante, non è vera; non si può appartenere fin dove si vuole: si appartiene!)”.
   Altrove si parla di sacrificio e di obbedienza come condizioni per il fiorire della personalità. “Cristo deve nascere dalla carne sempre! È nato dalla carne, Dio. E gli uomini che unisce a sé, che elegge, li elegge per rinascere in essi, dalla loro carne, cioè dal loro tempo e dal loro spazio, dalla loro vita. Eh, sì, lo capisco, è una vita cambiata… Perché nel sacrificio la verità nasca dalla carne, perché Cristo entri nel mondo di oggi attraverso di noi, il nostro tempo e il nostro spazio, la nostra vita, noi, membri Suoi, occorre che la dinamica della vita sia obbedienza. È questa la novità, una novità forse deludente per i più, ma quando si comincia a viverla tutto cambia”. Emblematica a questo riguardo la figura di Abramo nella prova richiestagli del sacrificio del figlio, erede della Promessa. “Dio non ci dice di non amare, come non ha chiesto ad Abramo di non amare Isacco. Per un amore più grande, l’amore a Dio, l’amore di Isacco è diventato eterno ed è diventato simbolo per tutta la storia. Così l’amore a noi stessi diventa grande nel sacrificio di noi stessi: l’amore a noi stessi diventa grande, tocca il suo destino”.
(GC)

