Sara Valentino

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Dante - Alessandro Barbero

Dante, il Sommo poeta. La maggior parte di noi, io sicuramente, conosciamo e ricordiamo il Dante delle scuole superiori, la Divina Commedia, quel “nel mezzo del cammin di nostra vita…”. Ne abbiamo studiato la vita, in maniera approssimativa magari, piuttosto le sue opere e il suo pensiero politico.

L’uomo Dante però non lo conoscevo, grazie a “Dante” del professor Alessandro Barbero ho affrontato un viaggio nel tempo e sono così “sbarcata” nel 1289.

11 giugno 1289, giorno di San Barnaba ci troviamo con l’esercito fiorentino in marcia attraverso il Casentino. La battaglia di Campaldino si combattè proprio qui, in questo giorno, tra guelfi e ghibellini. A questa battaglia partecipò anche Dante Alighieri tra i feditori, in prima linea. Come lo sappiamo? Il primo a raccontarlo è l’umanista Leonardo Bruni che nel 1436 scrisse “Vita di Dante”. Il Bruni era di Arezzo e la sconfitta di quella battaglia un po’ gli bruciava. Quindi Dante non era solo impegnato negli studi ma era, naturalmente un giovane come tutti gli altri. A quel tempo certamente essere giovani significava andare in guerra per la patria. Nella Commedia si trova poi un passo dove Dante ne fa menzione.

e vidi già cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra;

e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra. Inf.XXII 1-6

Dante ammette di aver paura, era umano del resto, ma il saggio qui presente l’ho apprezzato anche e soprattutto per averci permesso di sbirciare nella vita e nelle inevitabili debolezze del Sommo poeta, senza voler essere profani e scomodarlo dal posto supremo che per noi occupa. Lo sottolineo ma perchè, pur amando molto la saggistica a volte è corredata da termini aulici, in questo caso ho apprezzato la dote di Barbero nel divulgare accompagnando il lettore nella Storia del personaggio.

Molto bella e interessante tutta la parte dedicata alla famiglia di origine di Dante, al capostipite degli Alighieri. Cacciaguida figlio di Adamo ( curiosissima per me la questione della nascita dei cognomi, a quel tempo lo avevano solo le famiglie importanti e influenti) potrebbe essere il trisnonno di Dante, le date tornano, c’è tutta una bella analisi che funge da albero genealogico, una serie di indizi che inducono a costruirlo.

“Il poeta ebbe un padre anziano che morì presto, e con cui non deve aver avuto un rapporto troppo intimo; in tutta la sua opera non lo menziona nemmeno una volta”

Dobbiamo ricordare che i documenti sono pochi e magri, la ricostruzione avviene anche attraverso ritrovamenti casuali, per esempio un biografo di inizio Ottocento affermava di aver visto un libro d’armi del 1302 e vi era raffigurato lo stemma degli Alighieri. Per quanto riguarda la madre di Dante, sappiamo il suo nome, monna Bella, solo in base a un accordo per la divisione tra i figli di Dante.

Non mancano chicche su particolari versi della Commedia e le svariate congetture che i dantisti hanno ipotizzato alfine di dare senso a testi piuttosto oscuri.

Dicevo all’inizio che Barbero ci offre un biglietto speciale per passeggiare nella Firenze che vide i natali di Dante, ci porta tra i sestieri della città, non sappiamo nemmeno con esattezza la sua data di nascita, nè la casa che doveva essere grosso modo dove ora c’è il museo Casa di Dante.

E Beatrice? Non manca certo di parlarci di lei, il professore e lo fa introducendo un altro punto cardine e misterioso, e a noi di Septem i misteri piacciono parecchio. L’incontro tra Dante e Beatrice, ce lo dice Dante stesso nella Vita nuova, avviene quando lui aveva nove anni. Il numero nove, un numero importante nella simbologia dantesca.

L’attenzione di Dante per le corrispondenze numeriche mostra la sua conoscenza della filosofia antica, sceglie il numero 3 per costruire la sua opera. Il 3 rimanda alla Trinità Cristiana, alla perfezione e alla conoscenza. Il 9 è il quadrato di 3, rappresenta il cambiamento e l’invenzione.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Queste terzine le ho sempre amate, possiamo vederci anche noi in queste parole struggenti, cariche di significato per chi deve abbandonare cose care, la patria, la sua terra.

Rigoroso, approfondito ma anche dilettevole, consigliato perchè è un lavoro storico effettivamente meritevole che riscopre le caratteristiche dell’uomo Dante, con le sue incertezze, le contraddizioni anche, un uomo del Medioevo.

Sherlock Holmes e la minaccia di Cthulhu - Lois H. Gresh

Tornano in scena Sherlock Holmes e il Dr. John Watson suo aiutante inseparabile. I due sono alle prese con casi di omicidio a dir poco sconcertanti. Poco resta delle vittime, macerie umane le definirei, le scene offerte al lettore sono degne del miglior splatter e adatte a un pubblico di buono stomaco, con raccapriccio raccogliamo parti d’ossa umane… sferiche.

Uno Sherlock Holmes inedito, che trova compagnia nelle atmosfere Lovercraftiane, si aggira per le strade di una Londra vittoriana che ho trovato descritta con maestria, come anche ho apprezzato la rappresentazione della sua abitazione e della stanza adibita a studio e laboratorio per le indagini.

Icona del giallo, per i cultori di Conan Doyle, potrebbe non essere un romanzo adatto. Sposa a mio parere il favore dei lettori che amano il mistero più spettrale.

“Holmes balzò in piedi, chinandosi sotto i fasci di travi e cavi raggruppati a formare bizzarri nodi e spirali.”

I nostri dovranno calcare le scene di Jack lo Squartatore, proprio nel suo territorio e in una zona brulicante di assassini e ladri, non sarà una passeggiata perchè su di loro incombe un’ombra che protegge chi non vuole essere scoperto. Un folle, una setta, una bestia assetata di sangue e corpi. Una buona dose di follia, la si prova leggendo le elucubrazioni e il desiderio di onnipotenza di alcuni personaggi.

Devo dire che seguirli nelle indagini e immaginarli con lente e torcia è a dir poco accattivante. Holmes applica il metodo scientifico, è rinomato anche per questo nelle indagini che già conosciamo.

“All’improvviso mi passò la torcia e, mentre io tentavo maldestramente di non farla cadere, si gettò di nuovo a terra. – Ah, cosa abbiamo qui?- Prese dal taschino un altro tovagliolo e vi avvolse qualcosa. – E’ un insetto, Watson, e davvero insolito, per di più. Non appartiene ad alcuna specie che io conosca. Di certo non è originario di Londra”

L’investigazione prosegue senza sosta e senza riposo, i nostri sono a rischio e anche i loro cari.

“Nulla è noto, Watson, finchè non lo proviamo”

Ci troviamo difronte a un romanzo dall’ambientazione storica, con elementi soprannaturali e dalla tendenza horror.

1793 - Niklas Natt och Dag

1793, un libro che mi è stato fortemente raccomandato, un libro che ho preso e lasciato senza aprirlo per varie vicissitudini, un libro che mi ha rapita!

Sono solita sottolineare diversi passaggi durante le mie letture, citazioni o pensieri che mi inducono a riflettere, in questo caso non ne ho segnati moltissimi perchè non ne ho avuto il tempo. “Eh, come?” direte voi…

1793 è come la pece, ti si appiccica addosso, ti incolla dentro le facce dei suoi protagonisti, il nero buio dell’orrore allo stato puro.

Le storie dei personaggi che si incontrano per caso, per poi essere ingranaggi di una macchina perfetta che è il romanzo che avete tra le mani.

Un caso editoriale, così ne parla la critica, sicuramente è un libro diverso, almeno dalle mie solite letture si discosta parecchio. E’ crudo, crudele, per stomaci forti oserei dire. Il ritmo è quasi sempre velocissimo.

C’è un cadavere, orrendamente mutilato, nel lago e sarà Mickel Cardell, reduce dalla guerra, a doverlo recuperare. E’ l’inizio della storia e già il lettore è costretto a ripulirsi l’acqua melmosa di dosso e a reprimere il rigetto. Un fagotto è ciò che resta di quello che prima era, probabilmente, un uomo intero. Cardell soffre di attacchi di panico, da quando è tornato dalla guerra gli incubi non lo abbandonano, reca con sè un ricordo, una ferita che pur rimarginata brucia ancora come allora, a ricordargli il posto dove un tempo aveva il braccio che ora non c’è più. Ma non è in cerca di compassione.

Mi piace Cardell, l’ho amato subito, forte e coraggioso, leale e indomito, duro e risoluto. Con lui a seguire l’indagine del misterioso uomo a cui sono strappati gli arti, la lingua, gli occhi c’è Cecil Winge, malato gravemente, ferito anche nei sentimenti. Una coppia strepitosa.

“E’ così che dovrebbe funzionare il mondo. Un meccanismo razionale e comprensibile dove ogni ruota ha il proprio posto e ogni singolo movimento può essere predetto con esattezza”

Di luce in “1793” ce n’è proprio poca, l’autore riesce a dipingere il cielo di tenebra, offusca i sentimenti e le menti, mentre una scia macabra serpeggia inesorabile. No, non credo possiate immaginare, prima di leggere la storia di queste persone, quanto dolore emerga tra le pagine, quanta cattiveria gratuita, come se la malvagità e la crudeltà, a far da spalla, potessero da sole essere una vendetta per la miseria di certi uomini.

“Così è il mondo: tanta oscurità, poca luce”

Chi ha potuto essere così macabro, quasi un chirurgo parrebbe aver fatto il “lavoro”, da togliere a un suo simile tutto, un pezzo per volta? Ma forse c’è qualcosa di peggio, c’è qualcuno che ha l’anima più nera della morte, sollazzi che sono privi di qualsiasi umana giustificazione.