Siamo tutti greci - Giuseppe Zanetto

“La Grecia antica è un ‘luogo’ straordinario, un territorio popolato di idee, personaggi, storie, immagini che raccontano l’uomo e l’umano. Dobbiamo andarci, con la mente e con il cuore, perché in pochi altri luoghi (forse in nessuno) possiamo trovare tanta verità e tanta bellezza; e dobbiamo andarci con la consapevolezza che si tratta di camminare a ritroso di molti secoli. Ma quando ci arriviamo e ci guardiamo attorno, ci rendiamo conto che molto di quel che vediamo ce l’avevamo dentro: evidentemente perché la tradizione l’aveva trasportato nel tempo, consegnandolo a noi e alla nostra epoca. Possiamo quindi tornare al presente con la certezza che laggiù, in Grecia, c’eravamo già stati. Siamo tutti greci, infatti”.
Questa la conclusione del bel libro di Giuseppe Zanetto, che documenta il suo asserto con un attento esame del patrimonio lasciatoci nostri “antenati culturali”, in un articolato percorso che prende in considerazione varie problematiche e tematiche: dal ruolo della donna al riconoscimento dei diritti civili, dalla politica all’arte, dallo sport alla religione. L’antica Grecia ci è lontana nel tempo – precisa ancora l’autore – e si tratta di una lontananza che non si può misconoscere o colmare artificiosamente. Per altro in diverse epoche la si è vista come attraverso una lente, perciò diversa da come era in realtà: pensiamo solo al classicismo, che ha ammirato “la purezza e il candore” di templi e sculture, che nell’antichità erano rivestiti di vivaci colori e adornati da gioielli e vari accessori di metallo. I secoli che ci separano dall’epoca di Milziade, di Pericle e di Fidia hanno profondamente mutato l’assetto sociale, politico e culturale del mondo, ma il “siamo tutti greci” coglie una verità più profonda di quella che si riscontrerebbe in una semplice vaga somiglianza di forme e strutture, perché è radicata nella spiritualità dell’essere umano. “I Greci antichi infatti hanno riflettuto su se stessi, hanno discusso ogni singolo aspetto del loro mondo, valutandone pregi e difetti, hanno cercato di spiegarne le ragioni…, hanno elaborato percorsi critici, giudizi morali, schemi mentali… La ‘perennità’ della cultura greca consiste in questo: nell’avere riflettuto sull’uomo, su ciò che l’uomo – a prescindere dalla sua epoca – deve affrontare per il fatto stesso di essere al mondo. La Grecia, dunque, l’abbiamo dentro di noi, in ragione del nostro essere uomini”.
Il libro è di scorrevole lettura, vivacizzato da frequenti riferimenti ad opere letterarie, attraverso le quali si manifestano le convinzioni, lo stile di vita, le questioni sociali e morali dibattute. I primi capitoli ci presentano sotto diverse prospettive la condizione della donna. Figure di spicco sono qui Lisistrata, protagonista dell’omonima commedia di Aristofane e Prassagora, animatrice della rivolta del gentil sesso in Le donne all’assemblea, altra opera teatrale di Aristofane. Eloquente anche la figura di Panfile nella commedia Epitrepontes di Menandro: con saggezza e umiltà riconduce infatti a sé il marito infedele, ma si rivela prima pronta all’umiliazione dell’abbandono, convinta che il matrimonio sia un’unione per la buona e la cattiva sorte. “Io sono entrata nella sua casa – dice al padre riferendosi al marito infedele – come compagna della vita e della fortuna. È caduto? Lo sopporterò”.
Non meno interessanti i capitoli relativi allo studio del corpo umano e al suo riflettersi nell’arte, specialmente scultorea. L’autore coglie una significativa evoluzione dalla staticità del modello detto kouros all’Apollo Parnopios (“un corpo che riceve spinta dall’animo, e un animo che trasmette senso al corpo”); dalla rappresentazione degli atleti celebrati nei versi degli epinici di Pindaro (notando come letteratura e arti figurative si integrino a vicenda nel renderci vicina la Grecia antica) fino alla perfezione e vitalità dei Bronzi di Riace, due sculture del V secolo a.C. ritrovate fortuitamente da un subacqueo dilettante nel 1972, oggi collocate al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria. “Chi entra nella sala dove i Bronzi sono esposti è colpito dalla loro straordinaria naturalezza, ha l’impressione che le due statue ricambino il suo sguardo e che possano mettersi in movimento, da un momento all’altro, e scendere dai piedistalli”.
Il capitolo Futuro nel passato documenta come il felice intreccio tra archeologia e letteratura ci consenta di conoscere meglio l’antica Grecia. L’autore considera dapprima una lirica della poetessa Saffo (solo recentemente ritrova dagli archeologi in un foglio di papiro) che lamenta la lunga lontananza del fratello da casa. Fa poi riferimento ad un altro frammento della celebre poetessa dell’isola di Lesbo, nel quale si narra di un santuario (recentemente venuto alla luce a seguito di scavi archeologici) nel quale erano venuti a pregare Agamennone e Menelao. Le nozioni apprese dalle fonti archeologiche aggiuntesi a quelle letterarie consentono così di “ricostruire meglio la realtà della Lesbo arcaica”. La combinazione delle nozioni fornite dall’archeologia con quelle desunte dalle opere letterarie diventa ancora più sorprendente quando si confrontano i canti dei poemi Omerici con il ritrovamento del palazzo di Nestore e con gli scavi nell’isola di Itaca, sebbene qui non sia ancora venuta alla luce una “reggia di Ulisse”.
In un altro capitolo Giuseppe Zanetto tratta della religione, chiedendosi se gli antichi greci potessero credere veramente a divinità imperfette e litigiose, che tramano inganni e vendette, ordiscono tradimenti, covano risentimenti. Considera poi come il cristianesimo abbia bollato gli dei del paganesimo come “falsi e bugiardi”, ma documenta anche come la situazione dell’antica Grecia avesse molti aspetti di diversità da quella del nostro tempo. Racconta ad esempio di un santuario dedicato al dio Asclepio e di guarigioni prodigiose lì avvenute, considerando che “tra la medicina scientifica e quella del santuario non c’è una contrapposizione ideologica” e osserva senza scandalo che si credeva realmente agli oracoli, specialmente quelli di Delfi, dove in molti si recavano per avere responsi che riguardassero non solo il loro cammino personale ma anche le azioni da intraprendere nella politica di una città, come la scelta di dichiarare una guerra o fondare una colonia.
“Siamo tutti greci” - per concludere, riprendendo un episodio ben noto anche a chi non avesse conoscenze approfondite della cultura classica - nel sentirci in sintonia con Antigone, che nell’omonima tragedia di Sofocle seppellisce il fratello contravvenendo alle leggi del tiranno di Tebe: “l’idea che la ispira – scrive Giuseppe Zanetto - è la stessa che ritroviamo in tutti i disobbedienti, di ieri e di oggi: un ordine moralmente ingiusto non deve essere eseguito”.
(GC)