“Non si può restare nello stesso branco dei lupi senza accettare le loro condizioni” Sottigliezze che sanno di profezia… ma che sono grandi verità se ci pensiamo.

Altra caratteristica encomiabile è la parte descrittiva, che siano paesaggi o sensazioni, paure o stamberghe, magazzini delle scope o “Flugmotet”, l’adunata delle mosche, avrete tutto lì davanti a voi, al letto al divano o dovunque stiate leggendo.

Omicidio, complotti, tradimenti, la fame serpeggiante, Stoccolma è il palcoscenico e in scena c’è una storia da leggere, che vi toglierà il fiato e della quale non vi anticipo nulla.

Le emozioni sono tante però e sarete una ragazza coraggiosa in una fuga disperata, cercherete una liberazione ma vi verrà fatto un “dono”. Sarete un uomo consumato dall’alcol e angustiato, disposto a tutto. Sarete la vendetta di un ragazzino nato per errore e vissuto nel terrore. Sarete la paura in un 1793 freddo, l’anno più freddo a memoria d’uomo. Sarete il dubbio e l’intuizione… in un mondo di lupi, sarete l’eccezione.

“Un uomo migliore, nato nell’epoca sbagliata. Voi difendete la ragione e la giustizia mentre altri non desiderano che elevare la propria condizione”

1793 - Niklas Natt och Dag

1793, un libro che mi è stato fortemente raccomandato, un libro che ho preso e lasciato senza aprirlo per varie vicissitudini, un libro che mi ha rapita!

Sono solita sottolineare diversi passaggi durante le mie letture, citazioni o pensieri che mi inducono a riflettere, in questo caso non ne ho segnati moltissimi perchè non ne ho avuto il tempo. “Eh, come?” direte voi…

1793 è come la pece, ti si appiccica addosso, ti incolla dentro le facce dei suoi protagonisti, il nero buio dell’orrore allo stato puro.

Le storie dei personaggi che si incontrano per caso, per poi essere ingranaggi di una macchina perfetta che è il romanzo che avete tra le mani.

Un caso editoriale, così ne parla la critica, sicuramente è un libro diverso, almeno dalle mie solite letture si discosta parecchio. E’ crudo, crudele, per stomaci forti oserei dire. Il ritmo è quasi sempre velocissimo.

C’è un cadavere, orrendamente mutilato, nel lago e sarà Mickel Cardell, reduce dalla guerra, a doverlo recuperare. E’ l’inizio della storia e già il lettore è costretto a ripulirsi l’acqua melmosa di dosso e a reprimere il rigetto. Un fagotto è ciò che resta di quello che prima era, probabilmente, un uomo intero. Cardell soffre di attacchi di panico, da quando è tornato dalla guerra gli incubi non lo abbandonano, reca con sè un ricordo, una ferita che pur rimarginata brucia ancora come allora, a ricordargli il posto dove un tempo aveva il braccio che ora non c’è più. Ma non è in cerca di compassione.

Mi piace Cardell, l’ho amato subito, forte e coraggioso, leale e indomito, duro e risoluto. Con lui a seguire l’indagine del misterioso uomo a cui sono strappati gli arti, la lingua, gli occhi c’è Cecil Winge, malato gravemente, ferito anche nei sentimenti. Una coppia strepitosa.

“E’ così che dovrebbe funzionare il mondo. Un meccanismo razionale e comprensibile dove ogni ruota ha il proprio posto e ogni singolo movimento può essere predetto con esattezza”

Di luce in “1793” ce n’è proprio poca, l’autore riesce a dipingere il cielo di tenebra, offusca i sentimenti e le menti, mentre una scia macabra serpeggia inesorabile. No, non credo possiate immaginare, prima di leggere la storia di queste persone, quanto dolore emerga tra le pagine, quanta cattiveria gratuita, come se la malvagità e la crudeltà, a far da spalla, potessero da sole essere una vendetta per la miseria di certi uomini.

“Così è il mondo: tanta oscurità, poca luce”

Chi ha potuto essere così macabro, quasi un chirurgo parrebbe aver fatto il “lavoro”, da togliere a un suo simile tutto, un pezzo per volta? Ma forse c’è qualcosa di peggio, c’è qualcuno che ha l’anima più nera della morte, sollazzi che sono privi di qualsiasi umana giustificazione.

“Non si può restare nello stesso branco dei lupi senza accettare le loro condizioni” Sottigliezze che sanno di profezia… ma che sono grandi verità se ci pensiamo.

Altra caratteristica encomiabile è la parte descrittiva, che siano paesaggi o sensazioni, paure o stamberghe, magazzini delle scope o “Flugmotet”, l’adunata delle mosche, avrete tutto lì davanti a voi, al letto al divano o dovunque stiate leggendo.

Omicidio, complotti, tradimenti, la fame serpeggiante, Stoccolma è il palcoscenico e in scena c’è una storia da leggere, che vi toglierà il fiato e della quale non vi anticipo nulla.

Le emozioni sono tante però e sarete una ragazza coraggiosa in una fuga disperata, cercherete una liberazione ma vi verrà fatto un “dono”. Sarete un uomo consumato dall’alcol e angustiato, disposto a tutto. Sarete la vendetta di un ragazzino nato per errore e vissuto nel terrore. Sarete la paura in un 1793 freddo, l’anno più freddo a memoria d’uomo. Sarete il dubbio e l’intuizione… in un mondo di lupi, sarete l’eccezione.

“Un uomo migliore, nato nell’epoca sbagliata. Voi difendete la ragione e la giustizia mentre altri non desiderano che elevare la propria condizione”

Vardø, dopo la tempesta - Kiran Millwood Hargrave

“Alla fine la balena era rimasta immobile, il respiro che si dissolveva mentre loro tagliavano e segavano. Maren aveva sentito l’odore del grasso di balena che bruciava nelle lampade prima che smettesse di muoversi, molto prima che il guizzo lucente dell’occhio sotto il suo occhio si spegnesse in un’opacità smorta”

I sogni, le manifestazioni oniriche, che ci si crede o meno, fanno parte dell’uomo e sicuramente nei tempi antichi ci si prestava maggiore attenzione. Oggi troppo presi da tutto e da noi stessi non ci badiamo.

“Vardø. Dopo la tempesta” è un romanzo storico basato su una storia vera, inizia proprio da un sogno, quello di Maren che vive a Vardø con la sua famiglia.

La vita sembra scorrere nelle abitudini del popolo di pescatori che vive in questa zona così a Nord, così impervia e gelata, quando una tempesta “demoniaca”, giunta in uno schiocco di dita, si porta via tutti gli uomini della comunità. Storie di donne spezzate nel dolore, immaginiamo la tragedia che proprio come una burrasca trascina con sè vite, desideri, padri, mariti, figli e fratelli. Non resta che attendere il favore del mare a riportare a loro i corpi, non rimane che aspettare un clima più mite per poter smuovere il terreno congelato e dare loro una sepoltura dignitosa.

“Urla così forte che le resterà la gola scorticata per giorni. Attorno a lei altre madri, sorelle, figlie si gettano contro la bufera: forme scure, viscide di pioggia, goffe come foche”

Bisogna dire che nei secoli tra il XVI e il XVII correva l’usanza di pensare che il male stesse a Nord, il maligno e la cattiveria annidati dove il clima e le temperature sono estreme, i venti glaciali. Vardø veniva chiamato “capitale delle streghe della Norvegia”.

Le donne rimaste a Vardø, insieme ad alcuni Sami, provano a sopravvivere, vanno per mare, fanno ciò che facevano gli uomini e questo a qualcuno non piace, le donne sole possono essere prede di Satana. I Sami hanno tradizioni e una cultura che viene definita barbara e le loro magie, per i devoti, sono assimilabili a stregoneria. Eppure le vediamo continuare la loro vita, le usanze, la coltivazione, la concia delle pelli, cucinare piatti tipici e per parte mia uno davvero che non assaggerei mai.

Nel 1617, il re di Danimarca e Norvegia Cristiano IV, approva una legge contro la stregoneria.

Nel Finmark vengono inviati i così conosciuti come cacciatori di streghe d’Europa. A Vardø, nel primo processo del 1621, 77 donne (quasi tutte norvegesi) e 14 uomini (tutti Sami) finiscono al rogo.

La narrazione, a tratti pare un po’ smarrirsi, forse per preparare il terreno agli eventi che si succederanno e che in effetti non avrei immaginato di leggere, soprattutto ignoravo fossero accaduti realmente.

In parallelo alla vita di Maren, perduta nei suoi dolorosi pensieri, agli affetti che quando si scontrano con violenza con la tragicità della vita paiono quasi respingersi, si accompagna, in un sentimento fortissimo che le porterà a un passo dall’abisso, la moglie del nuovo sovrintendente, Ursa.

Ursa, giovane donna strappata agli affetti della famiglia, dalla adorata sorella, vine costretta dal padre a sposare un uomo terribile.

Un romanzo che inanella diversi temi importanti su cui soffermarsi, la stregoneria che è pregiudizio, che è paura del diverso, il racconto di una nuova Salem del Nord Europa. I processi sono sempre gli stessi, le torture anche, l’alienazione dell’uomo pure. L’accusa dei vicini, degli amici e pare di rileggere ogni volta le stesse storie, perchè è l’inumanità del mondo che è sempre stata tale in ogni angolo di pianeta.

Altro tema che tra le righe della storia ho potuto afferrare a due mani è quello dell’amore, le tante forme di amore che sono parte dell’uomo. Sfumature opalescenti di questo sentimento raggiungono il lettore.

“Cacciatore di streghe o no, dopotutto Absalom resta pur sempre un uomo”

Proprio quando pensi che nulla di peggio possa accadere, che la tempesta potesse essere la malvagità allo stato puro, ti accorgi che il male non è là fuori… ma dentro, in mezzo a loro, in mezzo a noi, pronto a condannare.