Santi / Cyril Martindale ; presentazione di Luigi Giussani

Ha conservato tutto il fascino e l’attualità degli scritti perennemente edificanti il libro Santi di Cyril Martindale, pubblicato in prima edizione italiana nel 1950 e recentemente ristampato da Jaca Book. Il volume riporta il testo di interventi tenuti dall’autore ad una trasmissione radiofonica nel 1930, come si desume dai dati riportati in riferimento alle Conferenze di San Vincenzo fondate dal beato Federico Ozanam: “Esse contano oggidì (1930) 154.995 membri attivi e 78.600 membri onorari”.
Ogni capitolo, ad eccezione dell’ultimo, è dedicato a un santo, del quale è tracciato un breve profilo, seguendo un ordine cronologico: da San Paolo, Sant’Antonio d’Egitto, Sant’Agostino… fino a San Vincenzo de’ Paoli, Giovanni Battista Vianney (noto anche come Curato d’Ars), Giovanni Bosco. Tra i grandi del Medioevo troviamo San Francesco e San Tommaso, noti esponenti di famiglie benestanti che hanno abbracciato la vita religiosa con un ardore esemplare, che li ha resi riformatori della chiesa e trascinatori di molti seguaci; ma compare anche Sant’Edoardo, re d’Inghilterra (1003-1066). “In un’epoca in cui la corruzione e l’estorsione erano tanta parte della vita pubblica – nota Martindale – Edoardo pare essere stato del tutto indifferente al denaro; egli rinunciò a tutto quanto il tributo imposto dai Danesi (il cosiddetto Dane-geld) che il popolo versava ormai da oltre trentott’anni e che formava una piccola parte della rendita personale del sovrano. Quando i nobili del reame desiderosi di acquistare meriti ai suoi occhi, gli portarono una grossa somma che avevano spremuta ai loro vassalli, egli la rifiutò e diede ordine che fosse restituita a coloro che l’avevano versata”.
Sorprendente, quanto poco conosciuta, è poi la vita di Ermanno lo storpio (1013-1049), venuto al mondo “orribilmente deforme” Fu infatti soprannominato “il rattrappito, tanto era storpio e contratto: non poteva star dritto, tanto meno camminare; stentava persino a star seduto nella sedia che era stata fatta appositamente per lui… Aggiungerò – prosegue l’autore – che i competenti di novecento anni fa lo dichiararono anche ‘deficiente’”. Mandato dai genitori a vivere in un monastero, Ermanno diventa un grande testimone della fede, tanto da essere trovato da chi lo incontra – così riportano i cronisti del suo tempo – “piacevole, amichevole, conversevole, sempre ridente; tollerante, gaio”. Tutti gli volevano bene, mentre lui, crescendo, “imparò la matematica, il greco, il latino, l’arabo, l’astronomia e la musica”; scrisse anche un Chronicon di storia del mondo e costruì orologi e strumenti musicali.
Nell’ultimo capitolo Martindale ritrae i “santi senza il ‘san’”, cioè persone non cononizzate né beatificate (almeno fino al 1930), ma “compiute, pienamente realizzate”, vissute in diverse epoche ed appartenenti a vari ceti sociali: oltre a Federico Ozanam, tra gli altri, Contardo Ferrini, Matt Talbot, Pier Giorgio Frassati. Anche questi sono a chiunque di esempio e di sprone, per l’attrattiva che esercitano su chi desidera – e chi potrebbe non desiderarla? - una vita “unita”. Il santo – scrive Luigi Giussani nella presentazione del libro “non è un superuomo, il santo è un uomo vero… perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costituito il suo cuore, e di cui è costituito il suo destino”. E più avanti: “Un amore alla vita, creatura di Dio , dentro un abbraccio consapevole e leale delle sue condizioni esistenziali, disegno di Dio, caratterizza la figura del santo. Egli, per affermare la propria vita appassionatamente non ha bisogno di dimenticare o di rinnegare nulla: tanto meno, starei per dire, la morte”. Il santo ha perciò anche più chiara di chiunque altro la “coscienza dell’incapacità” dovuta ad una fragilità propria della condizione umana (“è l’uomo che più acutamente e drammaticamente ha l’esperienza di tale fragilità e la coscienza del peccato”); è umile, ma “l’umiltà s’appoggia ad un’ultima calma perché la riconosciuta verità di sé induce la pace in cui è il ristoro, il rifluire della vita autentica. È un invito all’umiltà del cuore l’insistenza di San Paolo: ‘Siate lieti, ve lo ripeto, siate lieti’”.
(GC)

Il poema del destino : Virgilio, Eneide / a cura di Laura Cioni e Giulia Regoliosi Morani