La regina senza corona - Lisa Laffi

Leggere Lisa Laffi è sempre un grande piacere, mi accompagna “a spasso per la Storia”, proprio come piace a me, lo fa romanzando le vicende di una donna di cui poco ho letto e altrettanto raramente si è scritto.

Anno 1480, nasce Margherita d’Asburgo, una donna che è riuscita a conquistare la corona con i suoi meriti, una sovrana che ha dato lustro ai Paesi Bassi.

Figlia dell’imperatore Massimiliano I e di Maria di Borgogna, promessa dall’età di tre anni a Carlo VIII di Valois, era considerata la giovane più fortunata di Francia, a quel tempo aveva solo undici anni.

“Quelli furono gli ultimi istanti in cui tutti furono certi di vedere di lì a poco la piccola bambola di porcellana fiamminga diventare regina di Francia. In pochi secondi i fili delle vite dei due ragazzi, che erano stati perfettamente intrecciati, come quelli delle meravigliose vesti che portavano addosso, si ruppero davanti agli occhi di centinaia di francesi.”

Sappiamo perfettamente come le parche siano leste nel tessere le loro tele, la giovane si rifugia ferita nelle sue stanze, le dame che fino a poco prima l’avevano invidiata, provano un moto di pena quando viene dinanzi ai suoi occhi sventolato un nuovo vessillo, un nuovo accordo matrimoniale dunque, quello di Anna di Bretagna.

“Persino gli animali sembravano provare pena per lei, una compassione che non voleva da nessuno, men che meno da tutti i francesi che erano, invece, destinati ad amarla”

Segregata nel castello di Medun, nessun banchetto nè ricevimento, nessuna ambasceria, un ostaggio senza più alcun titolo in Francia e sulla sua testa il peso della lettura astrologica della sua carta natale, una maledizione, un destino segnato.

Solo osservando un quadro e il viso della Vergine Margherita comprende una grande verità, “la vita e la vera ricchezza andavano oltre il trono di Francia”, comprende il valore dell’immortalità con la cultura, l’arte e l’amore, non con guerre e matrimoni.

Gli uomini del tempo detenevano il potere indiscusso anche sul destino delle donne, Margherita d’Aragona sfida tutto questo, non abbassa il capo. Un grande insegnamento le è stato donato: le risposte vanno cercate dentro di noi. Il romanzo ne mette in luce la sua fierezza, l’audacia e il coraggio.

I brividi non hanno che potuto portare palpiti e tremori in me, nel momento della partenza dalla Francia per far ritorno nelle Fiandre, nelle parole di addio, o meglio diremmo di arrivederci, al suo grande amico Filiberto di Savoia.

“Ti auguro di essere felice, Margherita. Sii artefice del tuo destino quanto più ti è possibile e, chissà, magari riusciremo a rincontrarci un giorno”

Il destino mette in campo le pedine, le alleanze politiche premono sulla sorte dei fratelli d’Asburgo, Margherita però sente il grande peso sul capo per la morte della madre, accaduta parecchi anni prima, l’inganno della colpevolezza e la consapevolezza che per questo suo padre non l’avrebbe mai amata.

Parallelamente viviamo la storia di Conrad, un artista realmente vissuto, il suo incontro con Margherita, lo si legge nel romanzo,pare amore allo stato puro, eccelso e fuso nell’amore per l’arte. Un uomo che fugge dal destino e che se lo trova dinanzi, un uomo costretto a soffrire i soprusi verso le sue radici. La voce della vendetta si fonde con il richiamo dell’arte, il pensiero dell’amore perduto si scioglie nelle mani di un grande artista.

“Nel freddo marmo che mi darete tutti vedranno l’amore che mi brucia ogni giorno”

Legami si spezzano, anime si allontanano, la guerra di Carlo VIII e la sua discesa in Italia sono dipinte nei grandi drammi e soprusi dalle parole vergate da Filiberto per la sua, mai scordata, Margherita, il suo “duca di capre e rocce”.

Si libra su tutte le vicende dei sovrani d’Europa, sulle alleanze, sui matrimoni falliti, su quelli consumati, sulle morti premature, sempre la profezia di Margherita. Essa imparerà che per fare felici, e per essere felici è necessario dare un po’ di sè.

Un romanzo che si compie come la vita e come i desideri dei suoi protagonisti, grandiosi progetti, amicizia e sostegno perpetuo. Ma anche una favola per raccontarci e ricordarci quali sono i veri grandi valori che conteranno quando sarà tempo per la dipartita.

“Non so se aspiro davvero a fama e gloria. Mi basterebbe solo essere felice”
Sara Valentino
http://septemliterary.altervista.org/la-regina-senza-corona-il-romanzo-di-margherita-dasburgo-lisa-laffi/

Io, Tituba strega nera di Salem / Maryse Condé ; traduzione di Maria Adelaide Mori

Recensione a cura di Sara Valentino

Quanto accadde a Salem nel 1692 è rimasto nella nostra memoria collettiva come un triste e drammatico ricordo. Ne ho letto spesso in vari romanzi e saggi con riportati i processi veri e propri.