Con il titolo Il poema del destino Laura Cioni e Giulia Regoliosi Morani, curatrici del volume, offrono al lettore una approfondita presentazione dell’Eneide, che risulta nel contempo agile e di scorrevole lettura. Il volume è diviso in due parti, la prima delle quali (articolata in dodici capitoli, uno per ogni libro del poema virgiliano) espone i fatti in una prosa scorrevole che, pur non essendo una traduzione del testo originale latino, è tuttavia ben più di un riassunto. Vi sono narrate infatti con ampiezza e completezza le avventure di Enea e dei suoi compagni, le varie tappe del loro viaggio verso l’Italia, i personaggi incontrati, l’aspra guerra combattuta nel Lazio. All’interno di ogni capitolo vi sono ampie citazioni del poema virgiliano nella traduzione di Mario Scaffidi Abbate, in impeccabili endecasillabi sciolti. Viene così assicurata al lettore anche una conoscenza diretta dell’Eneide, almeno nei passi più noti e più apprezzati, quali sono – ad esempio – l’iniziale invocazione alla Musa, gli incontri di Enea con Polidoro e con le ombre prima di Creusa e poi di Anchise, alcune fasi della distruzione di Troia raccontate dal protagonista a Didone; quindi il dramma di Didone abbandonata e suicida, la profezia della Sibilla cumana, le gesta eroiche dei protagonisti della guerra che imperversa nel Lazio, tra i quali si distinguono Eurialo e Niso e la vergine Camilla.
Il poema del destino si rivela così molto utile a chi voglia conoscere l’Eneide senza intraprenderne l’impegnativa intera lettura, ma non meno prezioso lo troverà chi intenda rispolverare vecchie arrugginite conoscenze scolastiche o servirsene a scopo didattico, con studenti delle scuole medie inferiori o anche elementari. Suscitare grande interesse e affascinare le scolaresche non risulterà certo difficile ad un insegnante che presti il dovuto impegno nello schematizzare gli avvenimenti, aiutandosi con delle immagini. Si potrà ad esempio:
-mostrare una cartina con la rotta del viaggio di Enea e i vari luoghi di scalo
-puntualizzare che le avventure narrate si svolgono come su due piani (quello celeste, che ha per protagonisti gli dei dell’Olimpo e il Fato; quello terreno degli uomini alla ricerca di una meta e in lotta tra fazioni contrapposte)
-soffermarsi sulla personalità dei protagonisti: il destino assegnato a ciascuno, il ruolo della libertà del singolo, le abilità e le virtù che appaiono nei giochi, nella guerra, nell’amicizia (come in Eurialo e Niso)
-considerare i vari oracoli e profezie (Delo, Andromaca, la Sibilla Cumana, Anchise) come gli indicatori di una rotta che conduce Enea al compimento della sua missione, germe della grande potenza di Roma, per la cui celebrazione Virgilio ha scritto il poema.
(GC)

Bravo, Burro! / John Fante e Rudolph Borchert ; illustrazioni di Marilyn Hirsh ; a cura e traduzione di Francesco Durante

Burro (“asino” in spagnolo) è un somarello, che dimostra tutto il suo valore nella lotta contro un puma. Al termine dell’impari contesa (il burro è ferito, ma il puma si è dato alla fuga, rinunciando alla sua preda), Manuel, un ragazzetto testimone oculare dell’evento, in uno slancio di compassione decide di soccorrere l’asino, curandone le piaghe sanguinanti e battezzandolo El Valiente. In successione appaiono quindi, ad interagire con il valoroso animale, i “protagonisti umani” del romanzo di John Fante: Josè Cabriz, padre di Manuel; don Francisco, proprietario della hacienda che dà lavoro a Josè e a molti altri padri di famiglia; Carlos e Hernandez, quest’ultimo amministratore, il primo figlio maggiore di don Francisco.
Un breve flash back, inserito in uno dei primi capitoli del libro, informa il lettore circa il passato di Cabriz: un famoso e osannato torero, caduto in disgrazia dopo una serie di lutti familiari ed un inaspettato insuccesso, occorsogli durante una corrida. Don Francisco lo ha preso nella sua hacienda per compassione e nell’intento di non far ricadere sull’innocente Manuel le colpe del padre, che conduce a detta di tutti una vita inoperosa, cedendo spesso alla tentazione di attaccarsi a una bottiglia di tequila. Il clima sociale delle famiglie che vivono sotto la protezione di don Francisco è quello di una comunità unita, alla quale non vengono risparmiate prove, che ha trovato nella fede cristiana il fulcro della propria solidità.
La vicenda narrata ha un punto di svolta quando, per l’incuria di Juan che getta un mozzicone di sigaretta acceso tra la paglia, scoppia un vigoroso incendio, che rende abitazioni e stalle una montagna di macerie e provoca la fuga dalla hacienda del robusto toro Montana Negra, che don Francisco, a malincuore, ha destinato pochi giorni addietro ad essere venduto a caro prezzo, per sanare il bilancio della sua attività che attraversa un momento di profonda crisi economica. Montana Negra si rifugia in una grotta non vicina alla hacienda, dove viene raggiunto dagli uomini a cavallo di don Francesco e dal giovane Carlos, che in nessun modo riescono a smuoverlo: si tratta infatti di un animale cocciuto, pesantissimo, dotato di una forza invincibile. Nel frattempo Juan, accusato dagli altri lavoratori e abitanti della hacienda, è finito in carcere, ma non gli è stato fatto del male, grazie all’equilibrio e all’autorità di don Francisco, che lo ha protetto.
È a questo punto che rientrano in azione Manuel e il suo docile El Valiente. Riusciranno, agendo insieme, a farsi ammirare e ad imprimere una svolta alla vicenda? Nei momenti più difficili, si eleva dal cuore dei protagonisti del romanzo una preghiera e si rinsalda quella fede che a detta di Gesù – come ricorda il fate francescano dialogando con le donne del luogo – “muove le montagne”.
(GC)

All'ombra del tuo cuore - Adriana Romanò

Al prestigioso liceo Pretiosa c’è un trio di studenti prepotenti, che tiene in pugno non solo i compagni, ma perfino gli insegnanti. Il “Boss” Filippo, infatti, e i suoi adepti Alex e Matteo possono ottenere voti discreti anche quando si dimostrano palesemente impreparati e si permettono di guardare dall’alto in basso gli altri studenti, emarginando e disprezzando soprattutto quelli non appartengono a famiglie altolocate. Nora, protagonista del romanzo, è la figura di spicco di un altro trio: come Michal e Martina, che frequenta però un altro istituto, non veste abiti firmati e non frequenta i compagni ricchi. L’amicizia è però tra loro tre sincera e profonda e non esclude l’insicura Angelica, compagna di classe di Nora e di Matteo.
La vicenda ha inizio quando Nora si oppone a una prepotenza di Filippo ai danni di Michael: la ragazza osa dare al Boss nientemeno che uno schiaffo, suscitando l’indignazione di quest’ultimo e grande meraviglia nei compagni. Qualche giorno dopo Filippo replica aizzando molti suoi compagni, che fanno piovere sulla povera Nora una raffica di monetine. Si scatena così una vera guerra che avrà diversi colpi di scena in varie fasi, legate ai mutevoli sentimenti e legami affettivi che si intrecciano tra i giovani protagonisti e ad eventi particolari: la festa di compleanno di Nora, la serata in discoteca, la gita scolastica a Copenaghen, l’esame di maturità.
Nello scorrere degli avvenimenti, l’autore ci dà uno spaccato del mondo giovanile del ventunesimo secolo, non censurando un lessico con diverse parolacce, la libertà e perfino la trasgressività nella sessualità, una certa superficialità e frivolezza nel come i protagonisti impostano le giornate e nella loro vita relazionale. Per tutti però l’anno scolastico dell’esame di quinta liceo, quello nell’arco del quale si svolge l’intero romanzo, è un periodo di maturazione, come si può gioiosamente constatare nel finale a sorpresa, che presenta Nora non più emarginata, Angelica maggiormente serena e pacificata (dopo un brutto momento di totale disperazione), Filippo non più prepotente, ma disposto a legami affettivi più solidi, impegnato in una buona impostazione del suo futuro professionale, pronto ad affrontare dei sacrifici.
Nell’ambiente tutto giovanile che fa da palcoscenico al romanzo, si inseriscono solo a tratti dei personaggi adulti, con la loro diversa portata di umanità e di incisività nello sviluppo dell’intreccio. C’è infatti la mamma di Filippo, triste esempio di vita disimpegnata, condizionata forse da una situazione della quali non è lei stessa responsabile; ma certo - fa intendere l’autrice attraverso lo sguardo e i pensieri di Nora – essere troppo ricchi non deve procurare poi una così gran fortuna. Grande spessore umano ha invece nonna Onorina, dalla quale la protagonista ha preso il nome di battesimo, capace di vera amicizia e di grande affetto nei confronti della nipote. Mentre infatti i genitori della giovane Nora sono di fatto totalmente assenti nell’intera vicenda (ma tutto fa pensare che non siano degli educatori inadeguati al loro compito, ma soltanto degli adulti molto impegnati fuori casa), nonna Onorina conquista la nipote nell’accoglierla frequentemente a casa sua, nel raccogliere le sue confidenze, nel consigliarla per il meglio, nel cucirle un vestito che contribuisce non poco, in un momento cruciale dell’intreccio, a cambiarle il look.
(GC)