Maryse Condè in questo suo romanzo del 1992, da pochissimo riproposto in questa nuova edizione dalla casa editrice Giunti a seguito anche del premio vinto (nel 2018 Nobel alternativo per la letteratura), ci racconta una storia che parte da più lontano. Parte da un imprecisato giorno quando Abena sedicenne dalla pelle nere viene violentata su una nave, la Christ the King, e poi acquistata come schiava. Nacque da questa violenza la piccola Tituba. “C’è molto sporco qui. Non avevo più voglia di vivere, per me la vita era una pozzanghera d’acqua nera da evitare.”

Non passerà molto tempo e Abena sarà impiccata, la prima delle innumerevoli tragedie che solcheranno la vita di Tituba. Sarà affidata a Man Yaya una vecchia curatrice con poteri medianici, sarà lei a crescere e istruire la giovane Tituba finchè il cielo glielo consentirà, sarà lei a insegnarle a curare, a guardare con gli occhi del cuore e a vedere oltre il velo della vita.

“Si allontanò, non senza che io cogliessi l’espressione di tristezza che le era calata sul volto. Senza dubbio vedeva a quel punto l’inizio del compiersi del mio destino. La mia vita, fiume che non potrà mai essere interamente deviato”

Tutto il romanzo è permeato della struggente situazione in cui i neri erano costretti a vivere, la schiavitù.
Segue
http://septemliterary.altervista.org/io-tituba-strega-nera-di-salem-di-maryse-conde/

I Tarquini - Emma Pomilio

Recensione a cura di Sara Valentino
La storia narrata, in maniera magistrale da Emma Pomilio, in questo romanzo storico è la Storia dei Tarquini, i re etruschi.
Roma in questo periodo storico, il VI secolo a.c., viene quindi dipinta e presentata facendo attenzione alla situazione geopolitica del tempo. Siamo in un momento storico in cui Roma inizia ad affacciarsi sul mediterraneo, si avvia il dominio dei Tarquini. Il quadro si completa con una particolare attenzione ai commerci, alle opere pubbliche a cui loro si dedicarono.
“Dobbiamo comprendere che la ricchezza eccessiva corrompe, e accogliere tanti popoli diversi introduce credenze e abitudini estranee, che adesso sembrano novità e progresso, ma in un secondo momento indeboliranno Roma…”
Attraverso le vicende dei personaggi, alcuni storicamente esistiti, altri solo tramandati come leggende, anche noi possiamo aprire una finestra e osservare i colli di Roma antica.
Grazie allo studio storico di Emma Pomilio e alle ricerche archeologiche, che ogni giorno possono raccontarci un pezzetto del passato, anche i neofiti sull’argomento, come la sottoscritta, hanno la possibilità di conoscere parte della nostra bella Storia.
Le vicende prendono vita con Lucumone che i posteri conosceranno come Tarquinio Prisco, nato a Tarquinia da madre etrusca e padre greco. Proprio in conseguenza delle sue origini paterne trovando difficile a Tarquinia poter accedere a cariche pubbliche, emigra dunque con la moglie Tanaquil a Roma.
La stessa Tanaquil conquistata con astuzia, in quanto già promessa al principe Murinas, è una meravigliosa donna, amante, moglie e veggente. La loro unione indissolubile, il loro amore e la loro devozione per Roma traspaiono leggendo e giungono fino a noi con la stessa intensità che credo abbiano avuto al tempo.
“Non far capire a nessuno cosa hai in mente, amore mio è pericoloso”

Affresco dalla Tomba François di Vulci raffigurante la liberazione di Celio Vibenna; il personaggio a sinistra è Macstarna, poi re di Roma col nome di Servio Tullio.
Un periodo di guerre, sanguinose battaglie e congiure oscure quello che re Tarquinio vive, durante una di queste farà la conoscenza della bella Ocrisia che sarà fatta prigioniera e condotta a palazzo come serva.
Un buon Re deve pensare al suo regno, ai suoi figli e ai suoi tesori.
Un servo, Servio Tullio, su cui Tarquinio ha messo gli occhi riponendo in lui le speranze per il futuro, viene inviato alla scuola di Vibenna per imparare l’arte della guerra, ma questo “favore” a qualcuno non piacerà..
“Si sa che Fortuna ti può portare in alto, ma se non sai assecondarla, cambia idea, ti getta nel fango..”
Purtroppo per raggiungere qualcosa di molto grande bisogna inevitabilmente sacrificare molto e credo questo sia un meraviglioso, seppur doloroso, insegnamento. L’amore, le promesse non mantenute, i sacrifici alle divinità, le preghiere alla dea Fortuna, la fedeltà incondizionata, il sesso, il tradimento, il sangue a fiumi… tutti ingredienti che mescolati rendono questo romanzo una delizia per palati raffinati. Se ne esce arrichiti di conoscenze e di insegnamenti.
“Ricorda, nessun discorso ispirato li farà devoti a te; un discorsetto è indicato, ogni tanto, ma devi conquistarli con l’esempio”
Questo è un piccolo grande insegnamento che vale anche per tutti noi, l’esempio e i fatti valgono più di mille parole e nascondersi dietro a elogi e parole al vento alla lunga stancano e sfaldano i rapporti. Anche la tacita accettazione degli uomini del tempo verso il fato, destino e volere degli dei l’ho potuta apprezzare rapportata a quell’epoca di certo, ma anche fatta mia.
Dedicarsi alle passioni, agli ideali a ciò in cui si crede, agli affetti, sempre senza demordere e prima che sia troppo tardi.
Un romanzo appassionante, dai toni a volte placidi e altre incalzanti, letto con la giusta calma necessaria per assimilare tutta questa importante, oscura e densa porzione di Storia.