La nostra morte non ci appartiene - Thomas Georgeon, Christophe Henning

I diciannove martiri d’Algeria, beatificati nel 2018 da papa Francesco, sono le vittime di una violenza cieca, tristemente attiva per circa un decennio, dopo che il Fronte Islamico di Salvezza (FIS), nel 1993, lanciò un ultimatum a tutti gli stranieri, minacciandoli di morte se non avessero lasciato il Paese. Si presentò così, anzitutto ai religiosi di diversa nazionalità presenti in varie località, il dilemma se rientrare in patria. La loro era per lo più una presenza silenziosa ma molto efficace, imperniata – oltre che sulla preghiera e la vita comunitaria - su una accurata e perseverante opera caritativa, costituita di servizio ai poveri, alle donne in difficoltà, ai portati di handicap, ai giovani, tutti musulmani. La scelta di rimanere è unanime, ma ogni religioso la pondera per se stesso, in un travaglio che, documentando grande responsabilità, edifica per la semplicità e la chiarezza che la sostengono. Così suor Bibiane: “Sono persuasa che la nostra presenza qui, in questo quartiere, è sempre stata molto importante. È una risposta all’attesa dei nostri vicini, poiché è la gente de quartiere che ha chiesto le suore. Attualmente chiedono che noi rimaniamo qui, tra di loro… Mi sento impotente di fronte a tanta sofferenza, ma so che Dio ama questo popolo e ho fiducia in Nostra Signora d’Africa… Scelgo di rimanere per rispondere alla fiducia che tutti e tutte ci manifestano e per essere un bagliore di speranza in questa terra d’Algeria”.
Le prime vittime dei terroristi del FIS sono il fratello marista Henri Verges, francese di sessantaquattro anni, e la religiosa delle Piccole Sorelle dell’Assunzione Paul-Helene Saint-Raymond, sessantasettenne presente in Algeria del 1964. Vengono uccisi con armi da fuoco l’8 maggio 1994 nella biblioteca che tengono aperta per aiutare i giovani nei loro studi. Pochi mesi dopo, il 23 ottobre, altre due vittime: le suore agostiniane Ester e Caridad, uccise mentre si recano al mattino in una chiesa poco distante dal loro monastero, per essere presenti alla santa messa quotidiana. Poche settimane dopo, il 27 dicembre, il FIS toglie la vita a quattro padri bianchi. La violenza raggiunge presto il monastero trappista di Tibhirine che, “visitato” da un gruppo di terroristi già il 24 dicembre 1993, viene invaso nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 da un gruppo di terroristi che rapisce sette monaci, che vengono tenuti in ostaggio per alcune settimane e quindi uccisi. L’ultima vittima è il vescovo di Orano Pierre Claverie, ucciso in vescovado il primo agosto 1996 dall’esplosine di una bomba, che causa la morte anche del suo giovane amico musulmano Mohamed Bouchikhi.
Il libro presenta di ognuno dei diciannove martiri anche qualche cenno biografico, raccontando l’infanzia nella famiglia di origine, il fiorire della vocazione religiosa, i tratti più spiccati della personalità e le mansioni svolte nei diversi luoghi di destinazione, in obbedienza ai superiori. In ciascuno emergono tratti e storie diverse, ma sempre un grande amore per il popolo algerino e il desiderio di compiere una missione che sola può dare senso e gusto alla vita. Indimenticabili le parole del testamento di padre Christian de Chergè, priore del monastero di Tibhirine, che scrive tra l’altro: “Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese”. E più avanti: “Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di chiedere il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito. Non potrei auspicare una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che amo sia indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno ‘grazia del martirio’, il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’islam”. E termina con la parola grazie, nella quale “include” gli amici algerini accanto al padre, alla madre, alle sorelle e ai fratelli… “e anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie, e questo ad-Dio da te previsto. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inshallah”.
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La casa degli sguardi

Quanti sono gli incontri e le vicende rocambolesche della travagliata vita del protagonista di questo romanzo! E quale acuta sensibilità si coglie in ogni gesto e in ogni sguardo, mentre tutto è narrato in toni che spaziano dal poetico all’ironico, includendo nel discorso diretto molto dialetto romanesco e non censurando diverse parolacce! Daniele racconta in prima persona che cosa gli accade in pochi mesi, da quando viene assunto in una impresa di pulizie che opera all’Ospedale pediatrico del Bambino Gesù a Roma! È una persona sensibile e matura, tanto che ha scritto delle apprezzate poesie, ma è affetto da una forte depressione, legata ad un passato di assunzione di droga, mutatasi poi in alcolismo, che non gli consente una vita normale, men che meno un’attività lavorativa. Trascorre così le sue giornate girando per i bar a bere vino bianco, o rimanendo inoperoso a casa, dove vive con una mamma e un papà straziati dal dolore e tristemente incapaci di fare uscire Daniele dal tunnel nel quale è finito. Papà e mamma però ci sono, pazienti e sempre speranzosi, come ci sono il fratello e la sorella, che hanno ormai formato la loro famiglia ma si raccolgono ogni tanto nella casa dei genitori.
La prima svolta nella vicenda accade proprio con l’assunzione di Daniele – favorita dall’interessamento dell’amico poeta Davide - e con il suo primo giorno di lavoro all’ospedale del Bambino Gesù. Capitare nella camera ardente di un bambino che non ha potuto guarire dalla malattia è il primo di tanti fatti che scuotono il protagonista e gli suscitano domande che gli lacerano il cuore: perché tutta questa sofferenza? Perché su piccoli innocenti? Perché il dolore straziante dei genitori di questi bimbi, che nessuno può consolare? E quale ferita provoca lo scoprirsi impotenti anche solo ad avvicinare un bambino, a rispondere almeno al suo desiderio di un breve dialogo, come accade con “Toc-toc”, un piccolo affetto da leucemia, col quale Daniele può scambiare solo pochi gesti attraverso il vetro di una camera sterile!
C’è poi il lavoro, duro ma soddisfacente – ed ammirato dai superiori – di rendere puliti gli spazi dell’ospedale: i servizi igienici trovati il primo giorno traboccanti di escrementi umani, i sottotetti colmi di escrementi di uccelli, il delicatissimo reparto “infettivologia”, i turni di notte, in ogni sala e corridoio pavimenti da rendere lucidi e vetri così lindi che diverranno invisibili. E c’è sempre un lavoro di squadra, con colleghi con i quali si crea a volte qualche contrasto o incomprensione, ma generalmente si lavora bene, anche molto bene; tanto che alcuni coprono volentieri qualche assenza di Daniele, accettano il suo essere stato assunto “perché raccomandato”, rispettano e ammirano il suo essere poeta. Per diversi mesi Daniele lavora con impegno nei vari turni assegnatigli, ma nel fine settimana continua ad ubriacarsi; fino a quando non rimane folgorato da una suora che sorride a un bambino malformato, lo vezzeggia e lo coccola amorevolmente. Davanti ai genitori del piccolo…
“…c’è una suora, è anziana, piegata in avanti, il suo viso sfiora quello tremendo del bambino.
‘Tu sei il bello di mamma e papà, vero?’
Prende una manina e la bacia, lui forse per il solletico scoppia a ridere, la suora non avrà meno di ottant’anni, ha il viso paffuto, bianco come il latte.
‘Allora non sei solo bello, sei pure simpatico, ti piace così?’
E ripassa la manina sulla sua bocca, il mento, per il piacere di lui. Poi la suora si drizza, guarda il padre e la madre.
‘Ma non sentite che risata che c’ha? Questo dentro non ha l’argento, ha l’oro, l’oro vivo’
Lo bacia, incurante del suo viso, di tutto”.
Daniele osserva questa scena mentre spinge il suo carrello con specchi e scopettoni, e ricordandola, scrive: “Sono stordito, non riesco a capire, decifrare. Ho visto qualcosa di umano e al tempo stesso straniero, come un rito proveniente da una terra lontanissima, non riesco dentro di me a rintracciare strumenti per tradurlo nella mia lingua”.
La vena poetica dell’autore fa capolino qua e là nella trama del romanzo, oltre che nelle battute spiritose dei colleghi, in una serata di lettura il pubblico (delle sue stesse opere) alla quale viene invitato. L’emozione dell’attesa e il timore di un insuccesso sono grandi, ma l’evento si compie poi felicemente, mentre la sorpresa è riservata alle pagine finali del romanzo, quando Daniele incontra nientemeno che il Presidente del Bambino Gesù, che gli commissiona “un libro di poesie sull’ospedale”; dopo averne letta la bozza, gli confida: “Lavoro in questo ospedale da sei anni, vivo qui dentro tutti i giorni della settimana dalle sei di mattina a notte fonda… ma in realtà non c’ero mai entrato veramente. Ho iniziato a conoscerlo solo stamattina, grazie a lei e alle sue poesie”.
Che Daniele sia un apprezzato poeta, del resto, lo si coglie bene anche nella sua prosa, articolata in periodi per lo più brevi, ricca di metafore ed immagini di grande effetto, dirompenti, che si possono trovare nel racconto di un semplice svegliarsi al mattino: “Il suono della sveglia è un’esplosione nel buio complesso della mente, me ne basta mezzo urlo per tirarmi su, altrettanto velocemente mi rendo conto che la quantità di sonno che ho consumato non è sufficiente a donarmi una sobrietà degna di questo nome. Sono le quattro e tre quarti”.
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Lettere di Nicodemo - Jan Dobraczyński