La Luna è dei lupi : romanzo / Giuseppe Festa

Recensione a cura di Sara Valentino
Ho una predilezione per questo animale: il lupo. Il perché è molto semplice, ammiro il suo saper stare in branco, il rispetto verso i piccoli, le femmine, gli anziani e soprattutto della gerarchia. E’ un animale che ha conservato il suo istinto, è forte e coraggioso, ci è stato sempre dipinto come “il cattivo”. In realtà è un animale che conosce la riconoscenza molto più di come sappiamo manifestarla noi esseri umani.
Giuseppe Festa, in questo romanzo che è una splendida lettura per i nostri ragazzi, ma anche per noi adulti, ci porta tra i boschi dei Monti Sibillini, nel cuore degli Appennini Centrali, in compagnia di un branco di lupi. Rio, un lupo che dopo alcune peripezie, si troverà a dover condurre il suo branco tra pericoli inaspettati: lupi rivali a caccia di territori e umani senza scrupoli.
La narrazione è fluida e ricercata, riesce a condurre il lettore, con il solo uso delle parole tra odori, profumi e il fresco dei boschi.
“Quella notte, gli odori erano carte truccate mischiate da un vento prestigiatore”

“Il cielo infestato di nubi rendeva la notte nera e polverosa”
Grazie alla lettura di questo romanzo, e in compagni del branco di Rio, ho potuto rispolverare i miei vecchi ricordi sulla grotta che, vuole la leggenda, sia stata la dimora della Sibilla, una veggente incantatrice. Attraversiamo insieme ai lupi l’ingresso dell’Antro, crollato da tempo, ma che ci permette un riparo dalle intemperie. Il loro territorio è stato invaso da un branco numericamente più grande, ora non resta che una corsa pericolosa per cercare un nuovo luogo dove crescere i piccoli e cacciare in libertà, ma un lungo nastro nero, percorso da mostri velocissimi con i fari che abbagliano gli occhi, li separa dalla libertà.
Cosa può accadere a un lupo abituato a utilizzare l’istinto, a seguire gli odori e i venti, quando viene catapultato in una città? Per Rio, divenire capo è un onore, ma non sempre esserlo è facile, quasi mai.. le scelte sono difficili, le decisioni da prendere non sempre fanno pace con la coscienza, ma il bene del branco viene prima di ogni cosa, prima dell’onore e prima dell’orgoglio. Un lungo ululato alla luna per chiedere consiglio, a lei che dall’alto li ha sempre protetti sin dalla notte dei tempi.
“Luna, cosa ti abbiamo fatto di male?”
Non tutti gli umani sono uguali, c’è ancora chi ha a cuore la natura. L’amicizia è un valore importante e in questo testo si celebra un sentimento molto forte. A volte semplicemente bisogna essere fiduciosi, anche nel diverso e soprattutto non perdere mai la speranza.

Annabelle - Lina Bengtsdotter

Recensione a cura di Sara Valentino
Un romanzo d’esordio che mi ha rapita letteralmente, catturata sin dalle primissime pagine.
Un thriller nordico, a tinte noir, ambientato in epoca contemporanea a Gullspang, vicino alla più grande e frequentata Stoccolma.
Una ragazzina di soli diciassette anni svanisce nel nulla. Una festa, fiumi di alcol, droga, ragazzi annoiati e spaventati per il futuro inesistente, che sanno di poter avere continuando a vivere a Gullspang.
Annabelle, questo il nome della ragazza scomparsa, ruba un abito azzurro alla madre con cui non ha rapporti idilliaci e va alla festa, quella maledetta festa e semplicemente scompare.
“stava andando nel luogo dove tempo prima si era ripromessa di non tornare più”
Charile, poliziotta con un oscuro passato alle spalle e segreti mai confessati sepolti proprio a Gullspang, viene incaricata di seguire le indagini con un collega.
“Ma chi voleva restare giovane per sempre? Tutti gli adulti che dicono di rimpiangere la giovinezza devono averla dimenticata, oppure sono davvero bacati nel cervello”
Charlie deve ripercorrere il suo passato per riuscire a dare al presente un senso, anche se poi alla fine ogni segreto, anche il peggiore, sembra non avere nulla a che vedere con la sparizione di Annabelle.
Molti, troppi, avrebbero un movente per uccidere Annabelle, inoltre i segreti che vogliono celare al mondo, il loro piccolo mondo, rallentano le indagini.Il tempo stringe, bisogna ritrovare la ragazzina …viva!
“L’amore riesce sempre a rincretinire le persone”
E’ un romanzo che non lascia scampo alla sofferenza, al dolore, un romanzo dove le storie rosee non hanno spazio, è nero come il fondo di un pozzo o di un orrido, come il pozzo che Charlie dovrà attraversare.
“Ripensò alle parole di lui su quanto fosse meravigliosa e stupenda. Stai attenta agli uomini che pronunciano tante belle parole, le aveva detto Betty una volta, Sono i peggiori”
A volte è difficile sopravvivere a una delusione, alle donne piace la favola ma spesso è tutto molto più materiale. Oggetti e via..
Le parole hanno il potere di far volare in alto e allo stesso tempo, con lo stesso ritmo, si piomba a terra, un po’ fracassati, un po’ distrutti e per usare le parole di una nota canzone: ” la vita è come una marea, ti porta in secca o in alto mare.. ”
Alle volte si vince, altre si perde. Alcune volte si ritrova la soluzione, altre no.. Annabelle dove sarà? Morta? Fuggita? Tornerà? Increduli gli abitanti si guardano l’un l’altro, per cercare tra loro il mostro, altre volte si proteggono nonostante tutto.
“Qualche volta si arriva al mare. Prima o poi ci si arriva sempre”

L'ultimo segreto di Botticelli - Lisa Laffi

Recensione a cura di Sara Valentino
La primavera di Botticelli, celebre dipinto a tempera realizzato tra il 1478 e il 1482 per la villa medicea di Castello, è un capolavoro del Rinascimento italiano.
Ma qual è il suo significato? Cela un misterioso enigma che ancora oggi non è stato svelato. Un dipinto che può avere sicuramente una lettura mitologica e una filosofica legata al neoplatonismo e alle dottrine tipiche dell’accademia neoplatonica di Marsilio Ficino.
Proprio attorno a questo dipinto, nell’anno del signore 1526, si svolgono le vicende di cui Lisa Laffi ci narra nel suo romanzo.
L’autrice, con sapienza, mescola verità storica e finzione raccontando la storia di Luce. Giovane rimasta orfana, esperta di erbe, come la madre, trova asilo presso Bianca Riario Sforza, figlia della grande “tigre di Romagna”: Caterina Sforza.
Luce incontrerà, per un caso fortuito, dovendogli curare una brutta ferita, il temutissimo Giovanni delle Bande Nere. Di lui Giovanni Salviati dice: ” Faceva più danno alli inimici lui solo che tutto lo exexercito”. Figlio di Giovanni de’Medici fu l’ultimo capitano delle compagnie di ventura rispettato e temuto dal suo esercito di mercenari.
La sorellastra, Bianca, si trovava, ormai vedova, a dover combattere una battaglia per i diritti su San Secondo contro Bernardo de’Rossi, vescovo di Treviso. Giovanni, in quella che passò alla storia come battaglia di San Secondo, restituì le terre alla sorella.
Bianca però continuerà a tessere la sua trama, seguendo proprio il disegno della “Primavera”.
Tra Luce e Giovanni si viene a creare un’intesa senza paragoni e il loro amore tra “luci” e “ombre” attraversa le pagine di questo romanzo. Romanzo che mette in evidenza gli usi e costumi dell’epoca e conduce il lettore a camminare nel 1500 attraverso le descrizioni meticolose che ne fa l’autrice.
Luce verrà allontanata dal palazzo e data in sposa a un moribondo, ma nulla è come sembra perché tutti i nodi verranno presto al pettine. Non puoi spegnere una luce che vuole sorgere. Luce è il ritratto dell’amore, di quell’amore che può illuminare le giornate e le notti, anche quelle di un capitano di ventura senza scrupoli.
“Ogni giorno, ogni settimana, ogni mese che passava si accorgeva che mentre l’animo della ragazza era più semplice da leggere, il suo era più complesso e vi conviveva una parte luminosa e una oscura”
E’ un po’ come se l’autrice avesse trovato, con questo testo, il modo per portare al mondo un messaggio di speranza.
“Il mondo di Giovanni si stava lentamente sfaldando ma non c’era modo migliore per cadere nell’oblio che tra le braccia di Luce”
E il dipinto? Quale sarà stato il vero significato? A volte è semplicemente l’angolazione a far differire ciò che vediamo.
“Preferisci una breve vita piena d’imprese per le quali tutte le generazioni a venire ti ricorderanno o una lunga esistenza senza gloria, attorniato dall’affetto dei tuoi cari?”

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