Indirizzate a un amico di nome Giusto, le Lettere di Nicodemo di Jan Dobraczynski sono una sorta di diario, nel quale il noto membro del Sinedrio, più volte citato nei Vangeli, racconta di sé e del suo progressivo avvicinarsi a Gesù, fino a diventare, dopo la risurrezione del Nazareno e la discesa dello Spirito Santo, un suo convinto apostolo. L’intera vicenda, specialmente nella prima parte, è profondamente segnata dalla malattia di Ruth, moglie di Nicodemo, affetta da un male inguaribile, che la consuma lentamente, facendola soffrire in silenzio. Rabbi Nicodemo, avendo sentito parlare di Gesù, pensa che il Profeta, stimato dal popolo ma sempre più inviso ai farisei, possa guarirla, come ha guarito altri malati; desidera perciò incontrare Gesù, chiedergli che anche per lui compia un miracolo, risanando Ruth. Nelle diverse occasioni che gli si presentano non trova però il coraggio necessario per questa implorazione; ascolta però le poche parole che Gesù gli rivolge, esortandolo una prima volta a “rinascere dall’alto”, una seconda volta ad osservare il cuore della legge: l’amore a Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima, quello al prossimo come a se stessi. In altra occasione il Maestro dice proprio a Nicodemo, che gli aveva chiesto di unirsi al gruppo degli apostoli “Se lo desideri vieni, ma ricorda che le volpi hanno le loro tane, gli uccelli hanno i loro nidi, soltanto il Figlio dell’Uomo non ha una casa dove posare il capo”: parole dure, ma non tanto cariche di mistero, come quelle pronunciate in un successivo incontro tra i due. “Tu hai troppe preoccupazioni – gli dice Gesù – troppi affanni, troppa inquietudine, troppe ansie. Da’ tutto a me, Nicodemo, segui il mio esempio… Voglio che tu mi dia tutto ciò che ti opprime e ti tormenta. Voglio che tu getti la tua croce di angosce e di preoccupazioni e che tu prenda la mia. Scambiamoci le nostre croci, Nicodemo”. Il Rabbi membro del Sinedrio è però ancora troppo legato alla Legge e alla triste condizione di salute della moglie. Per questo ha fino ad ora raggiunto Gesù solo poche volte e non lo ha seguito quando il Maestro ha predicato per i villaggi della Galilea, compiendo guarigioni prodigiose ed altri miracoli, come la moltiplicazione dei pani; ha per lo più sentito raccontare di lui, seppur da testimoni oculari, non di rado qualcuno del ristretto gruppo degli apostoli.
Una svolta nella vicenda si ha alla morte di Ruth: il dolore di Nicodemo è profondo, le domande sul perché della sofferenza e della morte si fanno più struggenti, ma si fa largo pian piano nel suo animo anche la disponibilità a stare con Gesù. Nicodemo diventa così lui stesso testimone delle ultime vicende del profeta di Nazaret: conosce Giovanni figlio di Zebedeo, che gli chiede di ospitare per qualche tempo la mamma di Gesù e la sorella di lei; da Maria, molto discreta nel raccontare, viene a sapere del misterioso annuncio che sarebbe diventata madre, del sogno fatto nel frattempo da Giuseppe, dell’infanzia di Gesù; poi apprende altri miracoli: la guarigione del cieco nato gli viene raccontata da Giuda Iscariota, mentre della risurrezione di Lazzaro egli stesso, Nicodemo, è stupefatto testimone oculare.
Gli eventi precipitano poi nella settimana precedente la Pasqua: Gesù viene catturato e condotto davanti al Sinedrio. Timidamente e inefficacemente Nicodemo fa presente che la legge esige che un accusato venga interrogato e giudicato regolarmente. Nel processo a Gesù è però già tutto stabilito in anticipo, in base ai preconcetti dei suoi nemici: il Nazareno è condannato a morte, consegnato a Pilato, crocifisso sul Golgota. Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea chiedono e ottengono il corpo del crocifisso, che viene collocato in un sepolcro. Il riconoscimento di Gesù come Messia avviene in Nicodemo solo dopo la risurrezione: Dobraczynski riespone anche in questi ultimi capitoli del suo romanzo i fatti narrati nei vangeli intrecciandoli a quanto non è riferito ma neppur contraddetto dai Vangeli canonici, identificando ad esempio con Nicodemo il secondo discepolo che, con Cleofa, incontra Gesù risorto sulla strada per Emmaus (come, precedentemente, col padrone di casa del Cenacolo, dove Gesù celebra la prima Eucaristia e lo Spirito discende su Maria e gli apostoli).
L’ultima lettera inviata a Giusto viene scritta quando i discepoli di Gesù hanno già diffuso l’annuncio cristiano in terre lontane e la madre di Lui lo ha raggiunto nella gloria dell’eternità: “Anche lei ora non c’è più e con lei si è cancellata l’ultima traccia della vita del maestro. Giacomo, Giuseppe, Giovanni, Simone e i suoi congiunti non sono che pallide ombre di Lui. Lei invece era qualcosa di ben differente: il suo volto era il volto di Gesù, i suoi geti erano i gesti di Lui. Ordinariamente un bimbo eredita dai genitori le sembianze e gli atteggiamenti, ma contrariamente a ciò, forse è Maria che ha preso da Lui questa straordinaria rassomiglianza. Avendola preceduta in una eternità, prima di nascere da lei, forse Egli ha impresso nella fronte, negli occhi, nella bocca di sua madre i suoi pensieri, la sua bontà, il suo sorriso”
(Gregorio Curto_16-06-2019)

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